Algoritmo e opere d’arte: il codice che giudica la creatività

Un algoritmo per giudicare l'originalità delle opere d'arte: questo il risultato di una ricerca condotta al dipartimento di Computer Science della Rutgers University, in New Jersey.

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    E ‘ possibile che un algoritmo ‘giudichi’ l’intensità delle opere d’arte? A quanto pare sì. Due ricercatori del dipartimento di Computer Science della Rutgers University del New Jersey, infatti – Ahmed Elgammal e Babak Saleh – hanno elaborato un codice che, attraverso l’analisi dei parametri dei dipinti, sembra in grado di stilare una classifica della creatività: un sistema computazionale per capire (ed apprezzare) la bellezza e l’originalità di un’opera d’arte. Munch, Monet, Goya, Dalì e Caravaggio sono solo alcuni degli artisti le cui opere sono state giudicate – non da critici e studiosi ma da un computer – tra le più creative di tutta la pittura mondiale, confermando come, dopo il ‘mistero’ dei flussi turbolenti di Van Gogh e i ‘segreti’ emersi analizzando i disegni della Cappella Sistina, i procedimenti (e i codici) matematici siano tra gli strumenti più efficaci per comprendere al meglio i capolavori della storia dell’arte.

    Un ‘reticolo’ di dipinti

    L’algoritmo elaborato dai due studiosi statunitensi sembra riesca ad interpretare le immagini artistiche non già giudicandone la bellezza, ma quantificandone la creatività, ovvero ‘l’originalità del prodotto e la sua capacità di influenzare altri artisti‘. In che modo? Elaborando un ‘reticolo‘ di opere attraverso il quale, con procedimento algoritmico, dedurre l’originalità del dipinto. In altre parole, costruendo un diagramma sul cui asse orizzontale si colloca l’anno di produzione dell’opera, e su quello verticale il ‘valore creatività‘.

    Testamento e morte di Mosè, Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli (1482, Cappella Sistina)

    Gli studiosi della Rutgers hanno elaborato il suddetto codice in modo tale che lo stesso analizzi parametri come la naturalezza dei soggetti dipinti, la verosimiglianza delle scene, i colori, insieme al contesto storico entro il quale sono stati realizzati i capolavori.

    Bananas and Grapefruit n.1, Roy Lichtenstein (1972)

    Il sistema algoritmico di Elgammal e Saleh si basa, dunque, su una tecnologia molto particolare, che valuta le caratteristiche di migliaia di opere – circa 62mila – attinte quasi tutte da database consultabili in rete.

    Haystacks at Chailly at Sunrise, Claude Monet (1865)

    Le migliaia di informazioni ottenute confrontando le varie opere in questione permette quindi all’algoritmo di delineare delle connessioni tra i dipinti e di elaborare una ‘rete della creatività‘ (creativity implication network) basata sulle caratteristiche di ognuno e sui confronti dei periodi storici durante i quali sono stati realizzati.

    San Giorgio e il drago, Salvador Dalì (1962)

    La ricerca ha puntato l’attenzione soprattutto sulla pittura occidentale, poiché generi come i graffiti, la fotografia o i mosaici, non sono stati considerati adatti per un’analisi scientifica di questo tipo.

    Cristo crocifisso, Francisco Goya (1870)

    Analizzando le immagini dai due database, ha spiegato il professor Elgammal, l’algoritmo è riuscito ad isolare un certo numero di ‘concetti visuali’ in ogni opera d’arte, basandosi sulla presenza di oggetti raffigurati di frequente, come crocifissi, cavalli, volti, e così via‘.

    San Giovanni Battista disteso, Caravaggio (1610)

    Il risultato è una specie di piramide alla base della quale vi sono i dipinti meno creativi, mentre quelli più originali sono ovviamente in cima: tra i più ‘creativi’ secondo gli studiosi della Rutgers, Bananas and Grapefruit n.1 di Roy Lichtenstein, San Giovanni Battista disteso di Caravaggio e L’urlo di Munch.

    L’urlo, Edvard Munch (1893)

    La ricerca, dietro ammissione degli stessi studiosi, è, in realtà, di natura piuttosto controversa: se da un lato, infatti, i due sostengono che il loro lavoro possa essere utilizzato in altri campi come la scultura, la musica e la poesia, dall’altro non nascondono che il limite della ricerca sia l’impossibilità di confermare o confutare i dati. In fin dei conti, a giudicare le opere è soltanto un computer.