Caso Ustica, storia di un mistero italiano tra muri di gomma e richieste di verità

Caso Ustica, storia di un mistero italiano tra muri di gomma e richieste di verità
da in Compagnie aeree, Cronaca, Francia, Processi, Stati Uniti d'America, Stragi
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    Strage di Ustica: un film riapre il caso

    1980-2016: sono passati 36 anni dalla strage di Ustica, 36 anni di depistaggi e false indagini, 36 anni di richieste da parte dei familiari delle vittime e della società civile di fare luce su quanto accaduto nel cielo sopra al Mar Tirreno in quella serata di fine giugno. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel ricordare il tragico anniversario ha auspicato “che passi avanti possano ancora essere compiuti, e che si riescano a rimuovere le opacità purtroppo persistenti“. Opacità che, a distanza di tanti anni, potrebbero essere chiarite dalle ”istituzioni nazionali e estere chiamate a collaborare, perché le nostre democrazie si fondano su valori e diritti che non possono sottrarsi al criterio della verità”, aggiunge il Capo dello Stato, così come sostenuto dal senatore Maurizio Gasparri (Fi) che chiede di desecretare gli atti relativi al Caso Ustica: ”Il Presidente Mattarella parla delle opacità che accompagnano ancora questa vicenda. Ha ragione. Ma solleciti allora anche lui la desecretazione che abbiamo chiesto in Parlamento di molti atti relativi a quel tragico 1980. Noi abbiamo letto quelle carte con il vincolo del segreto. E da lì si sa molto sui veri autori di stragi che caratterizzarono quella drammatica stagione. Anche di Ustica si capisce molto di più. Noi siamo vincolati dal segreto, ma questo mistero va rimosso. Le carte parlano, Presidente Mattarella. Ed è tempo che tutti le possano conoscere. A tutti questi anni di distanza occultare la verità è veramente grave”. In attesa che il velo sulla verità venga finalmente rimosso, ripercorriamo la storia di questo mistero italiano tra muri di gomma e richieste di verità.

    Il 27 giugno 1980 il DC 9 Itavia in volo da Bologna a Palermo con 81 persone a bordo lascia l’aeroporto felsineo due ore dopo l’orario previsto, alle 20.08. Alle 20.31 IH870 raggiunge la quota di crociera assegnata, di 29mila piedi, per poi scendere a 25mila alle 20.46. Il viaggio sembra andare normalmente, non è segnalato nessun problema da parte dei quattro membri dell’equipaggio presenti sul volo IH870. Alle 20.58 i piloti chiedono alla torre di controllo di Palermo come sono le condizioni meteo locali, ma è l’ultima comunicazione radio: improvvisamente, poco prima delle 21, alle ore 20,59 minuti e 45 secondi, il controllo aereo di Ciampino riceve l’ultimo segnale del transponder, l’apparecchio che segue e riconosce la posizione degli aerei. Il radar perde di colpo le tracce del DC 9 e inizia così il mistero su cosa sia accaduto quel venerdì del 27 giugno 1980. Il DC9 si trovava tra Ponza e Ustica, a 25.000 piedi, sulla rotta assegnata, prima di scomparire. Alle 21.04 l’ATC di Palermo tenta di mettersi in contatto con il volo, senza ricevere risposte. La notizia ufficiale della scomparsa dell’aereo comincia a diffondersi il mattino seguente, e solo il giorno dopo vengono mandati navi e mezzi per iniziare le ricerche. Dapprima viene rilevata una chiazza oleosa, poi i primi corpi delle vittime. Solo sette sono in condizioni tali da permettere un’autopsia.

