Dj Fabo, Cappato a processo: gli atti sull’aiuto al suicidio rinviati alla Consulta

L'esponente radicale è stato assolto dall'accusa di aver rafforzato la volontà di suicidio di Dj Fabo; per il resto, la Corte d'Assise di Milano ha chiesto che sia la Corte Costituzionale a valutare se l'averlo accompagnato in una clinica svizzera per il suicidio assistito sia un reato configurato dall'art. 580 del codice penale

da , il

    Dj Fabo, Cappato a processo: gli atti sull’aiuto al suicidio rinviati alla Consulta

    Sarà la Corte Costituzionale a dover dare la parola definitiva nel processo a Marco Cappato per la morte di Dj Fabo. La Corte d’Assise di Milano ha infatti rinviato alla Consulta la decisione se configurare il viaggio verso la clinica svizzera per il suicidio assistito come un reato configurato dall’art. 580 del codice penale che vieta l’istigazione e la agevolazione al suicidio. L’esponente radicale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni aveva accompagnato Fabiano Antoniani, 40 anni, tetraplegico e cieco a seguito di un incidente stradale, in una clinica svizzera col suicidio assistito il 27 febbraio 2017: il Pm Tiziana Siciliano aveva chiesto l’assoluzione, aggiungendo in seconda istanza l’eccezione di illegittimità costituzionale. La Corte ha riconosciuto Cappato innocente dall’accusa di aver rafforzato la volontà di suicidio del 40enne.

    La vicenda di Dj Fabo era stata molto seguita dai media e aveva avuto un grande seguito. La sua volontà di poter morire senza soffrire, intercettata dall’associazione Luca Coscioni, aveva scosso la politica in un momento in cui la discussione sul biotestamento sembrava arenata.

    “Era un mio dovere aiutare Dj Fabo: ora la Consulta ci dirà se era anche un mio diritto. È un tema che la politica deve discutere da 32 anni e spero che questa decisione aiuti il dibattito politico”, ha dichiarato Cappato uscito dall’Aula del tribunale.

    Ora il testo è diventato legge, ma all’epoca per Dj Fabo non c’era altra speranza se non il suicidio assistito in una clinica svizzera: da qui la decisione di rivolgersi all’associazione il cui tesoriere è l’esponente radicale.

    Alla sua morte, Cappato si era autodenunciato per averlo accompagnato oltre confine. Lo scopo era di portare il tema del suicidio assistito e del fine vita in un’Aula di tribunale per far parlare e coinvolgere la società civile e la politica in una lotta di civiltà.

    Il processo ha visto momenti di altissima commozione. La pm Siciliano aveva chiesto l’assoluzione per Cappato perché aveva solo rispettato il desiderio di morire di Fabiano. “Dignità è poter essere uomo. Ma come può esserci dignità se non c’è la libertà di esercitarla?”, disse nel corso di una requisitoria che fece anche il giro del web.

    Ricordando che l’esponente radicale “non ha in alcun modo rafforzato il proposito suicidiario di Fabo ma lo ha solo rispettato” e che “anzi lo ha addirittura ritardato cercando di coinvolgerlo nella sua lotta politica per tentare di dargli una nuova prospettiva di vita”, la pm ne chiese l’assoluzione, chiedendo in un secondo tempo di rinviare alla Consulta per un controllo di legittimità costituzionale.

    Sarà la Corte Costituzionale ora a valutare la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio, come previsto dall’attuale articolo 580 del codice penale, per cui si rischia dai 6 ai 12 anni di carcere: la richiesta era stata condivisa dall’accusa e dalla difesa.

    L’associazione Luca Coscioni ha definito la trasmissione alla Consulta “un’occasione senza precedenti per superare un reato introdotto nell’epoca fascista” e poter dare la possibilità alle “persone capaci di intendere, affette da patologie irreversibili con sofferenze, di ottenere legalmente l’assistenza per morire senza soffrire anche in Italia, senza bisogno di dover andare in Svizzera”.