Operatrici sociali vittime violenza e senza tutele

Gli ultimi casi pongono l'interrogativo: queste violenze si possono prevenire?

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    Operatrici sociali vittime violenza e senza tutele

    I recenti casi di operatrici sociali vittime dei migranti (e non solo) nei centri di accoglienza o in comunità di recupero pongono un interrogativo: questo tipo di violenza si può prevenire? Sia chiaro, il problema non sono né gli immigrati né i rifugiati: i casi che li riguardano sono isolati e non esiste nessun allarmismo. Così come i protagonisti di un altro caso (di cui parleremo sotto) sono ragazzini italiani e rom. La questione è un’altra.

    Centri di accoglienza e comunità di recupero sono luoghi dove il rischio di imbattersi in persone con problemi psichici è molto elevato. Lo ha affermato (limitatamente ai primi) Medici senza Frontiere ad agosto: più della metà dei rifugiati arrivati in Italia presenta problemi di salute mentale. Quasi tutti a causa di eventi traumatici subiti nei luoghi dove avevano vissuto. Lanciando un allarme: in queste strutture gli psichiatri mancano o sono insufficienti, e in questo modo prevenire comportamenti violenti da soggetti a rischio è difficile.

    Il risultato è che spesso operatori e operatrici sociali, animati da buone intenzioni, vengono mandati allo sbaraglio in luoghi potenzialmente rischiosi. Gli ultimi casi di cronaca nera (senza dimenticare il ghanese che anni fa uccise a picconate tre passanti) confermano che, pur senza voler lanciare allarmismi, il problema non va sottovalutato.

    Giugliano: nigeriano sequestra e violenta un’operatrice

    L’ultimo caso è del primo febbraio, quando da Giugliano, provincia di Napoli, arriva la notizia di un 25enne nigeriano, ospite di un centro di accoglienza, che ha sequestrato e violentato un’operatrice. Secondo le ricostruzioni dei carabinieri, l’uomo avrebbe fatto irruzione nell’ufficio di una donna di 62 anni, cominciando ad abusare di lei. A salvarla una collega.

    Brescia: l’omicidio di Nadia Pulvirenti

    A gennaio abbiamo scritto dell’omicidio di Nadia Pulvirenti, assistente psichiatrica di 25 anni uccisa da un paziente all’interno della comunità di recupero in cui lavorava come volontaria. Siamo alla Cascina Clarabella di Iseo, vicino Brescia. A ucciderla un egiziano, regolarmente residente in Italia ma con problemi psichici, in preda a un raptus seguito a una lite per futili motivi. «Nadia era una persona eccezionale – ha raccontato un amico – l’ho sempre vista sorridere e mettersi a disposizione del prossimo. Siamo disperati. Ancor più deve disperarsi la società, perché Nadia era nata per fare del bene al prossimo. Non si risparmiava in nulla». Eppure è finita vittima del prossimo per cui non si era risparmiata.

    Busto Arsizio: violenza sessuale di gruppo su educatrice

    Un altro caso arriva da Busto Arsizio, in Lombardia, dove a maggio alcuni ragazzini di appena 14 anni hanno violentato un’educatrice all’interno di una comunità di recupero. La vittima, 30 anni, ha raccontato di essere rimasta in balia del gruppo per tutta la notte. I quattro (tre italiani e un rom con gravi problemi comportamentali e sessuali) l’hanno insultata, minacciata, umiliata sporcandola di urina e stuprata. E traumatizzata, visto che la vittima ci ha messo diverse settimane per denunciare la violenza. Violenza subita da coloro che aveva deciso di aiutare. Si poteva prevenire? Forse sì, evitando di lasciare da sola una ragazza, nel turno di notte, in balia di soggetti a rischio.