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    La mattina dopo la tragedia tutti i giornali riportano la notizia e si cominciano anche a fare le prime ipotesi sulle cause del disastro. Passano i giorni; la lettura dei giornali ci permette di capire le prime inquietudini: ”Il silenzio delle autorità alimenta i sospetti di una collisione. Forse i radar della Nato hanno ‘visto’ la tragedia del DC 9 scomparso in mare”, ”Il DC 9 Itavia aveva strutture logore e ha ceduto oppure è stato investito da ‘qualcosa’”. ”L’aereo è stato abbattuto da un missile”, oppure ”Sull’aereo era presente una bomba che è stata fatta esplodere”. Il 28 giugno 1980, al Corriere arriva una telefonata in cui si rivendica la strage da parte dei NAR: il DC9 è esploso per una bomba portata a bordo da Marco Affatigato, estremista di destra latitante. La rivendicazione non tarda a rivelarsi infondata: Affatigato è vivo e non era tra i passeggeri. Poi il 18 luglio un caccia MIG-23 delle forze aeree libiche si schianta sui monti a Castelsilano, in Calabria. Viene recuperato il relitto con il corpo del pilota e l’autopsia conferma la data della morte al 18 luglio. La commissione italo-libica istituita per l’occasione giunge alla conclusione che il MIG era precipitato per un malore del pilota: l’aereo era senza armi, ma che lo scoppio fosse provocato da una collisione esterna appare chiaro già dai primi soccorsi. Si inizia a pensare che anche il DC9 sia stato abbattuto: lo sostiene tra l’altro il presidente dell’ITAVIA, Aldo Davanzali, alla fine del 1980. L’ipotesi che l’aereo si fosse trovato in mezzo a una misteriosa battaglia aerea inizia a prendere corpo.

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    La prima commissione ministeriale riunita per svelare il mistero di Ustica è presieduta da Carlo Luzzatti, dirigente Enac, che consegna un rapporto nel marzo 1982 nel quale esclude sia l’ipotesi di una collisione in volo visto (il radar non aveva rilevato altri veivoli) che quella del cedimento strutturale. Si ipotizza quindi un’esplosione, ma non è possibile stabilire se per una bomba o un missile. Per farlo c’è bisogno del relitto dell’aereo, ancora immerso nelle acque del Tirreno. Nel frattempo vengono trovate tracce di esplosivo su alcuni reperti: si tratta di esplosivo T4 (tipico delle testate militari come i missili, ma usato pure come C4, il cosiddetto ‘plastico’), che fanno il paio con alcuni segni, tipici delle esplosioni, ritrovati su alcuni rottami. Nel 1984 l’inchiesta viene cambiata: non si parla più di incidente ma di strage. Ma gli anni trascorrono e soltanto nel 1987 viene avviata la prima campagna di individuazione e recupero dei resti del DC9. Si recupera metà dell’aereo: tra i resti c’è il registratore delle voci in cabina (CVR), fermo alle ore 20.59 e 51 secondi. Nel 1991 altre ricerche permettono di recuperare altri resti del velivolo che viene ricostruito per il 90 percento: c’è anche la scatola nera.

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    Il sospetto che in tanti sussurrano tra i denti è che il DC9 di Ustica sia stato abbattuto da un missile americano: il 27 giugno 1980 alcuni caccia americani tentano di intercettare il MIG 23 libico citato prima, che si nascondeva nella scia dell’aereo civile italiano: lo vedono e sparano, ma per errore colpiscono il DC9. In seguito ritrovano il MIG libico e lo abbattono.
    Macché cedimento strutturale. Quella sera si sono alzati due dei nostri, per andare a intercettare due Mig libici su Ustica“, le dichiarazioni di un anonimo colonnello della base aerea di Grosseto, riportate il 3 marzo 1992; “C’è mancato poco che scoppiasse la guerra”: parole della cognata di Dettori, radarista di Poggio Ballone morto suicida, del 3 marzo 1992.
    Il giornalista scopre che qualcuno ha aperto la cassaforte del giudice Priore. Non solo.

