Mafia Capitale, cos’è e come si è evoluta l’inchiesta sulla corruzione a Roma

Mafia Capitale, cos’è e come si è evoluta l’inchiesta sulla corruzione a Roma

Cosa rimane delle indagini a due anni dallo scoppio del caso dopo le archiviazioni chieste dai pm

da in Cronaca, Cronaca di Roma, Mafia, Gianni Alemanno, Nicola Zingaretti
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    Mafia Capitale, cos’è e come si è evoluta l’inchiesta sulla corruzione a Roma

    Un caso mediatico che ha avuto conseguenze più politiche che giudiziarie o uno scandalo corruzione vero e proprio? Alla luce delle ultime notizie su Mafia Capitale, l’inchiesta esplosa due anni fa sulla malavita e la corruzione a Roma, la domanda è più che lecita. La Procura ha infatti chiesto l’archiviazione per 116 persone indagate nell’inchiesta, con nomi anche altisonanti, a partire dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (PD). Non ci sono elementi sufficienti per proseguire l’indagine nei loro confronti: le indagini non hanno portato a nulla e anzi, scrivono gli inquirenti, hanno mostrato la strategia di Salvatore Buzzi, uno dei principali indagati, che ha voluto presentarsi come un collaboratore di giustizia, pronto a smascherare il malaffare accusando a destra e a sinistra, quando invece è lui il centro di tutto. Cosa rimane dopo due anni di indagine e che cos’è davvero Mafia Capitale?

    Partiamo dalle ultime notizie in ordine di tempo e cerchiamo di fare chiarezza in uno degli scandali che più ha segnato la vita politica della Capitale negli ultimi anni.


    Il 7 ottobre 2016 la Procura chiede di archiviare la posizione per 116 persone indagate nell’inchiesta Mafia Capitale. Tra loro ci sono Zingaretti, come abbiamo anticipato, e altri nomi di spicco della politica romana come Vincenzo Piso, parlamentare ora nel gruppo Misto che era indagato per finanziamento illecito, Daniele Leodori, presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Alessandro Cochi, ex delegato allo sport nella giunta di Gianni Alemanno, Antonio Lucarelli, capo della segreteria dell’ex sindaco, e il suo ex braccio destro Riccardo Mancini.

    Le motivazioni degli inquirenti sono chiare: non ci sono elementi contro di loro. C’è di più. “Occorre precisare che le indicazioni fornite da Buzzi sono apparse sospette e ancorate a una precisa strategia difensiva, proiettata a dimostrare la propria estraneità all’associazione di tipo mafioso contestatagli e ad accreditarsi dinanzi agli inquirenti quale collaboratore dell’autorità giudiziaria“, scrivono i magistrati. In parole povere, il grande accusatore della destra e della sinistra, il re delle Coop e braccio destro del boss Massimo Carminati, ha fatto i nomi di chiunque gli sia capitato sotto mano per apparire come “collaborativo” e sperare nella clemenza degli inquirenti.

    Lo stesso Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, aveva ribadito poche settimane fa, che tra le carte di Mafia Capitale non aveva trovato gli estremi del 416 bis, cioè del reato di associazione di stampo mafioso. In realtà, il primo a sollevare il dubbio fu Giuliano Ferrara dalle pagine de Il Foglio: per l’ex direttore a Roma si poteva parlare di criminalità ma non di mafia. Oggi i dati sembrerebbero dargli ragione e del grande scandalo di cui destra e sinistra si accusavano a vicenda, con il Movimento 5 Stelle a puntare il dito contro tutti, non è rimasto molto.


    Una precisazione semantica. Mafia Capitale è il nome che gli inquirenti hanno dato all’operazione sul campo, cioè le indagini, nell’ambito di un’inchiesta più grande denominata “Mondo di Mezzo“, prendendo in prestito le parole di Massimo Carminati, ex Nar e membro di spicco della mala romana, noto come “Er Cecato” della Banda della Magliana, e vertice della nuova associazione criminale.

    “È la teoria del mondo di mezzo…ci stanno i vivi sopra e i morti sotto, e noi stiamo in mezzo… un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici: cazzo, com’è possibile che quello… che un domani io posso stare a cena con Berlusconi… Capito come idea? Il mondo di mezzo è quello dove tutto si incontra… si incontrano tutti là… Allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno… E tutto si mischia”, dice al telefono con uno dei suoi.

    Siamo a novembre 2014: i carabinieri arrestano 70 persone e, tra loro, ci sono esponenti della politica romana di centrosinistra e di centrodestra, compreso l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. Oltre a Carminati, spunta fuori il nome del suo braccio destro, Salvatore Buzzi, ex detenuto modello, a capo della cooperativa 29 giugno: sarebbe lui il braccio destro di Carminati che teneva le fila dei rapporti tra il gruppo e la politica romana.

