Fabrizio Valletti: «Io, un gesuita a Scampia»

Padre Fabrizio Valletti, fondatore e presidente del Centro Hurtado e autore del libro 'Un gesuita a Scampia' in un'intervista a Nanopress.it spiega che «Scampia rinasce dal popolo, non dalle istituzioni»

Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico in Camorra, Cronaca, Cronaca di Napoli, Interviste
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14 Novembre 2017 alle 14:52 in Camorra, Cronaca, Cronaca di Napoli, Interviste
    Fabrizio Valletti: «Io, un gesuita a Scampia»

    Padre Fabrizio Valletti, gesuita, è romano di nascita ma, dopo aver vissuto fra la Toscana e l’Emilia, nel 2001 è giunto a Napoli con la missione di sperimentare un incontro fra azione religiosa, formazione culturale e promozione sociale. A Scampia, dove ha fondato il Centro di formazione culturale e professionale “Alberto Hurtado”, un importante polo di aggregazione del territorio che propone incontri culturali, cineforum, mostre di autori locali, caffè letterari e raccoglie al suo interno tre realtà che portano avanti il progetto di formazione alla cultura e al lavoro nel cuore di Scampia.

    Padre Fabrizio Valletti ha da poco pubblicato il libro “Un gesuita a Scampia” (Edizioni Dehoniane Bologna) per raccontare la sua esperienza. In quest’intervista un’anticipazione su come può rinascere una periferia degradata.

    Prima di essere “Un gesuita a Scampia”, Lei è un romano nella periferia di Napoli. Qual è stato l’impatto?

    «L’impatto con Napoli è stato particolare perché è una città che ha una cultura molto particolare ed è stata un’esperienza nuove anche per l’affetto ricevuto da parte delle persone, con caratteristiche molto originali. Rispetto ad altre realtà è singolare come popolazione, però ho cercato di ambientarmi…anche se non riesco tuttora ad entrare appieno nello spirito della gente. Spesso, quando parlano in dialetto stretto, ad esempio, non li capisco e questo è un primo limite».

    Come può rinascere una periferia degradata?

    «Ci sono due componenti da tener presente.

    La prima sono le iniziative di base che la popolazione può esprimere e costruire, attraverso la risposta a esigenze economiche, culturali e spirituali. E questo si sta verificando tramite associazioni, gruppi e movimenti che sono nati in questi ultimi anni e che stanno sviluppando percorsi molto interessanti.

    L’altra componente, che invece è più carente, è quella politica. A Scampia la mancanza di una visione politica porta all’assenza di progettualità. Questa seconda componente, però, non è colpa della popolazione, piuttosto è una responsabilità a cui gli amministratori vengono meno. E quindi, come altre periferie di Napoli, Scampia è condannata a un sottosviluppo, soprattutto per mancanza di iniziative imprenditoriali e per mancanza di sostengo alle istituzioni scolastiche, che sono impegnate con una popolazione giovanile certamente difficile.

    Se, da una parte, la popolazione sviluppa degli interessi e una partecipazione attiva, dall’altra manca una risposta della politica e questo è un fatto grave, perché vuol dire che Scampia rinasce dal popolo ma non dalle istituzioni».

    Quanto la forte esposizione mediatica di Scampia ha contribuito a creare questo fermento dei cittadini?

    «Le iniziative costruttive non sono nate contro quella che è stata l’immagine mediatica, sia per la commercialità che per il gusto del drammatico che si sviluppa nel pubblico.

    Piuttosto l’esposizione mediatica disturba la popolazione che paga il “titolo di Scampia” quando si trova in altre realtà. Soprattutto i napoletani di Scampia che si trovano a lavorare in ambienti del nord devono affrontare questo pregiudizio, così come rispetto alla stessa città di Napoli: chi vive la periferia si sente doppiamente escluso dai centri di potere della città.

    Se nasce, quindi, nella base un’iniziativa di sviluppo non è per opporsi all’immagine, ma per rispondere a dei bisogni da parte di chi, dopo averne preso coscienza, cerca di soddisfarli e superarne il disagio».

