Diario di Émilie, suicida a 17 anni per colpa dei bulli a scuola

Diario di Émilie, suicida a 17 anni per colpa dei bulli a scuola

I genitori hanno deciso di pubblicarlo: gli estratti più drammatici

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    Diario di Émilie, suicida a 17 anni per colpa dei bulli a scuola

    (foto presa dal quotidiano francese Libération)

    Il diario di Émilie è lo sfogo disperato di una ragazzina vittima dei bulli a scuola. Esasperata e inerme al punto di farla finita: a 17 anni Émilie si è suicidata. L’ennesimo episodio di bullismo finito in tragedia arriva da Lille, in Francia. I genitori, a quasi un anno dal suicidio della figlia, hanno deciso di pubblicarne il diario. Sperano possa essere un monito, un messaggio educativo, un’infusione di coraggio per altri ragazzi tormentati, uno strumento di riflessione per chi ogni giorno tormenta, o per chi diventa complice anche solo con una risatina o con un’alzata di spalle.

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    Noi vi proponiamo gli estratti più toccanti e drammatici, estrapolati dai quotidiani francesi. Non servono commenti. Basta leggere la disperazione quotidiana di Émilie tra i banchi della scuola Notre-Dame de la Paix.

    “Dieci metri di cortile, 156 gradini e un corridoio ci separavano dalla classe. Questo per me era come il percorso del combattente. Schivare i colpi, i calci, gli sputi. Chiudere le orecchie per non sentire gli insulti e le prese in giro. Controllare il mio zaino e i capelli. Trattenere le lacrime. Ancora e ancora. Durante questi minuti infiniti. Mi sentivo addosso gli sguardi degli altri. Vedevo i loro sorrisetti quando mi fissavano, sentivo che guardavano le mie scarpe da ginnastica vecchie, i miei jeans sfilacciati, il mio maglione con il collo alto e il mio zainetto. Ho sentito qualcuna chiamarmi ‘barbona’”.

    “Le toilette sono il solo angolo di questa maledetta scuola dove sono sicura di stare tranquilla. Riuscire a risparmiarmi un quarto d’ora di supplizio rende la mia giornata meno insopportabile. Purtroppo, questo momento di pace dura sempre troppo poco”.

    “‘Bisognerebbe inventare una categoria solo per lei. La tipa che non sa né vestirsi né pettinarsi, per esempio’, ridacchia una ragazza. ‘No, piuttosto quella che non ha capito quello che sta usando l’armadio di sua nonna – esclama la sua vicina. Pensi che sappia dell’esistenza degli specchi?’ ‘Ma certo che no, altrimenti sarebbe già morta di vergogna?’, le risponde la prima”.

    “Un ragazzo mi spinge, cado a terra davanti a tutti. Vedendoli ridere non sono riuscita a trattenere le lacrime. Rialzandomi a fatica ho sentito qualcuno gridare: ‘Vuoi un fazzoletto?’. Attraverso il velo di lacrime ho visto che mi lasciavano dei fazzolettini usati.

    Ho sentito qualcosa finire sui miei capelli. Toccandoli alla ricerca di una pallina di carta o di una penna ho sentito un chewing gum, incollato a una ciocca. Nella toilette, due ore dopo, ho cercato di toglierla ma non ci sono riuscita. Ho dovuto tagliarmi la ciocca. Potevano prendermi in giro quanto volevano, sarebbe stato comunque meglio che girare con un chewing gum in testa”.

    “Mi sono seduta, davanti a sinistra, sola, con un perimetro di sedie vuote intorno a separarmi dagli altri. ‘Ehi, la sai la novità?’ ridacchia un ragazzo abbastanza forte perché tutta la classe lo senta tranne la prof ‘pare che diano un premio ai secchioni più brutti del Paese’. ‘Davvero?’ risponde il suo compagno di banco ‘scommetto che abbiamo la vincitrice in classe’. ‘Sfortunatamente solo le ragazze possono partecipare. Mica quella cosa seduta laggiù’, replica il primo. La classe esplode in una risata. Non reagivo, mi ha tirato la sua squadra in testa”.

    “La ricreazione era il momento che odiavo di più: mezzogiorno. Tante prove mi aspettavano in quest’ora e mezza. Salivo al quarto piano, dove non c’era mai nessuno. A volte guardavo gli altri dalla finestra, li vedevo divertirsi e mi chiedevo cosa avessero più di me. Mi dicevo: ‘Metà giornata è passata, resta solo l’altra metà’. Ma un pensiero rovinava tutto: ‘Domani dovrò ricominciare’”.

    “Il ragazzo mi strappa il libro dalle mani. ‘Se lo rivuoi, vallo a prendere’ e lo butta giù dalle scale. Mi rovinavano a tal punto la vita che non capivo perché continuassero. Forse volevano togliermi ogni gioia, anche la più piccola possibile”.

    “Ritornando a casa, lasciavo che le lacrime scendessero dai miei occhi. Mi permettevo di piangere solo tre volte al giorno: al mattino prima di andare a scuola, la sera rientrando, la notte nel mio letto”.

    “’Tutto bene tesoro? Com’è andata la giornata?’ mi chiede la mamma abbracciandomi. ‘Benissimo’. Avevo deciso di non dire a nessuno dell’inferno che vivevo a scuola. Non volevo che i miei sapessero quanto fossi penosa, che si impensierissero. Non volevo che andassero dal preside: la situazione non avrebbe potuto che peggiorare se l’avessero fatto”.

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