    L’inchiesta Mondo di Mezzo svela i rapporti tra la criminalità e le istituzioni romane. Il gruppo avrebbe costruito una rete di corruzione a tutti i livelli in modo da aggiudicarsi appalti e finanziamenti pubblici dal comune capitolino e dalle municipalizzate, a partire dalla gestione dei rifiuti passando per quella degli immigrati. “C’è sempre un modo per corrompere qualcuno”, dice Carminati in una intercettazione. Le accuse sono varie e vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta, passando per l’estorsione, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori e riciclaggio.

    Tra i primi indagati spiccano i nomi di Alemanno e delle persone a lui più vicine: gli inquirenti sono convinti che tra l’ex giunta e il gruppo di Carminati ci siano stati forti legami. Agli arresti finisce anche Daniele Ozzimo, assessore alle politiche abitative di Roma Capitale del PD, che si dimette appena ricevuta la notizia, il presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti, sempre del PD e sempre dimissionario, e i consiglieri regionali Eugenio Patanè (PD) e Luca Gramazio (Forza Italia), l’ex presidente del X Municipio di Roma Andrea Tassone (PD) e i consiglieri comunali Pierpaolo Pedetti (PD) e Giordano Tredicine (Forza Italia).

    A giugno 2015 arriva la seconda tranche di arresti: l’inchiesta è ormai per tutti Mafia Capitale, a indicare i rapporti di stampo mafioso che incorrevano tra i membri del gruppo di Carminati e gli esponenti politici. Per la prima volta si accosta il termine “mafia” a un’associazione criminale estranea alla ‘ndrangheta, a Cosa Nostra o alla camorra: l’impatto per Roma è devastante e non solo dal punto di vista giudiziario. I carabinieri fermano altre 44 persone per reati di diverso tipo. Tra loro c’è Luca Gramazio, ex capogruppo del PdL in Regione, a cui viene contestata l’accusa di associazione mafiosa: sarebbe stato sul libro paga di Buzzi e Carminati che lo pagano con soldi e assunzioni in cambio di appalti per le cooperative da loro gestite, dai campi nomadi alle piste ciclabili. A oggi è l’unico esponente politico ancora in carcere, mentre 70 sono gli indagati in libertà e 46 i rimandati a giudizio nel maxi processo iniziato il 5 novembre scorso.


    L’inchiesta Mafia Capitale si è abbattuta su Roma. Mentre la politica cerca di salvare il salvabile, Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa 29 giugno e ritenuto braccio destro del boss Massimo Carminati, parla con i pm, scrive una lettera, ma soprattutto viene intercettato. Le sue parole sono finite nelle carte dell’inchiesta e nuovi arresti e dimissioni sono piombate nelle aule del Campidoglio. “Ho finanziato tutti lecitamente, da Alemanno a Marino, perfino Renzi”, scrive in una missiva consegnata dal carcere il 18 dicembre 2014. Il PD, per bocca del presidente e commissario su Roma, Matteo Orfini, difende Marino e Zingaretti: i due hanno respinto le richieste di dimissioni arrivate dalle opposizioni, Zingaretti ha annunciato che la Regione si presenterà come parte civile al processo, al via a novembre, ma il clima si fa ogni giorno più incandescente.


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    L’inchiesta della Procura di Roma prosegue senza sosta.

    Oltre alle intercettazioni, gli inquirenti trovano l’agenda di Buzzi, un vero tesoro di nomi, date e ricorrenze dove il capo della cooperativa 29 giugno annotava tutti e tutto. Sono segnati gli incontri avuti con i politici, di destra e sinistra, le date di morte di Giulio Andreotti e Lucio Dalla; dal 2011 al 2013 Buzzi avrebbe avuto colloqui con l’ex sindaco di Roma Alemanno e due suoi collaboratori, Marco Visconti (accusato di aver preso da Buzzi 400mila euro) e Franco Panzironi, ex ad dell’Ama, ma anche con altri esponenti della vecchia amministrazione regionale, compresa Renata Polverini. Buzzi avrebbe incontrato anche esponenti di sinistra, da Massimo D’Alema a Nicola Zingaretti e l’ex sindaco Walter Veltroni. Non solo, visto che il presunto braccio destro di Carminati avrebbe avuto informatori anche all’interno delle Forze dell’Ordine.