    È d’accordo con l’abbattimento delle Vele di Scampia?

    «Nell’immaginario collettivo le Vele rappresentano il segno dello squallore, anche se inizialmente la loro progettazione rispondeva a un modello europeo di abitazioni che dovevano diventare un centro di sviluppo e di partecipazione della popolazione. Il progetto è fallito perché le famiglie che sono state inserite in questi agglomerati erano impreparate e molte volte con problemi di giustizia e, quindi, non sono state capaci di costruire un rapporto sociale positivo. Il degrado è stato, così, molto forte e molto grave, con la presenza di una forte percentuale di pregiudicati che ha creato una palude molto pericolosa anche per gli abitanti delle vele, che – è bene ricordarlo – non sono tutti camorristi.

    Ora le Vele non sono restaurabili, in quanto costerebbe talmente tanto che è più facile abbatterle e costruire qualcosa di diverso e di nuovo.

    Il problema di questi anni, però, che non viene assolutamente considerato pubblicamente, è che la camorra ha inserito nelle Vele quasi 300 famiglie abusivamente, le quali aspirano ad avere degli alloggi, ma non sarà possibile darglieli. Il primo piano di riqualificazione prevedeva che le 1950 famiglie delle Vele fossero inserite in nuove abitazioni e questo si sta realizzando, però nel frattempo molte famiglie sono state favorite dalla camorra per occupare le case e questo sarà un problema molto difficile da risolvere per l’amministrazione.

    Si parla di abbattere perché ci sono dei soldi che vengono da fuori Napoli e quindi bisogna dire che si abbattono, altrimenti questi soldi verranno ritirati. Non credo, però, che sarà facile procedere».

    La sensazione che emerge dal suo libro è che l’antidoto al degrado possa essere soprattutto l’istruzione e la cultura. Quali sono, però, i limiti di quest’antidoto?

    «Ci sono tre livelli di considerazioni da fare.

    Il primo è per quelli che, riuscendo negli studi, raggiungono dei livelli culturali competitivi, tanto che trovano facilmente lavoro altrove. E questo ovviamente comporta un impoverimento del territorio.

    Il secondo problema riguarda non solo l’istruzione ma anche la qualificazione professionale, in quanto chi oggi non impara un mestiere difficilmente troverà lavoro e l’istruzione nelle periferie molto spesso si ferma a un livello poco più che elementare, quindi c’è una importante difficoltà di inserimento nelle attività lavorative.

    Il livello più basso e più doloroso è che molti non arrivano ad avere strumenti cognitivi sufficienti per superare la palude dei bisogni indotti dal consumismo e dal modello culturale che risulta essere determinante per la popolazione senza istruzione.

    La mancanza di cultura si riflette, quindi, su abitudini alimentari, sulla difficoltà di relazionarsi, per le donne nella difficoltà di portare avanti un rapporto familiare sano. C’è, quindi, un circolo vizioso che porta molti ragazzi a essere sbandanti. Il loro immaginario cognitivo è poverissimo e, quindi, non solo non riescono a studiare ma non riescono nemmeno a capire che ci sono dei valori da affrontare e delle esperienze diverse da vivere».

    Quanto è importante la repressione e quanto la prevenzione nella lotta al degrado?

    «Sono entrambi punti necessari. È necessario aiutare i giovani ad avere una cultura della legalità e, quindi, dell’impegno sociale e politico corretto, ma è necessario anche curare la parte della società malata.

    Ritengo che comunque i percorsi di giustizia non debbano essere esclusivamente repressivi, ma debbano offrire a chi sbaglia una possibilità di recupero. Anche in questo c’è, però, bisogno di un rapporto fra l’istituzione penitenziaria e della giustizia e la società civile, perché il recupero di chi ha commesso reati non è solo compito della giustizia ma anche della società civile che deve offrire a queste persone un’uscita di onestà e di legalità».

    Un gesuita a Scampia. Come può rinascere una periferia degradata