Strage di piazza Fontana, 47 anni senza risposte

Strage di piazza Fontana, 47 anni senza risposte
da in Attacchi terroristici, Brigate Rosse, Corte di Cassazione, Cronaca, Cronaca di Milano, Omicidi, Processi, Stragi
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    Il 12 dicembre 1969 a Milano si apre la stagione del terrore con la strage di Piazza Fontana, che causò 17 morti e 88 feriti. Un attentato che dopo 47 anni non ha ancora una risposta definitiva: dieci processi, depistaggi, condanne e poi l’assoluzione per gli uomini della destra eversiva di Ordine Nuovo (Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi) per un episodio che ha segnato la storia dell’Italia. Non ci sono colpevoli per la giustizia italiana: l’ultima archiviazione risale all’ottobre 2013, quando il gip Fabrizio D’Arcangelo ha stabilito che non ci sono elementi sufficienti per poter continuare all’infinito le indagini. Eppure una verità storica è stata scritta anche nelle carte processuali: la strage di Piazza Fontana fu opera della destra eversiva che, con l’aiuto di apparati ed esponenti politici, puntavano a instaurare un regime autoritario in Italia per fermare l’avanzata della sinistra.

    La ricostruzione arriva dal giudice milanese Guido Salvini, che ha condotto l’istruttoria sui fatti della strage dal 1989 al 1997, portando prima alla condanna in primo grado (30 giugno 2001) e alla successiva assoluzione in appello e Cassazione (3 maggio 2005), dei tre imputanti Zorzi, Rognoni e Maggi.

    Il magistrato concesse nel 2006 un’intervista a Focus in cui ricostruisce non solo la storia processuale ma anche la verità storica. “Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre”, spiega il magistrato.

    L’obiettivo della strategia stragista, che iniziò a imperversare nel Paese proprio dalle bombe di Milano, era spingere il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, a dichiarare lo stato di emergenza, facilitando così la formazione di un governo autoritario. La destra eversiva avrebbe dunque pianificato tutto pur di fermare “il pericolo comunista”, incarnato nelle lotte sindacali e nei partiti e movimenti di allora.

    Secondo il giudice, la strage però fu troppo anche per gli apparati statali e i politici che avevano legami con i terroristi: la politica lasciò sola il movimento, occupandosi di insabbiare il tutto, depistando le indagini fino a rendere intoccabili i responsabili. Salvini ricorda l’attentato contro Rumor davanti alla Questura milanese del 17 maggio 1973, che causò la morte di 4 persone e 45 feriti: Ordine Nuovo chiamò il terrorista Gianfranco Bertoli perché mettesse a tacere i “traditori”.

    A livello giuridico però manca una parola definitiva sulla strage, rimasta senza colpevoli dopo 44 anni. Le sentenze assolutorie nei confronti degli esponenti di Ordine Nuovo sono tali perché non ci sono elementi sufficienti di prova: quelle raccolte però, insiste il giudice, hanno un valore se non giuridico, storico. Con la sentenza della Cassazione del 2005 si trova anche un colpevole, Carlo Digilio, “l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage e che ha ammesso di essere stato collegato ai servizi americani”, spiega il giudice.

    A segnare la storia del processo per la strage di Piazza Fontana sono stati i depistaggi e gli insabbiamenti: tutti i condannati in primo grado, compresi i membri padovani di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura, sono stati assolti per insufficienza di prove in via definitiva e ora sono intoccabili “perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione”.

    Il giudice Salvini ricorda testimonianze ed elementi fondamentali per confermare la colpevolezza degli imputati giunti sempre troppo tardi. Solo nel 1995 viene acquista la testimonianza di Tullio Fabris, che raccontò le prove dell’innesto per le bombe effettuate nello studio legale di Freda alla presenza di Ventura. Legami con i Servizi Segreti militari e l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato sono venuti pian piano alla luce, ma sempre per vie tortuose, poco chiare e mai in tempo utile.

    Il magistrato ricorda anche le parole di Paolo Emilio Taviani, senatore ex Dc, morto nel 2001: poco prima di morire “in una sofferta testimonianza”, ha raccontato di aver saputo che “un agente del Sid, l’avvocato romano Matteo Fusco, il pomeriggio del 12 dicembre del 1969 era in procinto di partire da Fiumicino alla volta di Milano in quanto incaricato, seppure tardivamente, di impedire gli attentati”. A Roma sapevano, ma non pensavano che le bombe potessero compiere una strage di tale portata: solo dopo si resero conto di quanto accaduto e cercarono in ogni modo di coprire e insabbiare.

