Delitto di Garlasco: ricostruzione dell’omicidio di Chiara Poggi e storia del processo a Alberto Stasi

Delitto di Garlasco: ricostruzione dell’omicidio di Chiara Poggi e storia del processo a Alberto Stasi
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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 25/01/2017 13:00

    La Corte d’Appello di Brescia ha respinto l’istanza di revisione del processo sull’omicidio di Chiara Poggi, dichiarando non luogo a procedere. La richiesta era stata depositata dai legali della famiglia Stasi, lo scorso dicembre. In base a una nuova perizia, condotta da un genetista su incarico dello studio legale Giarda, le tracce di DNA ritrovate sotto le unghie della ragazza non apparterrebbero a Stasi, bensì a un giovane che Chiara Poggi conosceva. La Procura di Pavia, sul finire del 2016, aveva accolto l’esposto della mamma di Alberto Stasi e aveva iscritto nel registro degli indagati, un amico del fratello di Chiara Poggi, Andrea Sempio (scoprite qui chi è), aprendo una seconda inchiesta.
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    Chiara Poggi era un’impiegata 26enne laureata in Informatica e questa è la storia del suo omicidio: Chiara viene trovata morta il 13 agosto del 2007 nella villetta di Garlasco (Pavia) nella quale abitava con i genitori. A dare l’allarme il fidanzato di Chiara, Alberto Stasi, che allora aveva 24 anni e stava per laurearsi all’Università Bocconi di Milano. Stasi dichiara di aver rintracciato il cadavere della fidanzata sulle scale della cantina. Viene escluso l’omicidio per rapina, in quanto non mancano oggetti di valore. Il giovane è sottoposto ad un interrogatorio di 12 ore e dopo una settimana riceve un avviso di garanzia per omicidio volontario. Gli investigatori sono convinti che a compiere il delitto sia stata una persona che la vittima conosceva bene. Una vicina di casa ha riferito che la mattina precedente aveva visto una bicicletta nera nei pressi della villetta. L’autopsia ha stabilito che Chiara è stata colpita ripetutamente con un oggetto contundente, un martello o un bastone. Tuttavia l’arma del delitto non è stata mai trovata.

    Il 17 dicembre 2009 si conclude il processo di primo grado, caratterizzato da moltissime perizie. Alberto Stasi viene dichiarato innocente per insufficienza di prove. Nel corso del processo l’accusa richiede molti accertamenti per confermare la responsabilità di Stasi. La difesa, tuttavia, riesce a scagionare il ragazzo. Nel frattempo i rapporti fra Stasi e la famiglia di Chiara Poggi si deteriorano progressivamente fino a raggiungere la rottura totale: la famiglia della ragazza uccisa dichiara a più riprese di credere nella colpevolezza di Stasi. Dopo l’assoluzione in promo grado i coniugi Poggi chiedono l’appello il 30 aprile del 2010.

    Alberto Stasi viene assolto anche in appello: I giudici Anna Conforti e Franco Tucci, oltre che quelli popolari, credono all’innocenza del giovane confermando in questo modo la sentenza di primo grado. L’accusa aveva chiesto 30 anni di carcere per Stasi. Nonostante i giudici potessero decidere per la riapertura del dibattimento e per eseguire ulteriori accertamenti, scelgono di arrivare direttamente alla sentenza.

    La suprema Corte di Cassazione decide che il processo è da rifare in quanto le dichiarazioni di Alberto Stasi vengono ritenute incongruenti e le sue omissioni vengono giudicate sospette. Secondo la Cassazione la ricostruzione dei fatti non consente di giungere ad un verdetto attendibile, né nel senso dell’assoluzione né in quello della condanna. La Cassazione impone un nuovo esame degli indizi, perché non ci sarebbe stato un approccio coerente. In particolare si richiede di valutare nuovamente due indizi specifici: la bicicletta nera della famiglia Stasi alla quale Alberto avrebbe sostituito i pedali e il capello castano che è stato rintracciato nella mano della vittima durante l’autopsia.

