Angeli della morte: i casi più famosi di omicidi in ospedale

Angeli della morte: i casi più famosi di omicidi in ospedale

Dal satanista all'infermiera dei selfie con il cadavere

da in Cronaca, Omicidi
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    Angeli della morte: i casi più famosi di omicidi in ospedale

    Quello di Saronno è solo l’ultimo tra i numerosi casi di “angeli della morte”. Sono tanti gli omicidi commessi in ospedale da parte di medici o infermieri killer. Talmente tanti che l’espressione “angeli della morte” è ormai entrata di diritto nel gergo della criminologia. Le vittime degli assassini in camice bianco sono i pazienti con i quali entrano in contatto. Solitamente vengono uccisi con la somministrazione di farmaci o sostanze tossiche letali.

    Si tratta di persone in cattivo stato di salute o in fin di vita, come anziani e malati cronici, oppure deboli, come bambini o neonati. Ma non necessariamente. A volte entra in gioco la gelosia. Come nel caso del medico anestesista e dell’infermiera arrestati a Saronno con l’accusa di aver ammazzato cinque persone: tra loro il marito di lei. Ecco i casi più famosi di “angeli della morte” in Italia dagli anni Novanta a oggi.

    Nel 1992 Antonio Busnelli, infermiere di 48 anni che lavorava presso l’ospedale milanese Fatebenefratelli, fu arrestato per omicidio volontario plurimo. Emerse che l’uomo aveva somministrato ad alcuni pazienti anziani del reparto rianimazione l’Isoptin, un vasodilatatore: due di loro morirono. Fu condannato per omicidio e tentato omicidio a 16 anni e 8 mesi. Il movente? Arrotondava (in nero) con l’impresa di pompe funebri a cui segnalava i decessi.

    Era un infermiere anche Alfonso De Martino. Con la stessa accusa di Busnelli, omicidio plurimo volontario, fu condannato nel 1993. Nelle flebo di alcuni pazienti ricoverati nell’ospedale di Albano Laziale, Castelli Romani, aveva somministrato un cocktail mortale: Citrosil azzurro, un disinfettante, e Pavulon, un anestetico. Le vittime furono tre uomini e una donna. De Martino, satanista e per questo soprannominato “infermiere di Satana”, fu condannato all’ergastolo nel 1995.

    “Mi dispiace molto per quello che è successo, e chiedo perdono, se è possibile.

    Non volevo che finissero così, quei pazienti. Io praticavo quegli interventi perché mi piaceva che tutti accorressero in tempo a salvare i pazienti”: si giustificò così Sonya Caleffi, l’infermiera killer a cui sono stati attribuiti tra i 15 e i 18 omicidi, di cui cinque accertati. Il caso scoppiò nel 2004, quando lavorava all’ospedale Manzoni di Lecco. La donna iniettava bolle d’aria ai pazienti per far scattare l’emergenza e subito dopo intervenire per salvarli: “Avevo bisogno di sentirmi importante, praticavo quegli interventi perché mi piaceva che tutti accorressero in tempo a salvare i pazienti”. Peccato che quasi sempre morivano.

    Un altro infermiere killer fu Angelo Stazzi. Anche lui colpì vicino la Capitale. Era il 2009 quando fu accusato di sette omicidi commessi nella casa di cura Villa Alex di Sant’Angelo Romano, in cui lavorava part-time. Secondo gli inquirenti uccideva somministrando ai pazienti psicofarmaci a base di insulina. Nel 2015 è stato condannato all’ergastolo. L’uomo, 66 anni, è stato in seguito riconosciuto colpevole dell’omicidio di una collega commesso quando lavorava all’ospedale Gemelli nel 2001.

    Daniela Poggiali è l’infermiera nota per essersi scattata il selfie con la vittima: prima ha ucciso una paziente, poi si è scattata la foto accanto a lei, sorridente. La foto ha creato scalpore. L’infermiera, che lavorava presso l’ospedale Umberto I di Lugo, Ravenna, è stata condannata all’ergastolo per l’omicidio di una donna di 78 anni commesso nel 2014. “Fredda, intelligente e spietata. Nemmeno lei sa quanti pazienti uccise”, ha detto il giudice tra le motivazioni dell’ergastolo. Sulla 44enne infermiera, che continua a definirsi innocente, pende il sospetto di almeno un’altra decina di omicidi in corsia.

    Fausta Bonino era infine un’infermiera dell’ospedale di Piombino, Livorno, arrestata il 30 marzo 2016 con l’accusa di aver ucciso tredici pazienti ricoverati nel reparto di terapia intensiva e rianimazione con iniezioni letali di eparina. La donna si professa innocente (lo ha giurato sui figli), l’inchiesta va avanti.

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