Poetesse suicide, le voci più tormentate della poesia del Novecento

Poetesse suicide, le voci più tormentate della poesia del Novecento
da in Cultura, Poesia
Ultimo aggiornamento: Sabato 19/11/2016 07:17

    sylvia plath, poesie

    A molte di loro, alle poetesse suicide che, con la loro (tormentata) opera hanno fatto la storia della letteratura mondiale, non è bastato rifugiarsi nei versi e nella scrittura per dare sollievo al malessere che le affliggeva. Pur trovando sfogo scrivendo, Sylvia Plath, Antonia Pozzi e Virginia Woolf, non sono riuscite a sconfiggere quell’ombra che, a dispetto del successo e della grandezza delle loro opere, si portavano dentro (forse) da sempre. Non sappiamo se il loro gesto estremo abbia contribuito ad aumentarne il fascino o l’interesse, certo è che le poetesse morte suicide sono fuor d’ogni dubbio figure quasi mitiche nell’ambito della poesia del XX secolo. Alcune assai conosciute, altre un po’ meno, molte sono diventate oggetto di culto per studiosi, femministe o semplici appassionati. Forse per il dramma, spesso di natura domestica, che caratterizzò la (breve) vita di alcune di loro che, trovando nella poesia un’inesauribile fonte di ispirazione, hanno tradotto in versi passioni, separazioni e grandi sofferenze personali. Volete saperne di più? Sfogliate la prossime pagine: ecco le poetesse suicide che hanno reso immortale la poesia del XX secolo.

    Sylvia_Plath, poetessa

    Parlando di poetesse suicide, non possiamo non cominciare con Sylvia Plath, conosciuta per un’infinità di versi e per il romanzo, pubblicato con lo pseudonimo di Victoria Lucas, La campana di vetro. Americana di Boston, la Plath, afflitta da depressione, si tolse la vita a soli 30 anni, dopo che da anni, a giudicare dalle sue poesie, sembrava trovasse sollievo all’idea della morte: ‘Morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa’, scriveva in Lady Lazarus, ‘Io lo faccio in un modo eccezionale / io lo faccio che sembra un inferno / io lo faccio che sembra reale’. Morì nella cucina della sua casa: aveva infilato la testa nel forno.

    Karin Boye

    Il corpo di Karin Maria Boye, poetessa e scrittrice svedese, fu trovato in un bosco, nei pressi della città di Alingsås e, benché non vi siano prove certe, è molto probabile che morì suicida. Appassionata cultrice dell’Ellade classica (ciò che la spinse a morire fu, a detta di molti, l’invasione nazista della Grecia, nell’aprile del ’41) la Boye è famosa per le poesie e per Kallocaina, romanzo distopico del 1940 in cui affronta il tema della dittatura. La storia, sullo stile di 1984 di Orwell, racconta di uno scienziato, Leo Kall, che inventa una sorta di moderno siero della verità, la kallocaina. ‘Io non voglio morire, ripeteva spesso, ma devo. Non posso vivere, rendo tutti infelici’.

    Virginia Woolf, scrittrice inglese

    Come molti sapranno, tra le poetesse suicide c’è anche Virginia Woolf che aveva 59 anni quando, appena qualche giorno dopo la morte di Karin Boye, si riempì di sassi le tasche e si lasciò morire nel fiume Ouse, non lontano dalla sua casa. E’ una delle scrittrici più importanti del secolo scorso, autrice di capolavori come Gita al faro e Mrs Dalloway e grande innovatrice per quanto riguarda lo stile e la lingua inglesi: grazie alla tecnica del flusso di coscienza, è riuscita a rappresentare, attraverso una sorta di monologo interiore, i pensieri, le emozioni e i conflitti dei suoi personaggi, rendendo le sue opere delle liriche straordinarie.

    Virginia_Woolf_1927

    Femminista convinta, lottò per tutta la vita contro la consapevolezza di avere ‘un cuore da poeta in un corpo di donna’, benché sposata, benché molto legata al marito Leonard Woolf, a cui dedica le sue ultime struggenti parole: ‘Inizio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile (…) ma non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so’.

    Antonia_Pozzi, poetessa

    Continuando a parlare di poetesse suicide, Antonia Pozzi si tolse la vita, appena ventiseienne, con un overdose di barbiturici. Nata a Milano nel 1912, proveniva da una nobile famiglia lombarda che la crebbe però opprimendo il suo animo sensibilissimo che svelò attraverso i suoi scritti – diari e poesie – che, dopo il suicidio, il padre tentò di distruggere. Fu molto turbata dalla leggi razziali – di cui furono vittime alcuni dei suoi amici più cari – e, forse, anche per questo decise di porre fine alla sua breve esistenza. La famiglia negò il suicidio della donna e le sue opere, tenute nascoste, furono scoperte e pubblicate solo dopo la sua morte.

    Marina Tsvetaeva, poetessa russa

    Tra le poetesse suicide c’è anche anche Marina Cvetaeva che, come Virginia Woolf e Karin Boye, si tolse la vita nel 1941. Fu un anno funesto, quello, per la poesia europea, che vide la fine, con la Cvetaeva, di una delle voci più originali della letteratura russa del primo Novecento. Osteggiata dal regime staliniano anche a causa dei suoi versi, emigrò tra Parigi e Praga per poi tornare in patria sperando di ricongiungersi al marito. Ma, dopo aver subito l’umiliazione dei campi di lavoro e l’isolamento dalla comunità letteraria moscovita, si impiccò nell’agosto del ’41. La sua opere venne riscoperta e pubblicata postuma, alla fine degli anni Sessanta.

    Alfonsina Storni

    Aveva 46 anni Alfonsina Storni quando si tolse la vita, buttandosi in mare, sulla spiaggia di Mar del Plata. A lei, Ariel Ramirez dedicò la splendida canzone Alfonsina y el mar, interpretata, tra gli altri, anche da Eugenio Bennato e da Antonella Ruggero. Tra le poetesse suicide, Alfonsina è una delle più affascinanti: femminista convinta, lavorò anche come giornalista, nonostante le difficoltà legate al fatto che fosse, tra l’altro, anche ragazza-madre. Visse il successo, derivato dalle sue opere che riscontrarono il favore di critica e pubblico, con un certo disagio che si tramutò in tormento quando seppe di avere un tumore: da qui la scelta del suicidio, programmato in mare come una sorta di rappresentazione teatrale. Sembra, infatti, che prima del tragico gesto, Alfonsina abbia scritto, in una stanza d’albergo di Mar del Plata dov’era giunta da sola, la poesia Voy a Dormir che lei stessa, prima di morire, spedì al giornale La Nacion. Molti suoi versi sono diventate canzoni.

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