I fantasmi di Portopalo, quale dovrebbe essere la trama della fiction con Beppe Fiorello per rappresentare la realtà

I fantasmi di Portopalo, quale dovrebbe essere la trama della fiction con Beppe Fiorello per rappresentare la realtà

Con il naufragio della F174 la tragedia assunse i contorni della vergogna

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    I fantasmi di Portopalo, quale dovrebbe essere la trama della fiction con Beppe Fiorello per rappresentare la realtà

    I fantasmi di Portopalo”, titolo della fiction con Beppe Fiorello in onda il 20 e il 21 febbraio su Rai 1, sono diventati «i fantasmi dell’Europa». Lo aveva scritto il giornalista Giovanni Maria Bellu nell’omonimo libro pubblicato nel 2004, che ha liberamente ispirato la miniserie televisiva che, avendo per trama una storia vera, ha ottenuto il patrocinio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

    Perché “I fantasmi di Portopalo” esistono davvero, sono rimasti nelle acque del Canale di Sicilia fin dalla tragica notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1996 quando, al largo di Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa, avvenne uno dei peggiori naufragi del Mediterraneo. In quella che fu denominata anche Strage di Natale, morirono quasi trecento migranti affondati a bordo della F174. I fantasmi di Portopalo sono loro e albergano nella coscienza degli abitanti di quel paesino e delle autorità italiane che, per motivi economici e politici, hanno negato a lungo la tragedia. La trama della fiction con Beppe Fiorello racconta anche questo.

    La F174 era una carretta del mare che trasportava clandestini provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka che, come tutti i migranti, avevano affrontato quel viaggio della speranza con il sogno di una vita migliore. Il viaggio era cominciato dal Cairo dove, dopo aver consegnato un migliaio di dollari a testa agli scafisti, erano stati sistemati su una prima nave. L’imbarcazione Yohan era partita dopo dodici giorni, periodo in cui i migranti erano stati rinchiusi nella stiva come animali, con poca acqua e poco cibo. Pochi giorni dopo la partenza i clandestini, diventati ormai 470, furono trasbordati sulla F174, un battello maltese in pessimo stato, senza condizioni di sicurezza. Durante il trasbordo si aprì uno squarcio nella prua, tanto che la F174 richiamò la Yohan per essere soccorsa. A causa della burrasca in mare, però, le navi si scontrarono. La F174 si spaccò in tre e affondò nel Canale di Sicilia.

    I superstiti furono scaricati in Grecia e segregati, affinché non raccontassero a nessuno l’accaduto.

    La tragedia assunse quindi i contorni della vergogna. Alcuni clandestini riuscirono a fuggire e ad andare dalla polizia greca. Raccontarono tutto ma, non creduti, furono arrestati. In Italia a portare alla luce il «naufragio fantasma» fu il giornalista Giovanni Maria Bellu. Scoprì alcuni retroscena agghiaccianti: nei giorni successivi alla tragedia i pescatori di Portopalo avevano ritrovato tanti cadaveri ma li avevano rigettati in mare per evitare interrogatori, sequestri e operazioni della polizia che avrebbero danneggiato l’economia locale. I soldi più importanti di quasi trecento vite spezzate. Anche le autorità italiane all’inizio tentarono di negare la tragedia, altrimenti si sarebbe potuto creare un caso internazionale e gli altri paesi della UE avrebbero potuto considerare l’Italia come ponte per l’ingresso in Europa.

    Il relitto venne finalmente ritrovato nel giugno del 2001, grazie alla testimonianza di un pescatore, Salvatore Lupo, che aveva rotto il muro dell’omertà raccontando il luogo preciso del naufragio. Questa la testimonianza di Bellu su Repubblica il giorno in cui il relitto fu mostrato al mondo: «Abbiamo trovato la nave del ‘naufragio fantasma’ nelle acque internazionali a diciannove miglia da Portopalo di Capo Passero, estremo lembo meridionale della Sicilia e dell’Italia. Abbiamo scoperto il più grande cimitero del Mediterraneo: decine e decine di scheletri avvolti negli stracci a 108 metri di profondità, nel punto del Canale di Sicilia dove da anni i pescherecci di Portopalo non andavano più per non rischiare di lacerare le paranze».

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