Poliziotta trans in Italia: Stefania Pecchini è la prima

Stefania, nata Fabio, è l'unica transessuale a far parte di un corpo di Polizia nel nostro Paese

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    Poliziotta trans in Italia: Stefania Pecchini è la prima

    Se anche nel nostro Paese le forze dell’ordine hanno aperto ai transessuali, è grazie al coraggio di Stefania Pecchini, prima poliziotta trans in Italia. La sua storia è importante perché rompe una serie di tabù che riguardano il mondo trans, parola che facciamo fatica ancora ad associare alla vita di tutti i giorni, incasellando i transessuali come qualcosa di esotico, di strano, di lontano. Stefania, nata Fabio 51 anni fa, ha dimostrato che i pregiudizi e i preconcetti non sono la realtà: lei oggi è una splendida donna, felice nel suo corpo, realizzata come persona e come poliziotta. L’aver fatto la transizione non l’ha penalizzata sul lavoro e oggi è sovrintendente della Polizia locale di San Donato Milanese, in provincia di Milano. Certo ci sono stati momenti difficili, ma lei ha saputo superarli anche grazie alla famiglia e ai colleghi che hanno guardato oltre il suo aspetto fisico e hanno giudicato la poliziotta, ritenendola una delle migliori.

    Stefania ha raccontato molte volte la sua storia personale e non per semplice vanità. La sua esperienza è fondamentale per tutti, per chi, come lei, affronta le paure e i pregiudizi sul cambio di sesso, e per gli altri che si nutrono di quegli stessi pregiudizi.

    Nata in un piccolo comune del milanese, da Fabio era un ragazzo “normale”, con tutto quello che, nell’immaginario comune, ne consegue: un matrimonio, due figli e la vita da poliziotto. Qualcosa però in lui ha sempre voluto uscire fuori, quel suo lato femminile difficile da far accettare se nasci con un corpo da uomo.

    L’accettazione arriva dopo un lungo percorso personale che passa anche da una terapia psichiatrica di due anni: i suoi atteggiamenti femminili preoccupano anche la moglie che non capisce cosa sta succedendo. Nello studio dello psichiatra arriva la diagnosi: transessualismo di genere o, come si definisce oggi, disforia di genere, definizione con cui si indica il “disturbo di genere”, la non appartenenza come identità sessuale al genere sessuale di nascita. È sentirsi donna pur nel corpo di un uomo e viceversa, essere cioè quello che comunemente è indicato come “transessuale”.

    Il passaggio è fondamentale perché è il primo passo per fare la transizione in Italia: una volta accettata, Stefania è stata libera di uscire. Il processo è stato comunque lungo e doloroso, ma necessario. Sentirsi amata anche come donna dai propri figli è stata la molla che le ha permesso di liberarsi della sua scorza maschile e rivelare la sua vera essenza.

    Tutto è avvenuto alla luce del sole, anche al lavoro. Ci sono stati momenti difficili anche perché la disfonia di genere è ancora classificato come un disturbo mentale e le avrebbe impedito di portare armi, ma la diagnosi di perfetta sanità mentale lo ha evitato. In tutto il processo, è stato fondamentale il supporto dei colleghi. A questo proposito, più di una volta Stefania ha raccontato di quando, in fase di transizione, era donna nell’aspetto ma non sui documenti, cosa che creava delle difficoltà nei Tribunali dove si recava per lavoro. Per questo erano andati dal Prefetto che ha fatto una sola domanda: ha chiesto se era brava perché il resto non contava, anzi, ne dovevano essere orgogliosi.

    Oggi Stefania è capo pattuglia, continua a servire lo Stato, ha una fidanzata, recita con una compagnia teatrale e ha nuova vita felice e normale, come dovrebbe essere per tutti.