Intervista a Flavio Insinna: ”Mi sento ancora un bambino”

Intervista a Flavio Insinna: ”Mi sento ancora un bambino”
    Intervista a Flavio Insinna: ”Mi sento ancora un bambino”

    Lo conosciamo principalmente come attore e conduttore televisivo, quando entra nelle nostre case la sera e ci regala momenti di spensieratezza. Tuttavia Flavio Insinna è molto di più: doppiatore, persino ballerino in occasione di “Ballando con le stelle”, ma soprattutto scrittore. Una passione, quella della scrittura, che si porta dietro praticamente da sempre, insieme a un amore generico ed eclettico per l’arte, a una grande curiosità nei confronti del mondo e alla voglia di restare in qualche modo bambino, non nel senso di non sapersi assumere delle responsabilità, ma in quello della fantasia, della spontaneità e anche un po’ della follia che lo caratterizza come uomo, prima ancora che come professionista.
    Da poco è uscito per Mondadori il suo nuovo romanzo “La macchina della felicità”, una storia piacevole, leggera e nonostante ciò anche ricca di spunti profondi. Sebbene il tema e la trama siano inventati, all’interno di questo libro – come in tutto ciò che fa – Flavio ha messo molto di suo. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa in più da lui stesso.

    “Sin dall’infanzia la mia famiglia mi ha fatto amare il teatro, il cinema, l’opera lirica; considera che ho visto l’Aida per la prima volta a 5 anni e mezzo a Caracalla (anche se a un certo punto mi sono addormentato). Insomma, i miei genitori mi hanno aiutato a decodificare la vita attraverso l’arte sin da subito, come d’altra parte con mia sorella, che già da piccola suonava la chitarra classica, dipingeva, ecc”.

    In quest’ottica, che cosa rappresenta per te la scrittura?

    “È sempre stata il mio rifugio, anche quando da adolescente avevo perso un po’ di interesse per lo studio e mi sono rivolto, come tutti i ragazzini di quella età, alla musica, alle moto o all’andarmene in giro con gli amici. Tuttavia, l’unica cosa che non ho mai perso è stata la mia passione per la scrittura. Mi ricordo, ad esempio, di alcuni temi al liceo in cui tutta la classe naufragava e io ero l’unico a conservare un voto dignitoso. Per me, inoltre, la scrittura rappresenta una forma di libertà”.

    Di che cosa parla questo libro?

    “È un romanzo sulla ribellione, dove si porta avanti l’idea per cui anche l’impossibile è possibile, se lo sai sognare bene e vuoi realizzarlo realmente. Il protagonista è un insonne che per lungo tempo non vuole vedere la tristezza della vita che conduce, fino a quando si innamora, e allora finalmente riesce persino a dormire. A quel punto, quando si sveglia – non solo letteralmente, ma anche da un punto di vista metaforico – decide di ribellarsi al mondo che lo circonda e di mettere tutto se stesso nell’obiettivo di realizzare i sogni della donna che ama: è proprio qui che si concentra il concetto della macchina della felicità”.

    È molto bello il pezzo in cui parli del prendere le distanze dal bambino che si era, guardandosi indietro e facendo un po’ il punto della situazione. Qual è il tuo bilancio attuale?

    “Beh, se consideri che ieri ho presentato una puntata vestito da tigre e oggi la presento da rana, la distanza dal bambino che ero la vedo piuttosto corta! C’è una cosa in particolare in cui non mi sento cambiato, ed è l’entusiasmo, uno dei miei pochi pregi: esso in me non si spento mai, neppure nei momenti più difficili”.

    Come ci sei riuscito?

    “C’è da dire che ho una grande fortuna, e cioè quella di fare un mestiere che prevede il gioco stesso come struttura.

    Non a caso per i francesi e gli inglesi la parola “recitare” è tradotta come “play”, cioè giocare”.

    In tutto il libro c’è un rapporto tra te e la città di Roma che appare amorevole, nonostante tutto il caos intorno. È così? C’è un luogo particolarmente significativo nei tuoi affetti?

    “Amo fortemente la mia città, nonostante la ferocia degli automobilisti e l’aggressività generale che la caratterizza. Mi piacerebbe molto tornare a vivere in una Roma più dolce, anche più ironica e autoironica, come era quella nei film di Aldo Fabrizi o Alberto Sordi. Un luogo a cui sono legato è la piazza del Collegio romano, dove c’era l’entrata del Liceo Visconti: su quelle scale sono stato allievo, alunno e ancora adesso passarci davanti è sempre un’emozione”.

    Il prossimo libro?

    “Ancora non ne sono sicuro: o sarà una disperata storia d’amore su cui sto prendendo appunti da anni, oppure partirò da un gattino che trovai anni fa sotto un camion e lo presi con me. Non mi sarei mai aspettato che un gatto potesse rivoluzionarti la vita da un punto di vista sentimentale così tanto, perciò potrebbe essere che finirà per diventare il protagonista di un mio romanzo”.

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