Incidenti sul lavoro tra morti bianche e vittime del caporalato

Nel 2016 oltre mille i morti sul lavoro in Italia, ma in troppi non rientrano nelle statistiche ufficiali

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    Incidenti sul lavoro tra morti bianche e vittime del caporalato

    Si può collegare la morte dei migranti nell’incendio del ghetto di Rignano Garganico agli incidenti sul lavoro e alle morti bianche? Sì, perché anche le vittime del caporalato rientrano a pieno titolo tra i morti sul lavoro, anche se le statistiche ufficiali le ignorano. Se i due africani non avessero lavorato come schiavi degli agricoltori locali probabilmente non avrebbero fatto di quella maledetta baraccopoli la loro dimora, e oggi sarebbero ancora vivi. Il caporalato miete vittime così come i lavori regolari. Facciamo un viaggio tra i drammi dei lavoratori italiani, partendo dai dati dell’Inail sulle morti bianche e sugli infortuni sul lavoro, fino ad arrivare al caporalato in Italia e alla nuova legge per contrastarla.

    Secondo

    Nel complesso, rispetto al 2015 si è verificata una diminuzione di morti bianche del 14,7%. Un dato incoraggiante ma solo fino a un certo punto: le vittime restano ancora troppe. «La sicurezza sul lavoro è una priorità e costituisce il banco di prova dell’efficienza di un paese: sul tema non è accettabile alcun calo di attenzione da parte delle istituzioni e delle forze sociali – ha ammonito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – Qualsiasi incidente sul lavoro è un fatto intollerabile e anche una sola vittima infligge al corpo sociale una ferita non rimarginabile».

    Vega Engineering ha analizzato la situazione regione per regione, sottolineando come l’Emilia Romagna sia quella con il triste primato di 87 decessi in un anno. Uno in più di Veneto e Lombardia. Zero morti bianche invece in Valle d’Aosta. Analizzando invece le macroaree è emerso che è al Sud che si verificano più incidenti mortali: 164 in un anno. Segue il Nord-Est con 120.

    Dal punto di vista provinciale, Roma si conferma capitale anche delle morti bianche, con 35 decessi in un anno. Male anche Vicenza con 24 vittime, mentre Matera è la città al primo posto per quanto riguarda il rapporto tra numero di occupati e vittime. Il settore delle costruzioni è quello più pericoloso, con 109 casi corrispondenti al 14,6% del totale, seguito dalle attività manifatturiere (101 decessi, pari al 13,5% del totale). Analizzando nazionalità e sesso delle vittime, gli stranieri morti sul lavoro nel 2016 sono stati 115 (il 15,4% del totale), mentre le donne 48 (il 6,4% del totale, contro i 701 uomini che rappresentano la quasi totalità). La fascia di età più colpita risulta infine quella tra i 45 e i 54 anni.

    Morti bianche: Italia maglia nera in Europa

    L’Italia detiene il triste primato europeo per le morti bianche. Secondo i dati Eurostat (relativi al 2012) è il Paese europeo con più vittime sul lavoro: secondo l’analisi statistica della Commissione Europea nel 2012 sono state 718, contro le 567 della Germania, le 550 della Francia, le 338 della Spagna e le 172 della Gran Bretagna. I dati complessivi sono comunque allarmanti: ogni anno in Europa muoiono 4000 persone sul posto di lavoro e oltre tre milioni rimangono vittime di incidenti gravi. Tanto che il Programma Europeo 2014-2020 prevede misure per rendere il lavoro più sicuro, più sano e più produttivo.

    Nel mondo ogni minuto un morto sul lavoro

    «Conta fino a 24: in questo brevissimo tempo nel mondo è morto un lavoratore per una malattia professionale o un incidente sul lavoro, e ben 300 persone sono rimaste coinvolte in un incidente sul lavoro»: questi i dati riportati ad aprile 2016 dai sindacati dei lavoratori edili. Quello delle costruzioni è il settore più a rischio: «In totale ogni anno – hanno spiegato i sindacati – si registrano un milione e 300mila decessi sul lavoro; i casi di malattie professionali sono circa 160 milioni l’anno, gli incidenti sul lavoro non mortali sono oltre 300 milioni. Uno dei settori più colpiti resta l’edilizia, nel quale si verifica circa il 23% del totale degli incidenti. La prima causa di morte nei cantieri resta la caduta dall’alto».