    Ci sono le intercettazioni, quelle che vengono sentite in aula. Sono le 20:58 del 27 giugno: due operatori radar a Marsala parlano tra loro. “Sta’ a vedere che quello mette la freccia e sorpassa!”; “Quello ha fatto un salto da canguro!”. Alle 22:04 a Grosseto gli operatori radar parlano tra di loro e non si accorgono che il contatto radio con Ciampino è ancora aperto e vengono registrati. “… Qui, poi… il governo, quando sono americani…”; “Tu, poi… che cascasse… “È esploso in volo!”.
    Inizia così il depistaggio e la distruzione delle prove: niente deve essere trovato, vengono distrutti i radar e falsati i documenti sul ritrovamento del MIG libico. È il cosiddetto “muro di gomma”: qualsiasi inchiesta giornalistica si imbatte in un vero muro che rimbalza ogni tentativo di scoprire la verità, a dispetto di dichiarazioni, prove e testimonianze. Sono soprattutto i giornalisti italiani a scavare nel mistero di Ustica. Uno è Andrea Purgatori del Corriere che raccoglie testimonianze e racconti e che ricostruisce il quadro.

    In ambito giudiziario nel 1989 il giudice istruttore Rosario Priore conclude l’inchiesta penale con la tesi dell’aereo (probabilmente il MIG-23 caduto in Calabria) nascosto nella scia del DC-9 e intercettato da caccia militari. Il veivolo era troppo vicino al DC9 tanto da provocarne il cedimento strutturale e quindi decide il “Non doversi procedere in ordine al delitto di strage perché ignoti gli autori del reato”, e rinvia però a giudizio alcuni ufficiali dell’Aeronautica Militare per aver nascosto i fatti e manomesso le prove. Nel processo che segue tutti gli imputati sono assolti per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, o prosciolti per prescrizione. Nel processo d’appello, tutti gli imputati vengono assolti perché il fatto non sussiste e nel 2007 la Cassazione conferma tutte le assoluzioni.

    A gennaio 2016 l’emittente francese Canal Plus lancia un’inchiesta in cui sostiene che le autorità francesi mentirono sulla presenza di una portaerei nel Mediterraneo e sull’attività della base militare in Corsica, rilanciando l’ipotesi dell’abbattimento del DC9 da parte di caccia di Parigi. Una tesi già sostenuta nel 2007 da Cossiga, che all’epoca dei fatti era presidente del Consiglio. Alla fine le ipotesi sul caso Ustica restano diverse e i possibili colpevoli non sono solo gli americani, visto che sulla rotta del DC9 e quindi del Mig 23 c’erano anche i francesi. Si parla anche degli israeliani, di certo centrano i libici, ma nessuno ha mai spiegato la verità

    Per la strage di Ustica, il Tribunale di Palermo ha condannato a ottobre 2015 i ministeri della Difesa e dei Trasporti al risarcimento di 5 milioni e mezzo di euro a beneficio dei familiari delle vittime e al pagamento di oltre 30.000 euro di spese sostenute per il giudizio. I giudici hanno accolto la tesi della Corte d’Appello di Palermo, secondo la quale l’aereo sarebbe stato abbattuto da un missile. I ministeri sono stati, quindi, condannati, perché non avrebbero garantito, attraverso controlli di radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. Nulla invece si sa sui colpevoli, sui responsabili e sul movente. La verità è che le 81 vittime della strage di Ustica aspettano ancora giustizia: 36 anni dopo, come in tutti i misteri italiani, ci sono ancora troppe domande senza risposte.

    Negli anni sono stati prodotti video e corti inchiesta per cercare di fare luce su questo mistero che ancora grava nella storia italiana. Lo scorso 31 marzo è uscito nelle sale il film ‘Ustica’, del regista Renzo Martinelli, una pellicola che analizza vari documenti e reperti sulla strage, un film che è frutto del lavoro di tre anni sulla mole enorme di perizie e testimonianze effettuate nel corso degli oltre trent’anni trascorsi da quella tragica notte del 27 giugno 1980. E l’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia-Romagna nel 2016, in occasione del 36esimo anniversario dell’abbattimento del Dc9 Itavia Bologna-Palermo ha autoprodotto un nuovo cortometraggio per chiedere tutta la verità sulla strage di Ustica e per coltivare la cultura della memoria.

    Si intitola ‘E’ ora. E’ adesso‘, ed è ispirato all’omonimo spettacolo teatrale che andrà in scena a Bologna il 29 giugno come inaugurazione della rassegna teatrale ‘Del teatro, della memoria’. Il video è visibile qui sotto e anche scaricabile gratuitamente a questo link.