    E’ stata la Corte d’Assise d’Appello di Milano a decidere di riaprire il processo che vede come imputato Alberto Stasi. I giudici hanno voluto un rinnovo dibattimentale, con l’integrazione di altri esami. L’accusa e la parte civile puntavano sulla ripetizione di alcuni accertamenti. In particolare volevano che fossero ripetuti l’esperimento della camminata di Stasi sulla scena del crimine e le analisi sui pedali della bicicletta nera da donna, di cui era stato chiesto il sequestro sulla base della testimonianza di una vicina di casa.

    Il 17 dicembre 2014 Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni per il delitto di Garlasco, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e con l’obbligo di risarcire la famiglia della vittima con un milione di euro. Quando hanno sentito la sentenza di condanna, i genitori di Chiara Poggi si sono commossi. A inchiodare l’imputato sono state le impronte di 4 dita intrise di sangue, che l’assassino ha lasciato sulla maglia del pigiama di Chiara, ma che poi sono state cancellate da chi ha rimosso il cadavere. Sono stati rivalutati anche i due graffi sull’avambraccio di Stasi, giudicati compatibili con una colluttazione e che sono stati notati dai carabinieri a poca distanza dal delitto. In seguito, gli avvocati di Stasi hanno presentato alla Cassazione un ricorso di 360 pagine firmate dal professor Angelo Giarda affiancato dal figlio Fabio e dall’avvocato romano Antonio Albano. Leggi nella pagina successiva le motivazioni di questa sentenza di condanna.

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    Chiara Poggi fu uccisa da Alberto Stasi perché era diventata “inutile e pericolosa”. È un passaggio delle motivazioni depositate dalla Corte d’Appello di Milano in merito alla condanna a 16 anni per la morte della giovane. Secondo i giudici, la “sola vittima” dell’omicidio di Garlasco è Chiara, “uccisa a 25 anni dall’uomo di cui si fidava e a cui voleva bene, che l’ha fatta definitivamente ‘scomparire’ in fondo alle scale”, non certo Stasi, come ha invece dichiarato la difesa in Aula, definendolo vittima di una persecuzione giudiziaria. Nelle oltre 1409 pagine, il magistrato Barbara Bellerio che ha redatto le motivazioni, chiarisce cosa ha portato la Corte a condannare l’ex fidanzato della vittima, assolto in due gradi di giudizio prima dell’Appello bis. “Alberto Stasi ha ucciso Chiara perché era diventata pericolosa”, inutile e scomoda per aver scoperto le perversioni legate alla pornografia, cosa che avrebbe rovinato anche la futura carriera dello studente bocconiano. Per questo andava eliminata: Alberto sapeva che la mattina del 13 agosto 2007, Chiara era sola in casa. Ha suonato alla porta, è entrato e l’ha uccisa, lasciandola sulle scale. È poi tornato alla villa, ha finto di trovare il corpo e ha chiamato le autorità. Dopo aver commesso il delitto “l’imputato è riuscito con abilità e freddezza a riprendere in mano la situazione e a fronteggiarla abilmente, facendo le sole cose che potesse fare, quelle di tutti i giorni: ha acceso il computer, visionato immagini e filmati porno, ha scritto la tesi, come se nulla fosse accaduto”, scrivono i giudici. A togliere “ogni ragionevole dubbio” sulla sua colpevolezza, sono state le indagini aggiuntive fatte per il procedimento. La mancanza di tracce è il punto chiave: le nuove perizie per esempio hanno dimostrato che era praticamente impossibile non sporcarsi le scarpe. Non si negano gli errori e le criticità delle indagini precedenti: questi però sono dovuti “non solo all’inesperienza degli inquirenti”, ma anche all’intervento di Stasi che è riuscito “in molte occasioni (…) personalmente e non solo ad indirizzare e a ritardare le indagini in modo determinante e a sé favorevole (quindi sostanzialmente fuorviante)”, tale da portare alle prime due assoluzioni.

