È solo mafia: la stagione delle tenebre

Che ci sia stata la mafia dietro le stragi del '92-'93 è certo, ma ci sono ancora troppe ombre

Celeste Bruno Scrittore, già Commissario di Polizia 9 Giugno 2017 alle 12:58 in Antimafia, Criminalità Organizzata, Cronaca, Mafia, Paolo Borsellino, Stragi
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    È solo mafia: la stagione delle tenebre

    Le stragi: 1992 – 23 maggio: Capaci in cui perì Giovanni Falcone, la moglie e tre poliziotti della scorta; 19 luglio: via D’Amelio in cui perì Paolo Borsellino e quattro uomini della scorta, formata anch’essa da poliziotti.

    1993: 14 maggio: via Fauro a Roma con sette feriti; 27 maggio: via dei Georgofili a Firenze con cinque vittime; 27 luglio: via Palestro a Milano con cinque vittime; 27 luglio: chiesa di San Giorgio in Velabro e chiesa di San Giovanni in Laterano a Roma con ventidue feriti.

    Che la mano sia dei mafiosi è fuori discussione. Molte sentenze lo hanno acclarato anche sulla base di molteplici dichiarazioni incrociate ma le dinamiche, le finalità, la scelta delle date e gli obiettivi, appaiono ombrosi.

    Se analizziamo le stragi sotto il profilo della organizzazione, preparazione, esecuzione e finalità, è chiaro che sono diverse in alcuni punti e non di poco conto. A Capaci come in via D’Amelio, le operazioni sono state abbastanza meticolose, meno in tutti gli altri casi dove è emersa una certa approssimazione, con obiettivi sensibili e vittime innocenti.

    Colpa delle batterie che hanno “eseguito” o diversa la matrice? Forse si è scelto volutamente di colpire a ripetizione e in luoghi diversi per inasprire quella stagione, addebitandola ai clan e facendola apparire, per continuità, un progetto stilato dai boss. La domanda allora è: chi ha suggerito o studiato il piano e in quali luoghi?

    La logica mafiosa annienta il nemico: a Capaci e in via D’Amelio questa logica scellerata è stata rispettata. In tutti gli altri casi, no.

    In via Fauro l’obiettivo dichiarato – ma non provato – sarebbe stato il giornalista Maurizio Costanzo, reo di aver realizzato dei servizi contro la mafia, di aver ospitato diverse volte Giovanni Falcone e di aver bruciato, durante una trasmissione, una maglietta con scritte sulla mafia.

    Un falso obiettivo o un diversivo probabilmente, per avvalorare la stagione stragista accreditata alla “mafia” perché, se così fosse, la lista dei giornalisti da eliminare sarebbe dovuta essere molto più lunga. Tanti altri hanno denunciato la mafia in forme anche più evidenti e sostanziali.

    E allora? Chi sono i veri manovratori, organizzatori o suggeritori della stagione stragista fuori dalla Sicilia? Chi sceglie il 27 come data univoca di più attentati? Cosa nasconde quel numero e soprattutto perché il 27 luglio, con due azioni simultanee in due luoghi diversi, quasi a voler rappresentare la scarica finale di un gioco pirotecnico.

    Una finissima mente mafiosa ma anche non mafiosa che agiva dall’interno di qualche Palazzo, come aveva più volte enunciato e non a caso, proprio lo stesso Falcone.

    Perché tanta fretta nella eliminazione di Borsellino? Cosa stava scoprendo e dove stava arrivando? Si fa spesso riferimento alla trattativa segreta “Mafia – Stato” ma anche questa potrebbe essere una motivazione falsa se non parziale.

    Dove erano arrivati Falcone e Borsellino con le loro indagini?

    Forse non lo sapremo mai o forse dovremo accontentarci sempre e solo delle mezze verità che fanno il paio con le mezze bugie. Dopo 25 anni sarebbe ora che in questo Paese si faccia chiarezza una volta per tutte ma ecco, che a inasprire ulteriormente questa stagione, arriva la dichiarazione della Cassazione che apre alla possibilità di liberare o comunque attenuare la detenzione di Totò Riina, il capo indiscusso della mafia. Anch’egli avrebbe diritto a una “fine dignitosa”: siamo ad un altro capitolo delle tenebre?

    Dov’è finito il rispetto per le vittime che non avevano scelto di diventare “eroi” ma che volevano solo portare legalità e giustizia in un Paese devastato dal malaffare, dallo sporco, dal puzzo e dalle ruberie?

    Questo è un Paese dove non si è mai colpevoli, indipendentemente dai gradi di giudizio, dove tutto viene messo in discussione, dove gli indagati siedono su poltrone “comode” e profumatamente pagate, grazie a un garantismo spesso invocato ma uniformemente disatteso.

    Dov’è il garantismo per gli onesti, per chi si alza la mattina e va a lavorare, per chi indossa una divisa per difendere e servire l’altro, per chi ancora crede nella Giustizia e negli uomini? Invece, quando si chiede tutto questo, si passa per giustizialisti.

    Dove sono le commemorazioni per i tanti uomini delle Forze dell’Ordine uccisi dal terrorismo, dal crimine organizzato, dalla malavita?

    Non dimentichiamoci di nessuno di loro: il 9 maggio, andrebbero onorati e ricordati in ogni città, in ogni paese, in ogni luogo, sulle pagine di tutti i giornali e nelle trasmissioni televisive perché sono vittime illustri al pari degli altri, tutti gli altri, persone che volevano solo rendersi utili per il popolo, per lo Stato, per tutti noi.