Giubilei nella letteratura: da Dante a Pascoli le citazioni più famose

Giubilei nella letteratura: da Dante a Pascoli le citazioni più famose
da in Chiesa cattolica, Cristianesimo, Cultura, Dante Alighieri, Divina Commedia, Giubileo, Letteratura, Papa Francesco, Religione, Vaticano
Ultimo aggiornamento: Venerdì 30/10/2015 11:00

    I Giubilei nella letteratura, o meglio, le citazioni letterarie relative all’anno giubilare rimandano soprattutto a tre grandi autori della letteratura italiana: Dante, Petrarca e Pascoli. Anche Manzoni, nel celebre passo in cui Lucia si rivolge all’Innominato, richiama il significato morale del Giubileo, inteso come momento di riflessione sui propri peccati e sulla misericordia che viene da Dio. In occasione del prossimo Anno Santo, che Papa Francesco ha indetto dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016, ecco una breve carrellata di citazioni sui Giubilei nella letteratura: come i grandi autori del passato hanno inteso, e descritto, il momento che la Chiesa dedica alla Riconciliazione con Dio.

    [...] Nel fondo erano ignudi i peccatori;/ dal mezzo in qua ci venien verso ‘l volto,/ di là con noi, ma con passi maggiori,/ come i Roman per l’esercito molto,/ l’anno del giubileo, su per lo ponte/ hanno a passar la gente modo colto,/ che da l’un lato tutti hanno la fronte/ verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro,/ da l’altra sponda vanno verso ‘l monte [...]‘ Nel corso della Commedia il Sommo Poeta dimostra più volte di conoscere l’evento ecclesiastico, poiché si riferisce, una volta per cantica, al primo appuntamento giubilare del 1300. Indetto da Bonifacio VIII a partire dal 22 febbraio di quell’anno, il primo Giubileo della storia vide arrivare a Roma un’infinità di pellegrini, giunti a piedi nella città per pregare sulle tombe di Pietro e Paolo, ottenere la benedizione papale e ricevere la remissione dei peccati. Dante, come dicevamo, cita l’evento in tutte e tre le Cantiche, a cominciare dal XVIII Canto dell’Inferno, dove sono puniti i ruffiani, i seduttori e gli adulatori. Nel descrivere l’ottavo girone, Dante parla di due schiere di dannati che, come la fiumana di gente che, per il Giubileo, cammina sul ponte antistante Castel Sant’Angelo, camminano l’una in senso opposto all’altra. Un paragone, questo, che ricorda il sistema adottato dai magistrati romani che dividevano il ponte Sant’Angelo con una transenna, cosicché da una parte camminavano i pellegrini diretti a San Pietro, dall’altra defluivano quelli che, lasciata la Basilica, si dirigevano verso il Gianicolo.

    […] Nessun m’è fatto oltraggio,/ se quei che leva quando e cui li piace,/ più volte m’ha negato esto passaggio;/ ché di giusto voler lo suo si face:/ veramente da tre mesi elli ha tolto/ chi ha voluto intrar, con tutta pace […] ‘ Il II Canto del Purgatorio si svolge sulla spiaggia dove le anime, salendo la montagna, iniziano l’espiazione dei peccati. A circa metà canto, tra le anime in movimento, Dante riconosce Casella, un musicista fiorentino suo grande amico quand’era in vita. Raccontando dell’incontro, Dante coglie l’occasione per trattare il tema delle indulgenze, grazie alle quali, coloro che han preso parte al Giubileo, possono accedere immediatamente al Purgatorio: ‘da tre mesi‘, infatti – dalla proclamazione dell’anno giubilare, il 25 dicembre del 1299 – l’Angelo fa salire sulla barca tutte le anime costrette a purgarsi ma Casella, morto senza aver partecipato al grande evento di redenzione, è costretto a sostare ancora nell’Antipurgatorio.

    […] Qual è colui che forse di Croazia/ viene a veder la Veronica nostra,/ che per l’antica fame non sen sazia,/ ma dice nel pensier, fin che si mostra:/ ”Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,/ or fu sì fatta la sembianza vostra?”;/ tal era io mirando la vivace/ carità di colui che ‘n questo mondo,/ contemplando gustò di quella pace […]‘ Parlando di Giubilei letterari, e nello specifico della Divina Commedia, l’ultimo passo da considerare è racchiuso nella Cantica più ‘elevata’ dell’opera: il Paradiso. Il Canto in questione, il XXXI, è ambientato nell’Empireo, dove risiedono Dio, gli Angeli e tutti i Beati. Rivolgendosi a Beatrice Dante si accorge che al posto della donna è comparso un vecchio vestito di bianco, San Bernardo da Chiaravalle che, con fare affettuoso, invita Dante a guardare il Paradiso. Lo stupore che il poeta prova in quel momento viene paragonato a quello dei pellegrini che, in occasione del Giubileo, ammirano la ‘Veronica,’ il sudario che asciugò il volto di Cristo durante il cammino verso il Calvario.