    Delitto di Garlasco: si apre il processo di appello bis a carico di Alberto Stasi

    Il 12 dicembre del 2015 la sentenza della Cassazione, a otto anni dall’omicidio della ragazza avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, ha confermato nei confronti di Alberto Stasi la condanna a 16 anni per omicidio, chiudendo definitivamente una vicenda processuale durata quasi 10 anni, nel corso della quale Stasi è stato anche assolto due volte. ‘Ciascun indizio risulta integrarsi perfettamente con gli altri come tessere di un mosaico che hanno contribuito a creare un quadro d’insieme convergente verso la colpevolezza di Alberto Stasi oltre ogni ragionevole dubbio’, ad affermarlo è stata la Cassazione nelle motivazioni delle sentenza di condanna dell’assassino di Chiara Poggi. E aggiunge: ‘Alberto Stasi agì con dolo d’impeto e senza alcuna programmazione preventiva: la sua condotta va inquadrata come risposta immediata o quasi immediata ad uno stimolo esterno…. Chiara fu uccisa da Alberto con un’azione connotata da un rapido susseguirsi di colpi di martello al capo della vittima, sferrati all’ingresso dell’abitazione, con rabbia ed emotività’, quindi conclude: ‘L’omicidio avvenne all’interno di un rapporto di intimità scatenante una emotività’. Alberto Stasi sta attualmente scontando la sua pena detentiva nel carcere di Bollate.

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    La Procura di Pavia, sul finire del 2016, aveva accolto l’esposto della mamma di Alberto Stasi e aveva iscritto nel registro degli indagati, un amico del fratello di Chiara Poggi, Andrea Sempio (scoprite qui chi è), aprendo una seconda inchiesta.
    Il 2017 si è aperto con le dichiarazioni dell’ex ufficiale del Ris di Parma e oggi direttore della sezione di genetica forense al laboratorio Genoma di Milano, Pasquale Linarello: ‘Quattordici regioni su 17 del Dna presente sulle unghie di Chiara Poggi sono perfettamente sovrapponibili al profilo genetico del ramo maschile della famiglia di Andrea Sempio, il giovane indagato dalla Procura di Pavia in una nuova inchiesta per l’omicidio della ragazza’.
    Aveva poi spiegato nel dettaglio la tecnica utilizzata: ‘Il materiale biologico era non sotto, ma sulle unghie della ragazza. E Francesco De Stefano, incaricato della perizia dai giudici di Milano nel 2014, le analizzò con il metodo del ‘lavaggio’, immergendo le unghie in un liquido speciale. Quindi quelle tracce provenivano da un contatto e non da un tentativo di difesa della vittima. Io ho fatto la comparazione, partendo dai cosiddetti dati grezzi, fra il risultato della perizia-De Stefano e un profilo genetico che mi era stato consegnato dalla difesa di Stasi. Così è emersa la sovrapponibilità. E non sapevo a chi appartenessero i due profili che mi erano stati affidati’ e ha concluso: ‘Nei due DNA sono identici i due profili del cromosoma Y. Un cromosoma che non consente di individuare un soggetto, ma la linea maschile della famiglia. De Stefano ha usato un Kit che può analizzare 17 regioni. Quando ha letto il profilo ha trovato che erano leggibili solo 14. Tre erano contaminate. Io, analizzando il lavoro di De Stefano e comparandolo con il profilo genetico che mi era stato consegnato, ho scoperto che il DNA sulle unghie di Chiara appartiene a un soggetto maschile della famiglia Sempio’.
    La linea difensiva dell’ex bocconiano, sulla questione del DNA, sembra piuttosto sicura: la trasmissione del materiale genetico può avvenire solo per contatto diretto e non per contaminazione ambientale. Pertanto non è in alcun modo possibile che sia il risultato della frequentazione di casa Poggi, da parte dell’indagato, Andrea Sempio, dettaglio raccontato da Marco Poggi, in fase di interrogatorio con i carabinieri, il 18 ottobre 2007: ‘Presso la mia abitazione, durante la primavera e l’estate 2007 e sino alla mia partenza per le vacanze avvenuta il 5.08.2007, si sono portati i miei amici Sempio Andrea e B.A. Durante le loro visite rimanevamo o nella saletta della Tv al piano terra o salivamo al primo piano all’interno della camera di Chiara per utilizzare il computer’.

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