Uccisa dal marito dopo 12 denunce, condannati i pm che non lo fermarono

I pm sono stati condannati al pagamento di quasi 300mila euro: non fecero nulla per fermare la violenza dell'uomo

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    Uccisa dal marito dopo 12 denunce, condannati i pm che non lo fermarono

    Fu uccisa dal marito dopo 12 denunce cadute nel vuoto e ora la Procura dovrà pagare quasi 300mila euro ai figli perché non fece nulla per fermare la violenza dell’uomo. La Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che non intervennero per salvare Marianna Manduca, 35 anni, uccisa 10 anni fa a Palagonia (Catania) con sei coltellate dal marito, Saverio Nolfo, ora in carcere dopo la condanna a 20 anni per omicidio. La donna lo denunciò ben 12 volte nei sei mesi precedenti, raccontando l’escalation di violenza e terrore. “Mi ha minacciato con un coltello, non so più che devo fare: aiutatemi”, aveva detto ai giudici che però non presero alcun provvedimento contro l’uomo, fino alla tragedia.

    Il tribunale ha riconosciuto che ci fu dolo e colpa grave nell’inerzia dei pm che, pur a conoscenza delle denunce della donna, non fecero nulla per evitare una tragedia annunciata: per questo hanno condannato la Procura e la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento per i tre figli della coppia, oggi adolescenti, rimasti senza madre, col padre in carcere e adottati da Carmelo Calì, lontano cugino della donna che li ha adottati.

    È stato proprio il padre adottivo dei tre ragazzi a intentare la causa contro la Procura in un lungo procedimento iniziato cinque anni fa e passato da un giudizio di ammissibilità, necessario nel caso di responsabilità dei magistrati, prima rifiutato dal tribunale di Messina e poi accolto in Cassazione.

    Ora la sentenza che condanna al risarcimento di quasi 300mila euro i due pm che nel 2007 accolsero le denunce della donna, 12 in sei mesi, e non fecero nulla per salvarla dalla furia dell’uomo che, alla fine, la uccise.

    Nel caso è stata applicata la norma sulla responsabilità civile dei magistrati, venendo riconosciuto il danno patrimoniale. “È una sentenza importante“, ha dichiarato l’avvocato Licia D’Amico dello studio Galasso, legale di Carmelo Calì. “Come prevede la legge sulla responsabilità dei magistrati è stata condannata la Presidenza del consiglio che potrà rivalersi sui magistrati“. La sentenza ha riconosciuto il danno materiale dei tre ragazzi che non hanno goduto dello stipendio della madre, geometra in uno studio privato all’epoca della morte.

    Siamo parzialmente soddisfatti, ricorreremo in appello: c’è un danno morale che a Messina non è stato riconosciuto soltanto perché all’epoca la legge sulla responsabilità della magistratura era diversa ma non è un caso che sia stata modificata e che non riguardi più soltanto la limitazione della libertà personale“, ha concluso l’avvocato.