Mario Castagnacci e Stefano Cucchi: così uguali, così diversi

Entrambi trovati in possesso di droga, entrambi presi in custodia dallo Stato, uno solo liberato subito

Mauro Di Gregorio Giornalista 31 Marzo 2017 alle 11:48 in Cronaca, Cronaca Nera, Omicidi, Omicidio Alatri
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31 Marzo 2017 alle 11:48 in Cronaca, Cronaca Nera, Omicidi, Omicidio Alatri
    Mario Castagnacci e Stefano Cucchi: così uguali, così diversi

    Due ragazzi finiscono nei guai per possesso di droga: il primo fa le cose in grande e i carabinieri trovano nell’appartamento che condivide con i suoi amici 300 dosi di coca, 150 di crack e 600 di hashish; il secondo forse non si impegna abbastanza, infatti gli trovano “appena” 3 dosi di coca, una pasticca e 12 bustine d’erba.

    Uno dei due è il ritratto della salute, è robusto e ha l’aria paffuta e soddisfatta. L’altro sta male, è epilettico e gravemente denutrito: ha bisogno di urgenti cure mediche.

    Il primo è fortunato: finisce davanti al giudice, ma viene liberato subito perché gli viene riconosciuta l’attenuante del “consumo di gruppo”, nonostante fosse già pregiudicato per droga. Al secondo va decisamente peggio: lo Stato lo prende in custodia e qualche tempo dopo lo restituisce cadavere a mamma e papà. Questo ragazzo si chiamava Stefano Cucchi e anche dopo morto mezzo mondo politico e mezza opinione pubblica hanno convenuto che comunque si fosse meritato il suo destino.

    Mentre gli spacciatori di tutta Italia stanno cercando su Google come funzioni l’attenuante per consumo di gruppo, un cittadino come me si pone delle domande di fronte a due casi che nelle loro differenze hanno un punto di partenza comune. Ci saranno degli accertamenti, ministeriali e interni alla magistratura, per capire secondo quale ratio il giudice abbia disposto la liberazione di Mario Castagnacci, uno dei carnefici di Emanuele Morganti.

    E speriamo di capire come funziona questa giustizia dalle porte girevoli, prima che il tempo smorzi l’indignazione popolare e l’oblio inghiotta anche questa storia, come è successo per altri casi che hanno titillato lo struggimento dell’opinione pubblica per le canoniche 48 ore di afflizione, per poi dissolversi lentamente.

    Al momento l’unica certezza che coltiviamo è che non arriverà alcuna riforma della Giustizia a stringere le maglie del potere discrezionale dei giudici, altrimenti le toghe scenderebbero in piazza contro il Governo; nessuna riforma della Giustizia limiterà il garantismo verso gli imputati, altrimenti gli avvocati scenderebbero in piazza contro il Governo (e di avvocati in parlamento ce ne sono davvero tanti, troppi); nessuna riforma della Giustizia inasprirà la posizione di chi è recidivo, altrimenti gli operatori delle carceri già al collasso scenderebbero in piazza contro il Governo.

    Se riforma ci sarà si proseguirà a inasprire le pene massime, fermo restando che in Italia è difficile persino far scontare per intero le pene minime.

    Andiamo avanti così e incrociamo le dita. Fino al prossimo caso.