Palme in Duomo a Milano: non è la prima volta che un’installazione pubblicitaria scatena le polemiche

Sei anni fa il caso della casetta bianca di Tommy Hilfiger

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    Palme in Duomo a Milano: non è la prima volta che un’installazione pubblicitaria scatena le polemiche

    Non sono state le palme le prime a scatenare polemiche per un’installazione pubblicitaria in piazza Duomo a Milano. Prima degli alberi esotici, sei anni fa, era stata una casetta di legno bianca a far storcere il naso ai puristi dell’urbanistica. Erano i tempi in cui il noto marchio di abbigliamento Tommy Hilfiger girava il mondo con un temporary store nelle piazze delle principali città del mondo. Tra cui, il 19 giugno del 2011, la città della Madonnina. Come location l’azienda americana non poteva che scegliere piazza Duomo.

    Erano ancora lontani i tempi in cui Starbucks, la multinazionale delle caffetterie, avrebbe deciso di aprire il primo negozio in Italia a Milano, a due passi dal Duomo, nel 2018. E così, in un’operazione di marketing, ha deciso di sponsorizzare l’installazione delle palme affidando il progetto dell’architetto milanese Marco Bay. Apriti cielo. Accanto alle critiche costruttive («Milano non è Miami. Credo che voler dare un tocco esotico a piazza Duomo sia una scelta azzardata», ha commentato Francesca Neonato, architetto paesaggista milanese) ecco le immancabili associazioni tra palme, banane e africani. «Palme e banani in piazza Duomo? Follia. Mancano sabbia e cammelli, e i clandestini si sentiranno a casa», ha urlato sui social Matteo Salvini, invocando la motosega (sì, dopo la ruspa è tempo della motosega). Seguito a ruota da Riccardo De Corato di Fratelli d’Italia: «Si completa l’africanizzazione di Milano».

    La casetta di Tommy Hilfiger a Milano

    Ma torniamo all’estate 2011. All’epoca nessuna esternazione razzista, anche perché la casetta Preppy House di Hilfiger non rimandava all’Africa (in realtà nemmeno le palme lo fanno, ma andatelo a spiegare a Salvini) ma all’East Coast degli Stati Uniti. La casetta bianca con le persiane blu scelta come temporary store itinerante rimandava infatti a quelle che si vedono passeggiando sulle spiagge di Cape Cod, la riviera di Boston. A protestare fu l’allora nuovo assessore alla Cultura Stefano Boeri (silurato dal sindaco Giuliano Pisapia due anni più tardi): «Mai più negozi in Duomo, non si svende il cuore di Milano».

    Secondo l’assessore, ma anche architetto e urbanista, l’ambientazione della riviera bostoniana nulla c’entrava con l’urbanistica milanese. Vedere in piazza Duomo una casetta di legno con prato verde e staccionata bianca, secondo lui, era un pugno in un occhio: «Lo show room a forma di cottage che interrompe la prospettiva e il cammino tra piazza Duomo e piazza Diaz è una volgarità inutile e dannosa per Milano, per la moda e per lo stesso Tommy Hilfiger. Non si può scambiare la presenza di un’opera seppur bellissima con la svendita (seppure temporanea) di un pezzo del cuore di Milano. Si possono fare cose belle, utili, anche spregiudicate senza cadere così in basso». Tommy Hilfiger non rispose alla provocazione, smorzando i toni. Anche perché l’obiettivo pubblicitario l’aveva raggiunto. Sarà più difficile smorzare i toni per Starbucks, dopo che i vandali hanno bruciato le palme della discordia.