Antiracket, il modello Ercolano da esportare in tutt’Italia

Da Ercolano, città “derackettizzata”, una lezione: in Italia se si vogliono cambiare le cose, si può

Giornalista in Camorra, Cronaca, Estorsioni
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10 Luglio 2017 alle 12:40 in Camorra, Cronaca, Estorsioni
    Antiracket, il modello Ercolano da esportare in tutt’Italia

    Il difficile viene sempre dopo. Quando si spengono i riflettori e le vittime del racket, la piovra più odiosa, possono sentirsi sole. Ma non è successo a Ercolano, cittadina in provincia di Napoli a 10 chilometri dal capoluogo, dove soffia ancora il vento della primavera di legalità che l’ha trasformata da santuario del malaffare a luogo dai forti connotati turistici.

    In Italia e all’estero se ne parla per gli Scavi archeologici, le Ville Vesuviane, il Miglio d’Oro, il Vesuvio.

    Non più per la faida tra clan.

    O quantomeno, solo nelle rare occasioni di nuovi omicidi.

    Ercolano come Capo D’Orlando

    Dunque da Ercolano, come all’epoca da Capo D’Orlando in Sicilia, arriva una lezione: in Italia se si vogliono cambiare le cose, si può.

    Il merito è delle perfetta sinergia creatasi, non per caso, tra forze dell’ordine, magistratura, associazioni e amministrazione cittadina: una scommessa vinta, partita dalla gestione al Comune dell’allora sindaco Nino Daniele e proseguita fino ai giorni scorsi con il primo cittadino Ciro Buonajuto, che ha immesso nuova linfa ed energie nel progetto di liberare gli ercolanesi dal “pizzo”.

    Sembra un secolo se si pensa che la morsa della camorra non lasciava scampo a chi svolgeva attività commerciali e imprenditoriali e oggi invece si parla di città “derackettizzata”, con un neologismo tanto orribile quanto efficace. Un salto dal buio medievale alla luce copernicana.

    Città “derackettizzata”

    Il fenomeno, perché di questo si tratta, va dunque analizzato del dettaglio. Con una premessa importante: il “modello Ercolano” è stato ripreso in Italia da altre realtà territoriali in cui la criminalità organizzata si manifesta con protervia.

    In un lavoro di gruppo è difficile individuare quale sia la mossa vincente, ma porre al centro di un’attenzione collettiva la vittima del racket ha sicuramente rappresentato un’importante punto di partenza.

    Il commerciante e l’imprenditore sotto scacco hanno ricevuto un aiuto importante da più soggetti istituzionali e privati, ma tutti insieme: carabinieri (o polizia), procura antimafia, Comune ed “Ercolano per la legalità”, l’associazione antiracket sul territorio.

    “Niente imposte comunali a chi denuncia il pizzo”

    Così, gradualmente, le vittime hanno acquistato fiducia e gli uomini dei clan Ascione e Birra, storicamente forti e presenti a Ercolano, non sono stati più visti come imbattibili. Lo dimostrano le condanne subite, l’assenza di ritorsioni gravi, il rifiuto del “pizzo” come concetto.

    Poi l’asso nella manica: nel 2008 il Comune annunciò: “Niente imposte comunali per tre anni ad imprenditori e commercianti che denunciano le richieste di pizzo”.

    L’iniziativa seguì il progetto antiracket “Io non pago..”, lanciato durante il precedente Natale: “Una novità che va nella direzione nella lotta alla camorra”, sostennero dal Palazzo comunale aggiungendo che Ercolano “è una città che reagisce alla malavita organizzata grazie alle forze dell’ordine, la magistratura, le nostre iniziative e soprattutto, grazie ai cittadini”.

    Da allora non è cambiato nulla. Le corde dell’antiracket sono sempre tese e l’attenzione degli amministratori verso gli operatori commerciali è sempre alta. Un bell’esempio da seguire in tutt’Italia proprio perché un tessuto sociale è sano se è sano il tessuto economico.