Strage via d’Amelio: il processo infinito sull’attentato a Paolo Borsellino

Strage via d’Amelio: il processo infinito sull’attentato a Paolo Borsellino

Tanti i misteri a 24 anni dalla morte del magistrato

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    Strage via d’Amelio: il processo infinito sull’attentato a Paolo Borsellino

    Non sono bastati quattro processi per fare luce sulla strage di via D’Amelio che 24 anni fa costò la vita a Paolo Borsellino. Il 19 luglio 1992 una Fiat 126 rubata, contenente 90 chilogrammi di tritolo, esplose in via Mariano D’Amelio a Palermo, sotto casa della mamma del magistrato. Oltre a Borsellino morirono i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. A uccidere il magistrato fu la mafia: diversi boss di Cosa Nostra furono condannati negli anni. Ma la mafia aveva dei mandanti occulti: chi erano? E che fine ha fatto l’agenda rossa di Borsellino?

    Strage di via d'Amelio

    Tra i mandanti principali della strage ci fu Totò Riina, condannato all’ergastolo nel 1999. Insieme a lui, tra i vari processi, vengono condannati con la stessa pena altri boss come Pietro Aglieri , Bernardo Provenzano e Giuseppe Graviano. Quest’ultimo, affiliato alla famiglia mafiosa di Brancaccio, fu colui che azionò il telecomando dell’autobomba. Ma non sono i soli responsabili. Oltre alla mafia si nascondono esponenti della politica e dello Stato. Rimasti misteriosi grazie ai tanti depistaggi di oltre venti anni di processi. L’ultimo dei quali è ancora in corso.

    La storia dei processi per la strage è infinita, ingarbugliata di nomi, testimonianze, versioni ribaltate, condanne e assoluzioni, sentenze rovesciate. Una storia ricca di errori, menzogne, false verità, depistaggi che non hanno mai allontanato il sospetto che parti deviate dello Stato fossero coinvolte e complici del braccio armato mafioso. Le falsità più eclatanti fuoriescono dal primo processo, quando i falsi pentiti Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino (pregiudicati con precedenti per rapina, spaccio di droga e violenza sessuale) provocano la condanna di innocenti. I due si autoaccusano del furto dell’auto usata per l’attentato e accusano di essere gli esecutori della strage alcune persone che resteranno in carcere per quasi vent’anni. Salvatore Profeta, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana, Gaetano Scotto e Vincenzo Scarantino, condannati nei processi “Borsellino uno” e “Borsellino bis”, verranno scarcerati solo nel 2011.

    Scarantino, nel 2009, dichiarerà di avere subito maltrattamenti durante la detenzione nel carcere di Pianosa e di essere stato costretto a mentire dal questore Arnaldo La Barbera (morto nel 2002) e dal suo gruppo investigativo. La revisione dei precedenti processi, con la scarcerazione degli innocenti, avviene con il “processo quater”. Processo nato nel giugno del 2008 (e ancora in corso), quando l’ex mafioso di Brancaccio Gaspare Spatuzza, considerato attendibile (soprattutto dopo le deposizioni dell’altro collaboratore Fabio Tranchina), inizia a collaborare con la giustizia, autoaccusandosi del furto della Fiat 126 utilizzata nell’attentato. Smentendo quindi la versione di Scarantino e Candura e confermando, di fatto, che qualcuno aveva interesse a oscurare la verità. Di calunnia sono accusati Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Si strage Salvo Madonia e Vittorio Tutino

    Come quella contenuta nell’agenda rossa di Borsellino, da cui il magistrato non si separava mai, sui cui probabilmente aveva appuntato informazioni riservate e scottanti.

    Molti avevano interesse affinché sparisse, e così è stato. Dopo l’esplosione della 126, l’agenda non è più stata ritrovata. Fu accusato di furto e favoreggiamento della mafia (ma poi prosciolto) un carabiniere in borghese visto mentre si allontanava con la borsa subito dopo la strage. Borsa poi ufficialmente ritrovata in auto, ma senza agenda. Qualcuno l’ha fatta sparire.
    Gli aderenti al Movimento delle Agende Rosse, fondato dal fratello di Paolo, Salvatore Borsellino, spiegarono: “In quel diario sono contenuti appunti sugli incontri ed i colloqui che Borsellino ebbe con collaboratori di giustizia e con rappresentanti delle Istituzioni. Si tratta di elementi determinanti per mettere a fuoco le complicità di pezzi dello Stato con Cosa Nostra. Chi si è appropriato dell’agenda può oggi utilizzarla come potente strumento di ricatto proprio nei confronti di coloro che, citati nel diario, sono scesi a patti con l’organizzazione criminale”.

    Questa la testimonianza di Lucia Borsellino, figlia del magistrato, in un’udienza del “processo quater” a Caltanissetta: “Il 19 luglio del 1992, il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa, tra le altre cose, un’agenda rossa da cui non si separava mai. Non so perché la usasse o cosa ci fosse scritto perché non ero solita chiedergli del suo lavoro. Dopo la strage la borsa ci venne riconsegnata dal questore Arnaldo La Barbera, ma mancava l’agenda rossa”. Nel luglio 2016, a proposito del presunto coinvolgimento dello Stato nella strage, la donna ha affermato: “Se certe evidenze che emergono anche da questo processo dovessero essere confermate, mio padre sarebbe ucciso due volte”. Del resto sono troppi, e poco credibili, i “non ricordo” da parte dei funzionari della polizia interrogati. Coinvolti nella nuova inchiesta sui possibili depistatori, gli stessi poliziotti che avrebbero costretto Scarantino a mentire. Oscurando la verità sulla morte di Borsellino.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN Cosa NostraCriminalità OrganizzataCronacaMafiaProcessiStragi Ultimo aggiornamento: Martedì 19/07/2016 10:32
     
     
     
     
     
     
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