    Alla luce di questi versi, dunque, è facile credere che Dante avesse partecipato in prima persona al Giubileo del 1300, anche perché, in quel periodo, non era stato ancora esiliato. L’evento giubilare, straordinario per intento e significato, ha sicuramente attirato l’attenzione del poeta che, con riferimenti ben precisi, l’ha inserito più volte all’interno della celeberrima opera. Ma Dante dedica attenzione anche alla figura del pellegrino che, dell’evento giubilare è il protagonista. Parlando del ‘peregrino‘, infatti, definito come ‘chiunque è fuori de la sua patria‘, il Poeta distingue tre diverse ‘tipologie’: i ‘palmieri‘, quelli che ‘vanno oltre mare‘, ossia i pellegrini in Terra Santa; i ‘peregrini‘, quelli che ‘vanno a la casa di Galizia‘, cioè al Santuario di Santiago di Compostela, molto frequentato durante il Medioevo; e i ‘romei‘, ovvero i pellegrini che ‘vanno a Roma‘. Nel sonetto XXIV, infine, contenuto nella raccolta Vita Nova, Dante parla ancora dei pellegrini, allorché descrive il comportamento di alcuni uomini che si trovano a passare per la via dove nacque, visse e morì Beatrice.

    Movesi il vecchierel canuto et biancho/ del dolce loco ov’à sua età fornita/ et da la famigliuola sbigottita/ che vede il caro padre venir manco;/ indi trahendo poi l’antiquo fianco/ per l’extreme giornate di sua vita,/ quanto più po’, col buon voler s’aita,/ rotto dagli anni, et dal camino stanco;/ et viene a Roma, seguendo ‘l desio,/ per mirar la sembianza di colui/ ch’ancor lassù nel ciel vedere spera:/ così, lasso, talor vo cerchand’io,/ donna, quanto è possibile, in altrui/ la disiata vostra forma vera.‘ Continuando a parlare di Giubilei letterari, anche il Petrarca, nel sedicesimo Sonetto del Canzoniere, fa riferimento all’Anno Santo, testimoniando la sua devozione per il velo della Veronica, esposto in occasione del Giubileo del 1350. Nel componimento, infatti, il poeta si paragona ad un ‘vecchio canuto‘ che, alla fine della sua esistenza, si reca in pellegrinaggio a Roma per contemplare il famoso sudario. E mentre il pellegrino ammira il volto di Cristo impresso nel panno, il poeta cerca nei volti delle donne l’immagine di Laura, la donna ‘desiata‘, mettendo a confronto il suo tormento personale con la ricerca spirituale dell’anziano pellegrino.

    Con molta probabilità, stando a quanto riportato dalle cronache del tempo, Petrarca di recò in pellegrinaggio a Roma, nell’autunno del 1350. Era l’anno del secondo Giubileo, indetto da Papa Clemente VI che alle basiliche da visitare, San Pietro e San Paolo fuori le mura, aggiunse anche quella di San Giovanni in Laterano. La testimonianza del viaggio del poeta si trova in un’altra sua opera, il Familiarum Aerum Libri dove, dopo aver precisato che quella è la sua quinta visita alla Città Eterna, aggiunge: ‘[...] Così finalmente arrivi a Roma, la quale chiunque non vide, è temerario se ammira altre città. E, come la fortuna del popolo romano faceva che l’aspetto dell’Urbe talora divenisse più bello, così l’anno giubilare farà che quello sia come già mai, spiritualmente giovevole. Il pellegrino visiterà i sepolcri degli Apostoli, vedrà l’effige del volto del Signore [...]

    Giovanni Pascoli, invece, fu presente alla chiusura della Porta Santa che poneva fine al primo Giubileo del XX secolo, quello del 1900. Vedendo Papa Leone XIII che sigillava la Porta – che esprimeva simbolicamente il concetto per cui, durante il Giubileo, è offerta ai pellegrini un ‘percorso verso la salvezza‘ – volle tradurre in versi il senso di separazione tra vita terrena e salvezza divina: ecco quindi il componimento intitolato proprio La Porta Santa, di cui riportiamo la strofa conclusiva: ‘Non ci lasciar nell’atrio/ del viver nostro, avanti/ la Porta chiusa, erranti/ come vane parole;/ ad aspettar che l’ultima/ gelida e fosca aurora/ chiuda alle genti ancora/ la gran porta del sole:/ quando la Terra nera/ girerà vuota, e ch’era/ Terra, s’ignorerà.

    Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!‘ Concludiamo il nostro breve excursus sui Giubilei letterari con le parole che Lucia Mondella rivolge all’Innominato nel XXI capitolo dell’opera manzoniana. Sebbene non vi sia un riferimento specifico, il senso di questa frase è ben vicino allo spirito del Giubileo e in particolare a quello indetto, quest’anno, da Papa Francesco: attraverso il dramma di Lucia, Manzoni si fa portavoce di una grande verità, quella per cui Dio non aspetta altro che perdonare i suoi figli e per questo ‘si accontenta’ anche di una sola opera di misericordia. E la frase, e chi ha letto il romanzo lo sa, salverà l’Innominato dalla disperazione suicida.

    2011

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