Mauro Rostagno: il ricordo indelebile del giornalista ucciso dalla mafia

Mauro Rostagno: il ricordo indelebile del giornalista ucciso dalla mafia

Credeva in un mondo migliore, fu ucciso dalla mafia trapanese nel 1988

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    Mauro Rostagno: il ricordo indelebile del giornalista ucciso dalla mafia

    Il 26 settembre 1988 il giornalista e sociologo Mauro Rostagno fu ucciso in un barbaro agguato di stampo mafioso a Lenzi, in provincia di Trapani. Alla verità processuale si è giunti solo nel 2014, dopo una serie di interminabili depistaggi, false ricostruzioni, fantasiosi accertamenti e infondate congetture. Nonostante siano trascorsi 28 anni, Mauro Rostagno resta ancora e a buon diritto una figura di spicco del giornalismo italiano tanto che i suoi interventi in diretta televisiva hanno letteralmente fatto storia. Dotato di carisma, audacia e voglia di fare, Rostagno era un uomo sanamente curioso che indagava la realtà, ma era anche un uomo ”del fare”. Uno dei suoi famosi motti era: ”Noi non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”. Vogliamo dunque ricordare qui questo uomo tenace, questo sognatore visionario che agì per un futuro migliore, nella speranza che le prossime generazioni riescano a fare proprio il grande insegnamento che ci ha lasciato.

    Infedele alle mie idee ma sempre coerente con me stesso”, ecco il pensiero di Mauro Rostagno in una videointervista del 1988 in cui il giornalista esprime la sua filosofia e le ”prove tecniche per un mondo migliore”.

    Mauro Rostagno nasce a Torino nel 1942 perché i suoi genitori sono dipendenti nella fabbrica della FIAT. Vive nella zona di corso Dante ma a 17 anni parte per Roma (dove poi nasce Monica, la sua prima figlia). Prima di andare all’Università viaggia molto: lavora in Germania e in Inghilterra, ma anche a Milano, come operaio all’Autobianchi. Nel 1963, all’età di 21 anni, a seguito della notizia della morte di due ragazzi ad opera del regime franchista, prende parte alle proteste sotto il Consolato spagnolo sedendosi pacificamente sulle rotaie del tram rischiando di essere investito. Va a manifestare poi direttamente in Spagna e decide di emigrare in Francia, dove subisce un provvedimento di espulsione dopo aver partecipato ad un’altra manifestazione.

    Sessantotto manifestazione

    Tornato in Italia si trasferisce a Trento e, forte dei suoi numerosi trenta e lode, si laurea in Sociologia con una sua tesi dal titolo Rapporto tra partiti, sindacati e movimenti di massa in Germania, che verteva sulla giustizia sociale, ottenibile mediante un radicale sovvertimento della società e delle istituzioni (senza esclusione della stessa università). C’è chi ricorda che venne discussa in un’aula affollatissima, in un clima singolare e surreale. E’ di questi anni la frequentazione con Renato Curcio, Mara Cagol, Marco Boato e Marianella Pirzio Biroli, studenti con i quali fonda un movimento che poi culminerà nella nascita di Lotta Continua (a favore del potere operaio) insieme ad Adriano Sofri, Guido Viale, Giorgio Pietrostefani, Paolo Brogi, Enrico Deaglio. E al proposito, dopo 20 anni, Mauro, marxista libertario, non violento e profondamente contrario alla lotta armata, in una intervista diceva…

    Dopo la laurea Mauro Rostagno lavora un paio di anni come ricercatore al CNR prima di trasferirsi a Palermo, dove insegna all’Università fino al 1975 come assistente alla cattedra di sociologia. Qui, e a livello regionale, comincia a diffondere le idee politiche e libertarie di Lotta Continua intensifica la propria attività di leader di estrema sinistra. Scende in politica nel 1976 candidandosi alla Camera nella lista di Democrazia Proletaria, ma senza esiti. In seguito chiede di sciogliere il movimento e si trasferisce al Milano.

    Dopo lo scioglimento di Lotta Continua Mauro ritorna a Milano e nell’ottobre 1977 è fra i fondatori del centro culturale Macondo (nome tratto da Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez), punto di riferimento per la sinistra alternativa, e per la gioventù che vuole stare lontana dall’eroina, in assoluto uno dei primi centri sociali aperti in Italia, che però viene chiuso il 22 febbraio 1978 per presunte attività legate allo spaccio di hashish e marijuana. Rostagno in questa occasione viene pure arrestato e poi prosciolto.

    Chiuso Macondo, Rostagno va in India, a Pune, con la compagna Elisabetta Roveri e la loro figlia Maddalena, per intraprendere un percorso di crescita spirituale presso la comunità degli arancioni di Osho. Rientrato in Italia si trasferisce in provincia di Trapani, in Sicilia, a Lenzi di Valderice, dove nel 1981 mette in piedi il centro Saman, un luogo di aggregazione sorto con lo scopo di diffondere gli insegnamenti appresi in India e la meditazione di Osho, ma che col tempo si trasforma in un pioneristico centro di accoglienza e recupero di tossicodipendenti, dotato persino di una falegnameria e di studi fotografici e audiovisivi, dove si fanno anche sedute di musicoterapia. Saman, una delle prime comunità terapeutiche d’Italia, cresce quindi rapidamente e progetta di espandersi fino a diventare un vero e proprio paese, che però non vedrà mai realizzazione per via di mancati finanziamenti.