    L’ultima archiviazione per la strage di Piazza Fontana è arrivata il 1° ottobre 2013. Il gip Fabrizio D’Arcangelo ha accolto la richiesta della Procura presentata dai pm Maurizio Romanelli e Grazia Pradella: al centro dell’inchiesta c’erano alcuni spunti investigativi tra cui la tesi della “doppia bomba”, esposta in un libro dal giornalista Paolo Cucchiarelli. Non ci sono elementi sufficienti per poter protrarre le indagini all’infinito, scrive il gip nell’accogliere l’archiviazione: “Una nuova indagine è giuridicamente possibile solo per accertare possibili modalità di esecuzione della strage diverse da quelle finora note, specie se esse si presentino irrilevanti o fantasiose”, si legge nella motivazione.

    Il gip ha dovuto analizzare una mole importante di documenti con 120 faldoni e gli ultimi spunti investigativi prima di decidere se archiviare l’ inchiesta a carico di ignoti, come chiesto dalla Procura, o accogliere l’istanza presentata, tramite l’avvocato Federico Sinicato, dai familiari delle vittime per continuare ad indagare.

    La decisione è arrivata dopo aver esaminato il tutto. La tesi del giornalista, esposta nel libro “Il segreto di Piazza Fontana” si basa su ipotesi “non documentate e non documentabili” e “si rivela in insanabile contrasto con gli elementi probatori” emersi nei processi e nelle indagini.

    Il fatto che, a distanza di oltre 40 anni da quel tragico 12 dicembre 1969, e dopo la celebrazione di vari processi, la strage di piazza Fontana non abbia visto alcun colpevole punito non può che determinare una generale insoddisfazione, sia sul piano giuridico che su quello sociale”, conclude il gip.

    La decisione non fermerà i parenti e le vittime dell’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, come ha chiarito il loro legale, l’avvocato Federico Sinicato, commentando l’archiviazione.

    Sono passati 47 anni dal 12 dicembre 1969, quando a Milano, in Piazza Fontana, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, esplose una bomba che fece 88 feriti e 17 vittime: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti. Nel pomeriggio della stessa giornata ci furono altri quattro attentati terroristici fra Roma e Milano. A Roma furono colpiti la Banca Nazionale del Lavoro, l’Altare della Patria e Piazza Venezia.

    Inoltre un’altra bomba fu trovata inesplosa a Milano, presso la sede della Banca Commerciale Italiana. La strage di Piazza Fontana può essere considerata il momento d’inizio di tutto il periodo di tensione che si ebbe in Italia negli anni ’70.

    Implicati furono i gruppi eversivi di estrema destra, che volevano destabilizzare la democrazia, per arrivare ad una dittatura militare.

    Dopo la strage di Piazza Fontana, furono compiuti accertamenti su 80 persone e uno degli anarchici indagati fu Giuseppe Pinelli, che morì precipitando da una finestra della Questura di Milano in circostanze che destarono parecchi sospetti.

    In tutti questi anni non c’è stata nessuna condanna definitiva per la responsabilità relativa alla strage.

    Quando Milano si risvegliò dallo choc della strage la prima pista seguita dagli inquirenti portò al Circolo Anarchico 22 Marzo e al Circolo Anarchico del Ponte della Ghisolfa. All’epoca la Commisione Stragi guidata da Antonino Allegra, iniziò una campagna di arresti verso tutti coloro che potevano essere considerati estremisti, anarchici compresi. Saranno però questi ultimi i primi a pagare lo scotto: 80 i fermati tra cui un nome su tutti, Giuseppe Pinelli.

    Ferroviere, anarchico, ex staffetta della resistenza, Pinelli faceva parte del Circolo Anarchico della Ghisolfa e il 15 dicembre venne arrestato dalle forze dell’ordine che seguivano il caso, guidate dal commissario Luigi Calabresi.

    Nel corso dell’interrogatorio però l’anarchico morì dopo un volo dalla finestra del quarto piano della Questura. La morte di Pinelli rese fin da subito le indagini ancora più complicate di quanto già non fossero.

