Bernardo Provenzano: morto il boss di Cosa Nostra. Vietati i funerali in chiesa

Bernardo Provenzano: morto il boss di Cosa Nostra. Vietati i funerali in chiesa
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    Bernardo Provenzano: morto il boss di Cosa Nostra. Vietati i funerali in chiesa

    E’ morto Bernardo Provenzano. Il padrino aveva 83 anni ed era malato da diverso tempo.
    Il questore di Palermo Guido Longo ha vietato i funerali in chiesa per motivi di ordine pubblico. I parenti del capo mafia potranno accompagnare la salma di Provenzano al cimitero di Corleone in forma privata, ma senza alcuna cerimonia religiosa in chiesa.
    Nato a Corleone il 31 gennaio 1933, è stato uno dei capi di Cosa Nostra dell’ala corleonese emersa vittoriosa dalle guerre di mafia. Provenzano aveva differenti soprannomi: veniva chiamato Zu’ Bìnu oppure Bìnnu ‘u tratturi, con riferimento al modo in cui stroncava coloro che lo ostacolavano.
    E’ stato latitante per 43 anni, fino a quando fu arrestato l’11 aprile del 2006. Come spesso accade in Sicilia, Provenzano era latitante a pochi chilometri da casa sua, in un casolare in una tenuta agricola nelle campagne corleonesi.
    Fin dagli anni ’60, periodo in cui commise i suoi primi omicidi, ebbe la fama di killer spietato.
    Secondo le ricostruzioni, prese parte anche alla guerra di mafia contro i Navarra a Palermo.
    Totò Riina e Bernardo Provenzano sono stati la terribile coppia che ha organizzato centinaia di omicidi in Sicilia: il primo era il vero capo ed era di carattere sanguigno, irruento e sbrigativo. Il secondo era il consigliere e il braccio destro dal carattere calcolatore, freddo e manipolatore.
    Si sospetta che la cattura di Totò Riina sia da imputare al fatto che dopo le stragi degli Anni ’90, per abbassare i toni dello scontro con lo Stato, Provenzano abbia autorizzato l’arresto del suo migliore amico per salvare Cosa Nostra dall’attacco frontale delle istituzioni.


    (L’arresto di Bernardo Provenzano)

    Fu proprio lo stesso Bernardo Provenzano a partecipare ad un agguato, che pose fine alla vita di tre esponenti del clan dei Navarra. Per questo motivo Provenzano fu denunciato dopo la strage, ma fece perdere subito le sue tracce. A poco a poco, tuttavia, riuscì a ‘fare carriera’ all’interno dell’organizzazione criminale, di cui faceva parte, fino a quando, all’inizio degli anni ’80, arrivò ai vertici della mafia siciliana.

    All’inizio Provenzano ricadeva nella sfera d’influenza di Totò Riina, ma si trovò ad essere in disaccordo con lui, quando si trattò di organizzare gli omicidi di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Quando diventò capo di Cosa Nostra, fece insabbiare l’organizzazione: in pratica le pistole non spararono più, ma in compenso gli affari si moltiplicarono. Cosa Nostra cercò ancora di più di infiltrarsi ai vertici della cosa pubblica.

    Nel 2003 Provenzano si recò presso una clinica francese, dove ebbe la necessità di farsi operare alla prostata. Sull’evento ancora si continua ad indagare, perché alcuni aspetti dell’episodio rimangono avvolti nel mistero. Come per esempio la morte del giovane medico Attilio Manca che un giorno fu trovato stroncato da un cocktail di alcol e droga. Il caso fu archiviato in fretta come suicidio, ma i segni sulla pelle del giovane e il fatto che non avesse mai fatto uso di stupefacenti in precedenza portarono i suoi genitori a chiedere la riapertura dell’inchiesta.

    L’11 aprile 2006 Bernardo Provenzano venne catturato in contrada dei cavalli, vicino Corleone, mentre si trovava in un casolare di campagna. A indirizzare le Forze dell’Ordine sulle sue tracce sembra sia stato un pizzino, un bigliettino che il boss di Cosa Nostra aveva utilizzato per comunicare con la moglie e che le aveva mandato proprio il giorno del suo arresto. Da ciò che emerse, gli inquirenti sarebbero risaliti al suo nascondiglio proprio tramite il biglietto. Secondo altre versioni della notizia invece, avrebbero destato sospetto dei pacchi di biancheria che, dalla casa della moglie, venivano portati al casolare.

    Già quando era stato catturato, Provenzano aveva ricevuto tre condanne in contumacia all’ergastolo.

    All’inizio fu portato presso il carcere palermitano dell’Ucciardone, successivamente venne trasferito presso l’istituto di massima sicurezza di Vocabolo Sabbione, in provincia di Terni, dove fu trattenuto in isolamento e sotto stretta sorveglianza anche attraverso le telecamere.

    Nelle foto che immortalano il suo arresto il padrino ha una smorfia beffarda e sorniona. In realtà non si tratta di un’espressione di irrisione, ma dei postumi di una plastica facciale riuscita male. Nel 1963 durante la strage di viale Lazio il mafioso Michele Cavataio centrò con una pallottola il viso di Provenzano, che ebbe poi bisogno di cure chirurgiche ed estetiche.

    Bernardo Provenzano è diventato famoso anche per il suo modo di comunicare. Anche chi non segue l’attualità in maniera assidua ha sicuramente sentito parlare dei famosi ‘pizzini’. In siciliano un pizzino non è altro che un foglietto di carta, un bigliettino. Le comunicazioni telefoniche possono essere intercettate, le comunicazioni informatiche possono essere spiate. Ma un pizzino scritto in codice e portato a mano da una persona di fiducia ad un’altra è difficilmente individuabile, e al bisogno può essere ingerito per distruggerlo. Provenzano scriveva i suoi pizzini con una vecchia macchina da scrivere meccanica.

    Con questo termine si indica una proposta di accordo avanzata da Riina e Provenzano allo Stato italiano o, meglio, ad alcuni apparati dello Stato, per fare in modo che le stragi di mafia degli Anni ’90 si placassero.
    Le richieste furono organizzate in un elenco definito ‘papello’. In esso furono avanzate le richieste più disparate, dall’abolizione del 41 bis (il carcere duro per i reati di mafia) alle agevolazioni sull’acquisto della benzina per i cittadini siciliani.
    Molto è stato scritto sulla trattativa Stato-mafia, ma ad oggi non si è riusciti a fare chiarezza sulle persone coinvolte.

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