    (Mauro visto da Riccardo Mannelli)

    Rostagno comincia la sua attività di giornalista e conduttore a partire dalla metà degli anni Ottanta con Radio Tele Cine, un’emittente televisiva locale. Con la collaborazione di alcuni ragazzi della Saman, il giornalista inizia a raccontare nei suoi servizi le collusioni tra mafia e politica locale. ”Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in mano mentre i fatti succedono”, diceva il caporedattore che indagava e faceva luce su malaffari, intrecci e collusioni, facendo tranquillamente nomi e cognomi dal suo studio televisivo, e diventando così un uomo ”scomodo” per i poteri forti.

    (Per l’omicidio del sindaco Lipari di cui si parla nel video, sono stati condannati gli esecutori, ma sono rimasti sconosciuti mandanti e movente. Uno degli imputati era il capo-mafia Mariano Agate, boss di Mazara del Vallo, poi condannato all’ergastolo per la strage di Capaci. Durante una pausa di una delle udienze, poco prima dell’agguato, Agate mandò a dire che Rostagno ”doveva dire meno minchiate” sul suo conto).

    Mauro Rostagno il 26 settembre 1988 viene assassinato in un agguato in contrada Lenzi di Valderice, a poche centinaia di metri dalla sede della Saman, all’interno della sua auto.

    Aveva 46 anni. Il commando è composto da alcuni uomini nascosti ai margini della strada, che gli sparano con un fucile a pompa calibro 12 e una pistola calibro 38. Implicati nell’omicidio non c’è solo la mafia, ma anche esponenti influenti della massoneria, della p2, di gladio, servizi segreti deviati ed esercito italiano. Dopo decenni di depistaggi e false ricostruzione, la notte del 15 maggio 2014, alle ore 23.38, la Corte d’assise di Trapani pronuncia una sentenza storica. Ecco il video con la lettura della sentenza

    Il boss Vincenzo Virga e Vito Mazzara vengono condannati all’ergastolo come mandante, il primo, ed esecutore il secondo, dell’omicidio di Mauro Rostagno. Il processo di primo grado, ri-iniziato nel 2011 dopo una raccolta di 10mila firme promossa da varie associazioni, si è protratto per 67 udienze, durante le quali sono stati ascoltati 144 testimoni. Nel maggio 2016 è iniziato il processo d’appello.

    sofri e rostagno

    Adriano Sofri ha scritto un libro in ricordo del giornalista, dal titolo ”Reagì Mauro Rostagno sorridendo”. Ecco un brano:

    Rostagno è stato assassinato nel settembre 1988 a Lenzi, in provincia di Trapani. Ci sono voluti dunque più di 25 anni per arrivare a una verità processuale, per fare i tanti accertamenti, rilievi, indagini che nei giorni dopo il delitto non si fecero, superare le ipotesi investigative che si sono susseguite dal giorno dell’assassinio – false congetture, depistaggi, ricostruzioni infondate – mentre si è tralasciata l’unica pista che andava seguita da subito e che pure molti indicarono: quella mafiosa.

    ”Mamma mia che situazione in questa provincia di Trapani!… Logge massoniche coperte, intreccio tra politica, affari, mafia, massoneria, tangenti, gente che si fa ricca della povertà altrui… Insomma, ci sarebbe da stare seri se non avessimo voglia, ogni tanto, anche di ridere…” (nella sua tv, aprile 1988). Mauro Rostagno fu ammazzato il 26 settembre del 1988. Era nato il 6 marzo 1942, era passato da tante vite, chissà quante ne avrebbe avute ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto, era il più pronto a prendersele tutte, le vite che abbiamo in offerta. A Trapani c’è ancora qualche scritta slavata che dichiara che MAURO È VIVO! Serve ai vivi per consolarsi, ma i morti ne sono inceppati, è come se non li si lasci sentire pienamente morti, con quel punto esclamativo che inchioda il lembo del mantello al mondo di qua. I morti ammazzati per ragioni di giustizia o di dignità personale non vogliono essere vivi, ne hanno avuto abbastanza. Rivendicano di poter guardare le cose da un aldilà, e di venire di qua per qualche sopralluogo senza preavviso. Tanto più che ad appesantire loro le ali provvedono già i processi insabbiati o dirottati, che li tengono in una perenne attesa di convocazione, un purgatorio terrestre.

    Mauro è stato tenuto in ostaggio per oltre venticinque anni in quella terra di nessuno, e finalmente se n’è svincolato. C’è voluto un processo durato tre anni, testimonianze e prove finalmente raccolte, il colpo di scena di un esame del DNA dal risultato imprevedibile, per dire quello che tutti sapevano: che non era stato un delitto fra amici, né un affare di corna o una vendetta di «drogati», ma un omicidio di mafia. Mauro aveva detto di aver scelto la Sicilia, e che qui avrebbe voluto vedere ingrigirsi la propria barba e nascere i propri nipotini. Io assisto alle udienze e sono tutto grigio, e anche l’assassino presunto di Mauro nella sua gabbia in tribunale è mezzo calvo e mezzo grigio, e invece a Mauro è restata una barba scura e il sorriso affettuoso e ironico di chi sa come potrebbe essere questa terra, se non ci si accanisse a rovinarla.
    A. S.

    1984

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