Delitto di Pontelangorino, la confessione choc : ‘Ho ucciso per mille euro’

Delitto di Pontelangorino, la confessione choc : ‘Ho ucciso per mille euro’

L'amico del figlio 16enne della coppia avrebbe preso 80 euro di acconto prima del massacro

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    Delitto di Pontelangorino, la confessione choc : ‘Ho ucciso per mille euro’

    Uccidere per mille euro e in nome di un’amicizia adolescenziale che sembra più forte di ogni cosa. Il delitto di Pontelangorino si tinge, se possibile, di particolari agghiaccianti dopo la confessione choc di Manuel S, 17 anni, amico del cuore di Riccardo, 16 anni e figlio di Salvatore Vincelli, 59 anni e Nunzia Di Gianni, 45 anni, uccisi dal loro stesso figlio con la complicità dell’amico. Il giovane avrebbe infatti promesso mille euro all’amico se lo avesse aiutato a compiere il duplice omicidio e gli avrebbe dato 80 euro di “acconto”. I due sono crollati dopo l’interrogatorio condotto dagli inquirenti che da subito avevano notato troppe incongruenze tra le loro versioni, specialmente in quella di Riccardo. Alla fine hanno svelato tutto, conducendo gli investigatori al torrente in una frazione del piccolo paese del ferrarese dove hanno trovato l’ascia, l’arma del delitto, e i vestiti dei due, ancora sporchi di sangue.

    I due giovani sono stati condotti nel carcere minorile di Bologna: per loro le accuse sono di omicidio premeditato con l’aggravante di futili motivi. Le indagini, condotte dai Carabinieri di Ferrara e coordinate dal pubblico ministero Giuseppe Tittaferrante e dal magistrato del Tribunale dei Minori Silvia Marzocchi, hanno dato tutti i riscontri del caso: gli inquirenti hanno contestato ai due amici anche l’aggravante della premeditazione. Il procuratore capo di Ferrara, Bruno Cherchi, ha parlato alla stampa e ha definito l’omicidio “un’innata ferocia“. “Abbiamo l’assunzione di responsabilità dei due minori ma le operazioni per la raccolta delle prove continuano ancora.”, ha chiarito.

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    Una scena agghiacciante“, così invece il comandante dei Carabinieri del nucleo di Ferrara, Andrea Desideri, intervenuto davanti ai giornalisti. Intervistato dalla Nuova Ferrara, ha poi chiarito che i due cadaveri presentavano molte ferite al volto e alle tempie e che sono stati trovati in due stanze diverse della casa: i due giovani avrebbero voluto portarli via ma non sarebbero riusciti.

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    Gli inquirenti stanno ricostruendo la dinamica del duplice omicidio. Alla base c’è la confessione dei due minorenni, crollati dopo una notte di interrogatorio. Manuel e Riccardo si sarebbero accordati e avrebbero agito tra le 3 e le 5 del mattino di martedì 10 gennaio: a impugnare l’ascia sarebbe stato l’amico del figlio della coppia, di 17 anni, che avrebbe inferto i colpi su Salvatore e Nunzia. I due coniugi sarebbero stati sorpresi nel sonno, in camera da letto: tre i colpi dati alla donna, sei al marito. A quel punto, i ragazzi avrebbero tentato di costruire una messinscena, forse a simulare una rapina. Hanno avvolto le teste delle vittime nei sacchetti di plastica per non macchiarsi troppo di sangue ma anche, come avrebbe rivelato Manuel agli inquirenti, “per non vedere i loro volti”. I due avrebbero spostato i corpi in due stanze diverse della casa, si sarebbero tolti gli abiti di dosso e li avrebbero portati, insieme all’ascia, nei pressi di un torrente in una frazione di Pontelagorino, lì dove i carabinieri li hanno ritrovati su loro indicazioni. Solo allora sarebbero rientrati a casa: secondo gli inquirenti avrebbero giocato alla Playstation per tutta la mattina. Alle 13 il figlio avrebbe chiamato i carabinieri, fingendo di aver trovato i cadaveri al rientro da scuola.

    L’aspetto più inquietante di tutta la vicenda rimane il movente. A organizzare tutto sarebbe stato il figlio della coppia, Riccardo, di 16 anni, per quello che appare sempre più come un rapporto complicato con i genitori, forse a causa dei brutti voti o forse per un comportamento da “figlio viziato” che non era più tollerato. Il procuratore capo di Ferrara, nella conferenza stampa dopo i fermi, ha specificato che il movente non sembra essere economico, come avvenuto in altri casi simili, e che non esiste un “elemento scatenante”, una lite o una discussione degenerata in violenza perché il delitto è stato premeditato. Secondo una prima ricostruzione, Riccardo avrebbe organizzato tutto dopo l’ennesima lite con la madre, la signora Nunzia, che lo avrebbe schiaffeggiato: quel gesto sarebbe stato il suo movente che lo avrebbe portato a organizzare il duplice omicidio. Diverso il movente per l’amico. Il figlio della coppia gli avrebbe promesso mille euro per compiere l’omicidio, soldi che gli avrebbero fatto gola ma non solo: lo avrebbe aiutato per il legame che li univa.

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    L’elemento centrale della vicenda sembra essere il tipo di rapporto tra i due giovani killer, un’amicizia nata in giovanissima età e coltivata negli anni. I due erano inseparabili, dicono in paese: diversi nel carattere, come emerge dai racconti di chi li ha conosciuti, ma legatissimi, tanto da pianificare il duplice omicidio e portarlo a compimento. Manuel, 17 anni, era il più timido e introverso, mentre Riccardo, 16 anni, era quello più aperto, più “sbruffone”, forte di una situazione economica solida della famiglia. Oltre a lui ora l’unico superstite della famiglia è il fratello maggiore, di 25 anni, che vive e studia a Torino. I due giovani assassini erano sempre insieme e facevano quello che fanno tutti i ragazzi della loro età, tra giri in scooter in paese, giornate in discoteca, serate in piazza. Qualche problema a scuola, se, come dicono i testimoni, spesso saltavano le lezioni, magari per fumarsi qualche canna, come raccontano i loro compagni. Nulla però che facesse pensare a un piano diabolico di una freddezza e di una crudeltà fuori dal comune, specie per due adolescenti.

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    Incredulo e scosso dal dolore è il padre di Manuel che ha incontrato il figlio in carcere. Intercettato dai giornalisti, l’uomo sembra non capacitarsi di quello che è successo. “È un buono, che ci crediate o no. Si è fatto lusingare dai soldi ed erano davvero tanti. I carabinieri li hanno trovati qui a casa, nascosti in un angolo. Un portafoglio gonfio di soldi”, ammette.

    I carabinieri gli hanno permesso di vedere il figlio. “Gli ho dato uno schiaffone. Era distrutto che non sembrava neanche lui, mi ha detto “papà, perdonami”. Adesso la nostra paura è che si uccida“, confessa. Nonostante quello che è successo, non lo abbandonerà: lo aiuterà a superare l’orrore in cui è piombato e magari a superare l’idea di essere un assassino.

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