De Magistris contro Saviano: l’ultimo degli scontri tra ‘professionisti dell’antimafia’

De Magistris contro Saviano: l’ultimo degli scontri tra ‘professionisti dell’antimafia’

Storica è la polemica tra Sciascia e Borsellino

    De Magistris contro Saviano: l’ultimo degli scontri tra ‘professionisti dell’antimafia’

    (fotomontaggio realizzato con immagini LaPresse)
    Quella tra Roberto Saviano e Luigi de Magistris è solo l’ultimo degli scontri tra i cosiddetti “professionisti dell’antimafia”. Definizione a volte usata con accezione negativa per indicare chi fa carriera (nel campo della magistratura, della politica o della letteratura) grazie a una lotta alla mafia solo di facciata. I primi furono, trent’anni fa, Leonardo Sciascia e Paolo Borsellino, uno scrittore famoso e il magistrato che poi sarà ucciso dalla mafia. Come oggi, anche se De Magistris fa il sindaco di quella Napoli al centro del dibattito e della narrazione di Saviano.

    Tutto è nato dagli spari a Forcella, quartiere difficile, difficilissimo, della città partenopea. Il 4 gennaio una bambina di 10 anni ha rischiato di fare la fine della povera Annalisa Durante, uccisa per sbaglio dalla camorra nel 2004. Il giorno dopo la sparatoria, in cui sono stati coinvolti anche degli ambulanti senegalesi, Saviano ha attaccato duramente il sindaco De Magistris: “Questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica. E ancora: “Le bellezze della città sono merito suo, il potere criminale, disoccupazione, controllo del territorio sono demeriti dello Stato. Se non è populismo questo. Potrà sembrare retorico, ma in questo momento chi invita a distogliere lo sguardo dalla realtà direi quasi che mi fa paura quanto chi scende in strada per una ‘stesa’”. Parole pesantissime.

    Come pesantissima è stata la replica di De Magistris, attraverso un lungo post su Facebook. Ha rivendicato “25 anni” di lotta a “mafie, criminalità organizzata e corruzione”, per cui “ha pagato prezzi alti, altissimi”. E ha accusato Saviano di speculare sulla pelle dei napoletani: “Sembra quasi che tu non aspetti altro che il fatto di cronaca nera per godere delle tue verità. Più si spara, più cresce la tua impresa (…) Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani ? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte. Che tristezza. Non voglio crederci”.

    Lo scontro è proseguito sempre su Facebook, dove lo scrittore che vive sotto scorta da quando ha pubblicato il best seller Gomorra, ha replicato con un altro lungo post al vetriolo: “Come sempre non dice nulla sul merito delle questioni, è per questo che è un populista, definizione politica nella quale credo che tutto sommato si riconosca. (…) Ma che importa, dirà il sindaco: la realtà di Napoli sono le strade affollate e non i killer pronti a sparare nel mucchio, magari per un regolamento di conti, per poche centinaia di euro. E il problema non sono i killer, per carità, ma Saviano che poi ne parlerà”.

    Sciascia

    Storica fu la polemica di Sciascia nei confronti di Borsellino. Il 10 gennaio del 1987 lo scrittore siciliano pubblicò sul Corriere della Sera un articolo titolato “I professionisti dell’antimafia“. Nel pezzo mise in guardia da alcuni magistrati palermitani rei, secondo lui, di aver usato la battaglia alla mafia e per la rinascita morale della Sicilia solo per fare carriera e ottenere promozioni.

    “Professionisti dell’antimafia”, appunto, definiti “eroi della sesta”, coloro che durante le fasi più dure di uno scontro restano ai margini, per poi mettersi in prima fila a scontro finito, per prendersi i meriti della vittoria. Come “esempio attuale ed effettuale” fu citato Borsellino, che aveva da poco ottenuto la promozione alla direzione della procura di Marsala, al posto di un collega più anziano di età, grazie anche alla competenza sulla mafia. Soprattutto considerando la fine che avrebbe fatto Borsellino, l’attacco di Sciascia risulta oggi inaccettabile.

    In realtà i due pare che si siano chiariti e che nel mirino dello scrittore ci fosse il Csm, più che Borsellino. Nel 1991, pochi mesi prima di essere trucidato in via d’Amelio insieme alla sua scorta, il magistrato dichiarò: “Chiarimmo con Sciascia. L’uscita mirava ad altro. Ma fu sfruttata all’interno di una pesante corrente della magistratura che sicuramente non voleva quei giudici e quei pool”. Eppure, dopo la morte di Giovanni Falcone, Borsellino tornò a parlare, con amarezza, dell’accusa subita: “Giovanni ha cominciato a morire tanto tempo fa. Questo paese, questo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciarono a farlo morire nel gennaio 1988, quando gli fu negata la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Anzi, forse cominciò a morire l’anno prima: quando Sciascia sul ‘Corriere’ bollò me e l’amico Leoluca Orlando come professionisti dell’antimafia”.

    A subire un duro attacco fu anche Falcone. Il magistrato, anche lui vittima della mafia nella strage di Capaci, finì sotto il fuoco amico di Leoluca Orlando. Il sindaco di Palermo (al suo quarto mandato) lo accusò di tenere “carte nascoste nei cassetti” della procura di Palermo, ovvero importanti documenti sui delitti di mafia. Falcone si difese dalle accuse, chiedendo a Orlando prove certe e bollando il suo attacco come “cinismo politico”. Ma dovette subire comunque l’onta di doversi giustificare davanti al Csm. Lui, quel Giovanni Falcone ucciso dai mafiosi ma tradito dallo Stato.

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