Bambini camorristi o vittime della camorra: qual è la verità?

Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico in Camorra, Criminalità Organizzata, Cronaca
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18 Gennaio 2017 alle 11:59 in Camorra, Criminalità Organizzata, Cronaca
    Bambini camorristi o vittime della camorra: qual è la verità?

    «”Mini-corriere” della droga per conto della nonna: dodici anni, già coinvolto nel “giro” dell’eroina. Ancora una storia di “muschilli”, i ragazzi utilizzati per consegnare le bustine. […] Gli spacciatori li utilizzano per non correre rischi. I “muschilli” sono agili, si spostano da un quartiere all’altro e soprattutto non danno nell’occhio, sfuggono al controllo di polizia e carabinieri. Ma soprattutto sono minorenni: anche se trovati con la bustina d’eroina in tasca non sono imputabili. Ed ecco che il meccanismo perverso dello spaccio di droga li coinvolge. Generalmente si muovono seguiti a poca distanza dal “manager-spacciatore” contattato il tossicodipendente parte la staffetta con la droga, consegna, incassa i soldi e torna».

    Così scriveva, nel suo ultimo articolo, Giancarlo Siani il giorno prima di essere ucciso, il 23 settembre del 1985, riferendosi a un arresto compiuto qualche giorno prima della compagnia dei Carabinieri di Torre Annunziata. Ma, se Giancarlo Siani non fosse stato ucciso dalla camorra, potremmo trovare questo stesso articolo sulle pagine di oggi de Il Mattino, a commento dell’inchiesta dei Carabinieri, coordinati dalla Dda, che ha portato il 17 gennaio 2017 a 45 arresti a Napoli.

    Sono tutti appartenenti al clan Elia, il clan che oggi controlla il Pallonetto di Santa Lucia, piazza del Plebiscito e finanche il Borgo Marinari. Fra di loro ci sono 17 donne, ma soprattutto molti minorenni: 4 maggiori di 14 anni e perciò imputabili, ma altri ancora più piccoli…fino ad arrivare ad appena 8 anni.

    «A volte per fatti di droga vengono usati anche bambini che non raggiungono l’età di dieci anni. Una bambina di otto anni usata per confezionare le dosi e un dodicenne impiegato per la consegna», ha spiegato il Procuratore aggiunto della DDA partenopea Filippo Beatrice. E si riferisce a Giovanni Elia, figlio di Adriana Blanchi e Renato Elia, che a soli 13 anni riceve i clienti in casa e gestisce una piazza di spaccio. Ma si riferisce anche a una bambina di appena 8 anni che, stando a quanto registrato dalla intercettazioni ambientali, si sedeva al tavolo e aiutava a confezionare le dosi di droga che, poi, l’altro avrebbe venduto.

    Sono passati più di trent’anni e la storia a Napoli non è cambiata: i bambini continuano a essere utilizzati per «consegnare le bustine», come scriveva Giancarlo Siani. Se iniziano già a 8 anni, trascinati dalle loro famiglie, e a 13 hanno già la responsabilità di una piazza di spaccio, allora è scontato che a 15 o massimo 16 anni vogliano comandare loro: nonostante l’età, ritengono infatti di aver già maturato l’esperienza per farlo. Ed è così che si costituiscono le paranze dei bambini, è così che entrano in contrasto fra di loro e, se altrove si sfiderebbero a pallone, a Napoli si sfidano a colpi di pistola.

    Sì, perché è proprio guardando all’articolo scritto 33 anni fa da Giancarlo Siani che capiamo come la situazione sia diffusa e generalizzata: quello di Giovanni Elia non è un caso isolato. In un’altra piazza di spaccio, alla Sanità o a Scampia, ci sarà un altro tredicenne a smerciare droga e probabilmente un’altra bambina a imbustarla. E così, se i due clan entreranno in contrasto per un qualsivoglia motivo, saranno i due tredicenni a sparare. Sarà uno dei due tredicenni a morire. Perché – non dimentichiamolo mai – se nel paese dei balocchi i bambini diventavano asini, in quello delle pistole (e della droga, bisogna aggiungere ora) diventano cadaveri.

    Così come sarà quella bambina che oggi ha 8 anni a prendere il posto di quello dei due che è morto, perpetuando la prassi che vede le sorelle o le mogli succedere ai boss alla guida dei clan. Moglie o sorelle che, come abbiamo già visto, spesso sanno essere anche più feroci e spietate degli uomini.

    A quel punto, quando saranno arrestati (perché di sicuro prima o poi questo succederà) ci verrà voglia di chiuderli in cella e buttare via la chiave. Ci verrà naturale condannarli senza attenuanti, senza giustificazioni. Ci sembreranno l’incarnazione del male e forse sarà giusto così.

    Ma chi ricorderà, guardando le foto dell’arresto del giovane killer o della donna boss, quel bambino che a tredici anni è costretto ad alzarsi alle tre del mattino per vendere la droga e quella bambina che a solo 8 anni gioca con una polverina bianca, ben consapevole di cosa sia, piuttosto che con le bambole?

    È così che vittime e carnefici si fondono, si mischiano e si confondono. Nel mucchio non riconosciamo più chi è l’uno e chi è l’altro.