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Stefano Cucchi: chiesto processo per 5 carabinieri, 3 sono accusati di omicidio preterintenzionale

Stefano Cucchi: chiesto processo per 5 carabinieri, 3 sono accusati di omicidio preterintenzionale

Svolta nel caso del giovane morto in circostanze sospette

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    Stefano Cucchi: chiesto processo per 5 carabinieri, 3 sono accusati di omicidio preterintenzionale

    La Procura di Roma ha chiesto che venga celebrato il processo a cinque carabinieri coinvolti nell’arresto e nella morte di Stefano Cucchi, deceduto nel febbraio del 2009 all’ospedale Pertini, sei giorni dopo il suo fermo. A tre di loro, Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, è stato contestato il reato di omicidio preterintenzionale e il reato di abuso di autorità. Per altri due carabinieri si richiede il giudizio per i reati di calunnia e di falso. Si tratta di Roberto Mandolini, comandante interinale della stazione Appia, e ancora di Tedesco, mentre l’accusa di sola calunnia è contestata al carabiniere Vincenzo Nicolardi.

    Si è conclusa dunque la fase preliminare dell’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi che ha indicato come responsabili delle violenze che hanno portato al decesso del geometra romano tre dei cinque carabinieri indagati. Gli altri due carabinieri indagati nell’inchiesta dovranno rispondere a vario titolo di calunnia e falso nel verbale di arresto. Il pm responsabile dell’indagine, Giovanni Musaro’, ha ritenuto infondata l’ipotesi della morte per epilessia emersa dalla perizia d’ufficio disposta dal giudice in sede di incidente probatorio.

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    Stefano Cucchi venne arrestato il 15 ottobre del 2009 a Roma perché aveva con se’ 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Quella notte, i carabinieri si recarono con lui a casa per perquisirla, ma non trovando altra droga portarono il giovane in caserma Appio-Claudio, chiudendolo in una cella di sicurezza. La mattina successiva, nell’udienza del processo per direttissima, Stefano aveva difficoltà a camminare e parlare e mostrava evidenti ematomi agli occhi e al volto che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalidò l’arresto fissando una nuova udienza. Nell’attesa, Stefano Cucchi venne rinchiuso nel carcere di Regina Coeli.

    Il 17 le sue condizioni di salute subirono un peggioramento. Visitato all’ospedale Fatebenefratelli, gli furono riscontrati: lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale.

    Venne chiesto il ricovero, ma Stefano non voleva. Rimandato in carcere per poi essere ricoverato di nuovo, presso l’ospedale Sandro Pertini, il ragazzo morì il 22 ottobre. Solo a questo punto, dopo vani tentativi, i suoi familiari riescono a ottenere l’autorizzazione per vederlo: il corpo pesa meno di 40 chili e presenta evidenti segni di percosse. Cominciano le indagini.

    Nel gennaio 2011 vennero rinviate a giudizio 12 persone: sei medici dell’ospedale Pertini, tre infermieri dello stesso ospedale, e tre guardie carcerarie. Nel giugno del 2013 la terza corte d’assise condannò cinque medici e assolse gli altri imputati. Nel 2014, nel processo d’appello, gli imputati vennero tutti assolti, e nel dicembre del 2015 la Cassazione decise per un nuovo processo d’appello ai cinque medici, che si è concluso con una nuova assoluzione per il personale sanitario. Ora la richiesta di rinvio a giudizio, nell’ambito dell’inchiesta bis, che apre la strada al quinto processo sulla morte del giovane.

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    Secondo le ”nuove accuse” Stefano Cucchi fu colpito dai tre carabinieri, indagati per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, che lo avevano arrestato con “schiaffi, pugni e calci”. È quanto si legge nell’avviso di chiusura indagine della procura di Roma firmato da Giuseppe Pignatone e Giovanni Musaro’.

    I tre carabinieri sono Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco. Quest’ultimo risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, risponde di calunnia con gli altri due, nei confronti degli eventi di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso del prima inchiesta.

    Il pestaggio, per l’accusa, causò tra l’altro “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale” provocando sul giovane “lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso in specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte”.

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    Su Facebook Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, aveva pubblicato un commento poco dopo la decisione della Procura di Roma che contesta il reato di omicidio preterintenzionale a tre dei carabinieri che arrestarono il geometra di 32 anni deceduto il 22 ottobre del 2009: “I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso; voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia”. Cucchi ha dunque voluto ringraziare l’avvocato Fabio Anselmo che sta combattendo con lei la battaglia per la verità.

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