    Si parlò di suicidio (e così disse il questore Marcello Guida nella conferenza stampa), poi di malore, infine di omicidio ed è questa ipotesi che fin da subito ha prevalso negli ambiente terroristici di sinistra.

    Sulla morte di Pinelli ci sono state illazioni, sentenze e misteri mai chiariti. In realtà la parola fine la magistratura l’ha scritta con una sentenza del 1975 dal giudice Gerardo d’Ambrosio: la causa fu un “malore attivo” dovuto allo stress e alla tensione che fece fare a Pinelli un movimento inconsulto verso la finestra da cui cadde.

    Gli inquirenti però continuarono a battere la pista anarchica e il 16 dicembre venne fermato Pietro Valpreda, del Circolo anarchico 22 Marzo.

    Ad accusare Valpreda fu la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi che lo riconobbe come l’uomo che salì sul taxi con una valigia in Piazza Cesare Beccaria, a poco più di cento metri da piazza Fontana poco prima dello scoppio della bomba.

    Il caso sembrava arrivato alla svolta e il giorno dopo il Corriere della Sera, diretto allora da Giovanni Spadolini, uscì con un titolo in prima pagina sul “mostro” che era stato catturato. Anche il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat scrisse una lettera di congratulazioni al questore, ma il caso era destinato a durare molto più a lungo.

    L’arresto di Valpreda apparve fin da subito strano per una serie di circostanze: il tassista lo vide scendere a Santa Tecla, quindi per arrivare a piazza Fontana avrebbe dovuto andare a piedi con il rischio di essere visto. Perché poi prendere un taxi per fare poco più di cento metri a piedi?

    Inoltre il riconoscimento era avvenuto in maniera non consona alla procedura: insomma troppi dubbi che diedero il via a una serie di processi interminabili durante i quali Valpreda rimase in carcere per 1110 giorni, fino al 29 dicembre 1972.

    Nel frattempo sulla stampa era in atto una vera e propria battaglia tra i grandi quotidiani appoggiati dai maggiori partiti, compresi il Psi e il Pci, e gli organi della sinistra estremista come “Lotta Continua”.

    Iniziò a circolare anche la voce che sul taxi quel giorno salì un sosia di Valpreda, Antonino Sottosanti, noto come “Nino il fascista“. Sette processi, lunghi anni di attesa fino al 1979 quando Valpreda e i suoi compagni vennero prosciolti dall’accusa di strage per “insufficienza di prove”.

    Quel clima di tensione era però destinato a portare a un’altra vittima eccellente: il commissario Luigi Calabresi. Fin dalla morte di Pinelli gli ambienti di sinistra estrema come “Lotta Continua”, indicarono Calabresi come responsabile della morte dell’anarchico.

    Il commissario era già noto per la sua lotta contro l’eversione di sinistra e questo suo “coinvolgimento” sfociò in una condanna a morte a mezzo stampa: il 17 maggio 1972 alle ore 09:15 Calabresi venne freddato dai killer sotto la sua abitazione. Solo molti anni dopo i suoi assassini vennero condannati: si tratta di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, con mandanti Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, esponenti di “Lotta Continua”.

    In un clima crescente di terrore anche le Brigate Rosse svolsero una loro inchiesta sulla strage di piazza Fontana: il materiale fu ritrovato in un covo a Robbiano, una frazione di Mediglia nel milanese il 15 ottobre 1974, insieme ad altri materiali di attentati a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

    Il materiale non giunse mai integro ai magistrati anche perché gli stessi brigatisti volevano usarla per loro opportunità. Dopo un primo momento di fama all’epoca della Commissione Stragi, il materiale andò perso in vari trasferimenti tra le Procure e parzialmente distrutto nel 1992.

    Dalla ricostruzione fatta dai carabinieri a cui si sommano interviste di anarchici e rivelazioni di pentiti brigatisti, le BR indicarono gli anarchici come ideatori ed esecutori della strage, ma per errore. Nella loro idea originaria, la bomba doveva esplodere quando la banca era chiusa, mentre il materiale arrivò da gruppi di destra.

    Nella versione delle BR Pinelli poi si sarebbe realmente suicidato perché coinvolto nel traffico di esplosivi poi usati nella strage.