    I dati dell’Osservatorio Indipendente di Bologna

    Ma torniamo ai dati sulle morti bianche in Italia nel 2016. Quelli dell’Osservatorio Indipendente di Bologna sono ben peggiori rispetto a quelli Inail. Parlano di oltre 1400 vittime, tra quelle morte sul posto di lavoro (641) quelle sulle strade e in itinere. I dati 2017 aggiornati al 2 marzo sono già pessimi: 301 i lavoratori morti per infortuni sul lavoro. Duecento di loro sono vittime di incidenti in strada. In dodici sono stati schiacciati dal trattore. Perché questi dati sono peggiori rispetto a quelli Inail? Perché tengono conto di tutti quegli incidenti che rimangono fuori dalle statistiche, in quanto non riconosciuti dall’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro e le malattie professionali. In post sul sito del 2 marzo l’Osservatorio attacca: «Gli artigiani di tantissime categorie muoiono numerosissimi, soprattutto nelle imprese appaltatrici, la strage riguarda anche un numero impressionante di Partite Iva che non sono inserite tra le morti sul lavoro nelle statistiche dell’Inail. E questo perché questo Istituto dello Stato monitora solo i propri assicurati. A questo istituto arrivano moltissime denunce per infortuni, anche mortali, che poi non vengono riconosciute come tali proprio per non avere questa assicurazione. Non sono assicurati all’Inail, quindi non esistono». E ancora: «Ogni anno circa il 30-40% delle denunce delle morti sul lavoro pervenute all’Inail non vengono riconosciute come tali. Molte altre morti per infortunio sulle strade e in itinere di lavoratori non assicurati a questo istituto non sono considerate da nessuno. Artigiani e tutti i lavoratori con partite Iva individuali, agenti di commercio, molti agricoltori schiacciati dal trattore non dipendenti, poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, soldati, ecc. Lavoratori in nero. Lavoratori che non hanno neppure “l’onore” di essere considerati come tali, “morti sul lavoro”».

    Tantissime vittime restano quindi all’oscuro: a morire sono abusivi, clandestini, braccianti agricoli, muratori assoldati a giornata e lasciati lavorare a nero senza le dovute condizioni di sicurezza, abbandonati per strada se feriti o moribondi. Basti pensare ai punti di raccolta che ogni mattina, al sorgere del sole, si improvvisano nelle grandi città, dove eserciti di disperati, provenienti dall’Africa o dell’Europa dell’Est, aspettano i padroni che li faranno lavorare senza diritti e assicurazioni, per pochi spiccioli. E se succedono incidenti, sono fattacci loro, e le vittime nei dati ufficiali non appariranno mai.

    Il caporalato in Italia

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    Ed ecco che arriviamo al caporalato, una delle schiavitù del nuovo millennio. In Italia il fenomeno, spesso collegato alle organizzazioni malavitose, è aumentato progressivamente con l’immigrazione, clandestina e non. I disperati che accettano di lavorare per pochi spiccioli, ore e ore sotto il sole cocente o al freddo, per i caporali schiavisti rappresenta un ghiotto affare. Manodopera in nero a costo bassissimo. Negli ultimi anni i ghetti degli schiavi sono finiti nelle cronache. Il caporalato è molto diffuso in Puglia, ad esempio tra i campi di pomodori del foggiano. “Gran Ghetto“: così è stata chiamata la baraccopoli sorta nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico, dove centinaia di migranti occupati nelle campagne circostanti vivevano in condizioni disumane. «Non avevo mai visto niente di simile, eppure ne ho visti di luoghi dove la condizione di sfruttamento dell’uomo è oltre ogni limite», aveva raccontato il fotografo piemontese Maurizio Faraboni dopo un reportage. È qui che il 2 marzo 2017 sono morti due cittadini del Mali, Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, in seguito a un incendio forse doloso.

    Sempre nel foggiano si trova il “Ghetto dei Bulgari”, casa di 800 rom bulgari che lavorano per i caporali pugliesi. La baraccopoli sorge ad appena venti chilometri da Foggia, dalle parti di Borgo Mezzanone. Se ci spostiamo in Calabria, ecco il ghetto di Rosarno, dove migliaia di migranti africani vivono con la speranza quotidiana di essere assoldati per raccogliere le arance nella Piana di Gioia Tauro. Questo ghetto finì sulle prime pagine nel 2010 quando gli extracomunitari si ribellarono ai caporali e scoppiarono tensioni anche con gli abitanti. L’inchiesta fece luce su una situazione di vera e propria schiavitù: furono arrestati trenta caporali che costringevano i braccianti a lavorare fino a 15 ore al giorno in condizioni disumane e per pochi soldi.

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    A giugno 2016, sempre a Rosarno, il dramma di un migrante ucciso da un carabiniere. «Il caporalato e il lavoro nero e grigio sono diffusi tra tutti i lavoratori agricoli, anche italiani e siciliani, ma ha una maggiore rilevanza tra gli stranieri, perché lo sfruttamento è maggiore, fino ad arrivare quasi a una nuova schiavitù», raccontò una esponente del sindacato Uila (Unione Italiana dei Lavoratori Agroalimentari), a proposito dello sfruttamento dei caporali siciliani.

    La legge contro il caporalato

    Il 19 ottobre del 2016 è stata finalmente approvata la nuova legge contro il caporalato, che prevede l’inasprimento delle pene per i caporali, ma anche per gli intermediari illegali, la confisca dei beni come avviene con le organizzazioni mafiose, l’arresto in flagranza, indennizzi per le vittime e un piano di interventi per l’accoglienza dei lavoratori agricoli. Il provvedimento, voluto dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, riformula il reato di caporalato e prevede, per i datori di lavoro e per gli intermediari che sfruttano i lavoratori, approfittando del loro stato di bisogno, la reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. «Lo Stato risponde in maniera netta e unita contro il caporalato con questa nuova legge attesa da almeno cinque anni – ha dichiarato soddisfatto il ministro Martina – Ora abbiamo più strumenti utili per continuare una battaglia che deve essere quotidiana, perché sulla dignità delle persone non si tratta. E l’agricoltura si è messa alla testa di questo cambiamento che serve anche a isolare chi sfrutta e salvaguardare le migliaia di aziende in regola che subiscono una ingiusta concorrenza sleale».