Eutanasia: in Italia è legale solo soffrire fino a perdere la dignità

La vergogna di una politica che, sui temi etici, non ha mai il coraggio di guardare in faccia chi soffre

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    Eutanasia: in Italia è legale solo soffrire fino a perdere la dignità

    L’eutanasia in Italia è la dimostrazione dello scollamento tra la politica e la società civile. Mentre oltre il 60 percento degli italiani è favorevole alla legge e anzi la aspetta da anni, (addirittura il 77% nell’ultimo sondaggio dell’associazione Luca Coscioni-SWG), la politica ha rinviato per la terza volta la discussione sulla proposta di legge del testamento biologico, lasciando centinaia di malati al loro destino, soli contro mali incurabili e sofferenze indicibili. Tra loro c’è anche Dj Fabo, di cui avevamo già raccontato la vicenda: a nulla è valso il suo appello disperato. Dopo tre anni di buio e dolore, è dovuto andare in Svizzera, dove l’eutanasia è legale dal 1942, per poter scegliere una morte dignitosa, “senza l’aiuto del mio Stato”, come ha detto lui stesso nell’ultimo messaggio affidato al web. Possibile che in Italia sia legale solo soffrire fino a perdere la dignità?

    I nostri politici, anche quelli nuovi che dovevano cambiare la politica, hanno scelto di non legiferare mai sul fine vita. Della situazione di Fabo e di quelle di altre centinaia di malati terminali che anche oggi soffrono è responsabile la classe politica e una cultura intrisa del peggior sentimento pseudo religioso che fa del dolore un dogma.

    EUTANASIA IN ITALIA, I CASI CHE HANNO SCONVOLTO L’OPINIONE PUBBLICA ITALIANA

    Se in Italia si è parlato di eutanasia e testamento biologico è stato grazie al coraggio, quello sì sovrumano, di chi ha chiesto di poter scegliere, di poter staccare la spina da una vita che non era più tale. Lo ha fatto il caso di Eluana Englaro e la lotta caparbia del padre, Beppino Englaro, lo ha fatto Piergiorgio Welby e Luca Coscioni e ora l’ha fatto anche Fabiano Antoniani, il vero nome di dj Fabo, che ha raccontato la sua disperazione e il suo dolore nel tentativo di smuovere le coscienze dei paludati politicanti di mestiere.

    Invece, come è sempre avvenuto in questo Paese, il suo appello è caduto nel vuoto, con la beffa dell’ennesimo rinvio per la legge sul testamento biologico, costringendolo ad andare in un’altra nazione, a morire lontano da casa, pur di mettere fine alle sue sofferenze.

    Ancora non era arrivata la notizia della sua morte che già Paola Binetti, l’ultras cattolica della politica nostrana, tuonava contro l’esposizione mediatica del caso di dj Fabo. “Come spesso accade con una regia mediatica sempre a grande effetto, è dall’area radicale, guidata da Marco Cappato, che scatta la provocazione politica“, ha dichiarato l’onorevole dell’UdC, che ha aggiunto come “sul Ddl in discussione alla Camera è stata fatta fin dal primo momento una opzione chiara e forte: no all’eutanasia, di qualunque tipo e specie, attiva o passiva; no al suicidio assistito“.

    Quanta ipocrisia in queste parole. Solo nel 2016 50 italiani sono andati in Svizzera per morire con dignità, come ha ricordato all’Adnkronos Emilio Coveri, presidente di Exit Italia (Associazione italiana per il diritto a una morte dignitosa). L’associazione, ha continuato Coveri, riceve 90 chiamate al mese per richiesta di informazioni su come valicare il confine e poter accedere all’eutanasia legale. “Mi è capitato anche di ricevere due richieste per pazienti minorenni, da parte di genitori disperati”, ha proseguito Coveri che ha citato un altro dato importante: “Il 20-30% dei casi riguardano malati psichici, situazioni che nemmeno la Svizzera riesce ad affrontare bene, perché è davvero difficile capire malattie di questo tipo. Lo stesso problema si presenta per i minori, per i quali la ‘dolce morte’ non è consentita oltre confine”.