    La pista della destra eversiva prende piede già nel 1971 quando il giudice di Treviso Giancarlo Stiz arresta Franco Freda e Giovanni Ventura, due neofascisti del gruppo “Ar”. Freda tra l’altro è autore del manifesto del Gruppo di “Aristocrazia ariana”, un pamphlet di ispirazione nazista dove si proclamava la purezza della “razza ariana”.

    I due vengono processati e poi assolti per insufficienza di prove con conferma in Cassazione nel 1987. I loro nomi però tornano tra le carte del processo per piazza Fontana: nel 2005 Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di Freda e Ventura. La strage, in base alla sentenza fu organizzata da “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo” e “capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”.

    Una condanna che serve solo alla storia, visto che i due imputati sono stati assolti in precedenza per lo stesso reato in tutti i gradi di giudizio e quindi non possono essere sottoposti a un nuovo processo o scontare alcuna pena.

    Il legame tra Freda e Ventura e la cellula veneziana di “Ordine Nuovo” viene riconosciuto da questa sentenza e sullo sfondo emergono anche i nomi di due personaggi importanti: Carlo Digilio e Martino Siciliano. Si tratta di due pentiti che rivelarono i piani di “Ordine Nuovo” in merito alla strage di piazza Fontana, in particolare Digilio, che con le sue dichiarazioni fece riaprire il caso e portò alla prima condanna della cellula nera mestrina.

    La strage di piazza Fontana si tinge così di nero, almeno in base agli ultimi processi: fu un attentato di matrice neofascista, della destra “nera” veneta, colpevole di altre stragi e morti in quegli anni.

    Per quella bomba però, per quei morti e per altre due vittime “eccellenti” legate a Piazza Fontana, non c’è nessuna condanna. Le indagini condotte alla fine degli anni ’90 dal giudice Guido Salvini sembrano quelle che più si avvicinano alla verità storica, ma anche in questo caso nessuno degli imputati verrà condannato.

    Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni, esponenti dell’allora destra eversiva di Ordine Nuovo di Mestre, Venezia, verranno prima condannati all’ergastolo nel 2001 e poi prosciolti dalle accuse in appello nel 2004. Per arrivare a questi nomi ci sono voluti decenni, anche perché la prima pista portava a seguire gli anarchici.

    Un altro nome è legato alla strage di piazza Fontana e nasconde misteri che difficilmente verranno alla luce. Nel 1973 viene incriminato tra gli altri Guido Giannettini, “l’agente Zeta”, noto anche come Adriano Corso.

    Giornalista vicino alla destra e agli ambienti militari, fu assodato come collaboratore dal SID, l’allora servizi segreti italiani. Il suo nome si affaccia tra le carte quando nel ’71 vengono trovati dei documenti in una cassetta di sicurezza a Montebelluna, appartenente a Giovanni Ventura che in seguito ammise di aver incontrato Giannettini.

    Dopo una perquisizione nella sua abitazione furono trovati i documenti “base” di quelli contenuti nella cassetta di sicurezza, delle “veline” ossia le documentazioni usate dai servizi segreti.

    Giannettini fuggì in Francia grazie anche all’aiuto del capitano Antonio Labruna, dell’ufficio D del SID e nel 1974 Giulio Andreotti, all’epoca ministro della Difesa, ammise in un’intervista che il giornalista era un collaboratore dei servizi segreti: per questo fu un errore non parlarne duranti i primi mesi delle indagini.

    I documenti vennero protetti fin dalla loro prima apparizione tramite il generale Vito Miceli che li definì “notizie da considerarsi segreto militare e da non poter essere rese note”.

    La fuga di Giannettini durò poco e arrivò a processo con una condanna all’ergastolo nel 1979 a Catanzaro. Anche nel suo caso la sentenza venne ribaltata in assoluzione nel 1981 per “insufficienza di prove”, ma il suo coinvolgimento ha dato via alla tesi della “strage di Stato”.

    Secondo questa ipotesi dietro piazza Fontana, come in molte delle stragi che hanno insanguinato la storia recente d’Italia, c’è la mano dello Stato e dei Servizi Segreti: un “patto” che l’Italia fece con gli Stati Uniti e in particolare con la Cia per fermare l’avanzata del comunismo. Anche su questo però nulla è stato definito: la strage di piazza Fontana rimane ancora oggi senza colpevoli. Senza risposte.

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