Impiegato postale condannato e licenziato per aver rubato: ma il giudice ordina pagamento degli arretrati e reintegro

Il motivo? Secondo il tribunale del lavoro, le Poste avrebbero dovuto licenziare subito il postino, e non dopo la condanna in primo grado. E lui gongola: «Sono contento di poter ricominciare a lavorare»

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    Impiegato postale condannato e licenziato per aver rubato: ma il giudice ordina pagamento degli arretrati e reintegro

    Un impiegato postale di Vasto era stato beccato a rubare nella cassaforte dell’ufficio. Le Poste lo avevano licenziato solo dopo la condanna ma adesso il giudice ha imposto il reintegro e il pagamento degli arretrati. Il motivo? Le Poste avrebbero dovuto licenziarlo subito, e non dopo la condanna.

    Questa storia, contorta e paradossale, arriva dall’Abruzzo. Protagonista un 58enne che, nel 2012, aveva rubato dalla cassaforte dell’ufficio postale di Vasto, di cui aveva le chiavi, 14.500 euro. A incastrarlo le intercettazioni telefoniche e ambientali.

    Il 22 agosto 2016, dopo una lunga battaglia legale, è stato condannato in primo grado, per appropriazione indebita, a un anno e nove mesi.

    Nel frattempo le Poste avevano deciso di sospenderlo in attesa della sentenza. Niente licenziamento, quindi. L’impiegato era stato per un periodo anche trasferito a Chieti.

    Fino all’ottobre del 2016, dopo la condanna in primo grado, quando finalmente è arrivato il licenziamento.

    Troppo tardi, però. A sancirlo il tribunale del lavoro, secondo cui l’ente avrebbe dovuto cacciare subito l’impiegato infedele, e non dopo la sentenza (che poteva, in teoria, essere di assoluzione).

    E così, oltre al danno la beffa: il giudice ha ordinato il reintegro e il pagamento degli stipendi arretrati, nonché delle spese legali.

    «La società – è scritto nella sentenza del giudice del lavoro – disponeva sin dal 2012 di tutti i dati sufficienti per procedere a una contestazione disciplinare».

    Il postino si gode la vittoria: «Sono contento di poter ricominciare a lavorare. Sto rivedendo la luce e, con me, la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto».

    Gongola anche il suo avvocato: «Il giudice ha applicato un principio di civiltà, perché il fatto deve essere contestato tempestivamente al lavoratore altrimenti si annulla il diritto alla difesa. Basta pensare alla difficoltà di cercare testimoni su fatti vecchi un quinquennio. Non è la sentenza a essere assurda, sono loro ad aver agito in modo sbagliato». Amen.