    La nuova ondata di arresti e nomi eccellenti, finiti nell’inchiesta Mafia Capitale, riguarda tutte le formazioni politiche, da destra a sinistra. Molti erano già usciti nella prima fase delle indagini; si tratta di personalità che, secondo gli inquirenti, avrebbero avuto rapporti d’affari con Massimo Carminati, il boss della Cupola capitolina, in carcere a dicembre, o con Salvatore Buzzi. Tra i protagonisti troviamo Luca Gramazio, ex capogruppo PdL in Campidoglio, poi Forza Italia alla Regione, che avrebbe incontrato lo stesso Carminati; Giordano Tredicine, consigliere comunale e vice coordinatore di FI nel Lazio, della discussa famiglia di ambulanti che gestisce quasi tutto il commercio dei camion bar nella Capitale; Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio Comunale del PD, già dimessosi a dicembre; Daniele Ozzimo, PD, ex assessore alla casa dimessosi a dicembre, arrestato e ora scarcerato dal gip; Pierpaolo Pedetti, presidente della commissione Patrimonio (PD), finito nell’occhio del ciclone per alcuni atti approvati in Consiglio che respinge ogni accusa; Andrea Tassone, presidente PD del X Municipio, arrestato e dimessosi già a marzo; Massimo Caprari, esponente di Centro Democratico all’assemblea capitolina, finito agli arresti: Angelo Scozzafava, ex assessore comunale alle politiche sociali della giunta Alemanno. Tra i nomi implicati spicca quello dell’imprenditore Fabrizio Amore, arrestato con altre cinque persone per gli appalti sui lavori del restauro dell’aula Giulio Cesare, in Campidoglio. Marco Vincenzi, capogruppo del Partito democratico alla regione Lazio, dopo la pubblicazione di alcuni articoli che lo hanno indicato come coinvolto nell’inchiesta, si è dimesso pur non indagato. Il 10 giugno 2015 la giunta Marino decide la sostituzione temporanea dei consiglieri finiti nell’inchiesta.


    Mafia Capitale, Buzzi: 'Devono stare ai nostri ordini'

    Il re delle cooperative parla con gli inquirenti fin dai primi giorni dopo l’arresto. Lo fa scrivendo di suo pugno una lettera alle sue collaboratrici dal carcere lo scorso 18 dicembre in merito ai finanziamenti dati ai candidati sindaco e ai partiti. “Il vero scopo di questa inchiesta è costringermi a cedere raccontando la corruzione a Roma nell’ultimo decennio ma non posso inventarmi le cose che non so”, scrive. “Noi non abbiamo mai finanziato illegalmente la politica, ma tutto legalmente: Rutelli, Veltroni, Alemanno, Marino, Zingaretti, Badaloni, Marrazzo, tutti praticamente, anche Renzi: tutti contributi dichiarati in bilancio”.

    Il 31 marzo 2015, davanti ai pm, torna sull’argomento. “Sostenevamo attraverso contributi diretti alcuni candidati, e altri invece li abbiamo sostenuti, come si dice, attraverso la campagna elettorale diretta. Abbiamo finanziato sia Alemanno, poi abbiamo dato un contributo anche a Ozzimo (ex assessore al sociale arrestato e poi scarcerato dal gip ndr), sostenevamo Coratti (ex presidente dell’assemblea capitolina già dimissionario a dicembre e ora arrestato), sostenevamo Nieri (vicesindaco, al momento non indagato)”, spiega.

    Abbiamo dato altri soldi, sempre legalmente, alle fondazioni. Abbiamo dato, credo 15mila euro a Patanè. Ti chiamavano per le famose cene, c’è una cena con Alemanno, 1000 euro a persona, tu prendevi un tavolo e ovviamente erano 10.000 euro. Ma noi ne abbiamo fatte, noi l’abbiamo fatta pure con Renzi la cena eh? Quindi le abbiamo fatte con tutti le cene, con Zingaretti, la nostra è una grande cooperativa. A me se non mi chiamavano ero più contento eh? Se non mi chiamavano era meglio per noi, risparmiavamo”, chiarisce.


    Uno dei casi finiti nelle carte dell’inchiesta riguarda un progetto per la riqualificazione del campo nomadi La Barbuta, zona Ciampino, per far posto a un nuovo centro targato Leroy Merlin. La proposta è tale che Salvatore Buzzi prende contatti direttamente con il capo segretaria di Marino, Silvia Decima. Sul piatto ci sono 10 milioni di euro che la società francese avrebbe voluto dare a Roma Capitale per intenti sociali, compresi la sistemazione del campo. Buzzi ne parla a settembre 2014 con i suoi soci e ottiene il contatto diretto con Antonio Lucarelli, capo della segreteria del Campidoglio, e Lionello Cosentino, all’epoca segretario del PD romano. Il 22 settembre viene raggiunto al telefono dalla Decima: la proposta è piaciuta al sindaco che ha chiesto di seguirla al suo ufficio “per velocizzare il tutto”, dice il capo segretaria. Dal Campidoglio è arrivata una nota per spiegare la vicenda. “La telefonata risulta del tutto estranea all’inchiesta della procura della repubblica poiché non figura come prova a carico dell’arrestato in quanto giudicata penalmente irrilevante”, si legge. Secondo il comune, “quello che i quotidiani non scrivono è che la proposta, a seguito dell’istruttoria compiuta dagli uffici competenti di Roma Capitale, fu giudicata non realizzabile in quanto non compatibile con gli strumenti urbanistici attualmente vigenti”.

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