    Solo in Belgio è infatti possibile accedere all’eutanasia anche per minorenni e per pazienti afflitti da patologie psichiche (anche Olanda e Lussemburgo hanno legalizzato l’eutanasia): il caso del minorenne e della 24enne affetta da depressione hanno fatto il giro del mondo, scatenando opposte reazioni.

    L’eutanasia in Italia esiste già

    In tutto questo, l’eutanasia di fatto esiste già anche in Italia. Non si tratta solo della “sedazione palliativa profonda“, come avvenuto nel caso di Dino Bettamin, il 70enne malato di Sla di Treviso, che ha chiesto di essere addormentato finché non è sopraggiunta la morte, senza quindi essere nutrito e idratato. Il caso ha riempito le pagine dei media perché era il primo malato di Sla a chiederla, non perché fosse una novità: si tratta infatti di un’opzione prevista dai protocolli ministeriali della terapia palliativa o terminale che viene usata (o dovrebbe essere usata) nei casi di malati terminali.

    Succede anche nei casi di malati di tumore, anche minorenni: quando non c’è più nulla da fare, si inizia la terapia del dolore palliativa, aumentando le dosi di morfina fino a sedare completamente il paziente in modo che non senta più nulla, addormentandolo fino al sopraggiungere della morte. Non che qui sia tutto semplice se è vero che, a fronte di un servizio di Hospice (cioè di cure palliative terminali) all’avanguardia, i dati della Fondazione cure palliative riportati da La Stampa, dicono che “solo il 30% dei pazienti oncologici riesca ad accedere ai servizi dei quali avrebbe diritto”.

    L’eutanasia è una cosa diversa. È la possibilità di poter scegliere di morire senza attraversare le fasi del dolore indicibile, quando non ti rimane più nulla, neanche la dignità. Chi ha visto l’agonia di un malato terminale o chi assiste tutti i giorni un proprio caro affetto da malattie incurabili, lo sa, ma ha le mani legate dalla legge, a meno di non essere “fortunati” e trovare un medico che faccia quell’ultima iniezione, come avviene già, lontano dai riflettori. Altrimenti, lo Stato italiano dà solo due opzioni a chi non vuole più soffrire: suicidarsi, come fece il grande regista Mario Monicelli, o andare in Svizzera.

    L’ipocrisia della politica sull’eutanasia

    Di fronte a temi etici fondamentali per tutti noi, la politica si è sempre tirata indietro. Destra e sinistra hanno preferito voltare le spalle ai più deboli, ai più indifesi degli indifesi, pur di non perdere neanche un voto dei cattolici. E questo nonostante la maggior parte degli stessi cattolici sia a favore dell’eutanasia. È l’esatta rappresentazione dello scollamento tra i “palazzi”, della politica e delle gerarchie ecclesiastiche, dalla società civile.

    Chiariamo: i vescovi fanno il loro mestiere opponendosi all’eutanasia. Chi non lo fa sono i politici, anche quelli cattolici. Fino a prova contraria, l’Italia è uno stato laico, senza alcuna religione di Stato: Roma non è Teheran e la morale cattolica non deve essere imposta a chi cattolico non è, come tanti italiani, o a chi è cattolico ma soffre talmente tanto che non ne può più. Lo Stato deve garantire la libertà di scelta di fronte alla sola cosa che accomuna tutti noi: la morte.

    Chi vuole rimanere attaccato alle macchine fino all’ultimo respiro ne ha tutto il diritto e lo può fare perché esistono i mezzi medici e sociali dello Stato, cioè di tutti noi, anche di chi non ha certe credenze. Chi invece non vuole più soffrire o vuole affrontare la morte con dignità non può farlo perché la politica gli nega di usare quegli stessi mezzi.

    Nessun parlamento italiano, non solo quello attuale, ha voluto affrontare il tema dell’eutanasia. Non si è riusciti neanche a fare una legge sul testamento biologico che comunque, per com’è formulata, non avrebbe dato a Dj Fabo il diritto a una fine dignitosa. Sarebbe ora che la politica uscisse dal palazzo e si mettesse a fare il suo dovere, legiferando sui temi cruciali della vita, anche quelli più scomodi.