Incendi al sud: perché il Meridione in estate brucia?

Incendi al sud: perché il Meridione in estate brucia?

Gli assurdi intrecci tra mafia, politica e guardie forestali

da in Calabria, Cronaca, Regione Sicilia
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    Incendi al sud: perché il Meridione in estate brucia?

    La Sicilia è in fiamme: in tutta la provincia di Palermo e sulle Madonie gli incendi non si contano, le condizioni attuali sono da allarme rosso. Gli incendi hanno raggiunto anche i Nebrodi, Agrigento e Caltanisetta. Case e scuole sono state evacuate e i tratti delle autostrade Palermo-Messina e Palermo-Mazara del Vallo sono stati chiusi al traffico. In circa 36 ore i vigili del fuoco hanno eseguito più di 500 interventi. Gli incendi sembrano avere (ancora una volta) un’origine dolosa, pochi credono alle cause naturali.

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    A Cefalù, uno dei luoghi rimasti più colpiti dalle fiamme, gli investigatori convinti della pista dolosa, hanno già avviato le indagini con l’appoggio della Scientifica. Sono diversi gli elementi che fanno pensare alla mano dell’uomo: innanzitutto le fiamme sono divampate in punti troppo distanti tra loro, inoltre le temperature erano troppo basse perché potesse scatenarsi da solo un incendio: ‘L’autocombustione è una favoletta. Non è possibile che tutta l’Isola prenda fuoco per caso nello stesso momento’, ha dichiarato il presidente dell’ente Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, mentre il governatore siciliano Rosario Crocetta, si domanda sarcasticamente: ‘Può accadere che a Cefalù un incendio divampi ieri sera quando la temperatura era di 24 gradi? Perché in Sicilia gli incendi scoppiano sempre di notte?’

    Il problema degli incendi nel sud Italia (in particolar modo in Sicilia e in Calabria), purtroppo, non è nuovo, ed è il risultato di un insieme di fattori molto diversi tra loro, difficili da mettere insieme: costruire una mappatura chiara delle dinamiche che portano alla distruzione di intere aeree naturali di queste regioni, è un po’ come tentare di mettere insieme i pezzi di puzzle diversi. Il quadro che ne esce non avrà mai una cornice definita.

    PERCHE’ IL SUD BRUCIA?

    Partiamo innanzitutto dalle cause ‘più semplici’:
    - campeggiatori poco attenti che accendono falò e poi li abbandonano non sapendo che la brace cova sotto la cenere per ore ed ore e il vento può riaccendere il fuoco in qualsiasi momento;
    - automobilisti che parcheggiano l’auto sull’erba secca: una marmitta arroventata in una giornata particolarmente afosa può innescare un incendio;
    - fumatori distratti che gettano il mozzicone di sigaretta fra le sterpaglie;
    - mitomani attratti dal fascino distruttivo del fuoco.
    Tutto qui? Nemmeno per sogno.

    C’è tutta un’altra fetta di responsabili che riflettono le gravi malattie di cui il nostro Bel Paese è affetto: da un lato ci sono le mafie e dall’altra ci sono le guardie forestali e i politici. E poi ci sono gli agricoltori. Cosa c’entrano queste realtà tra loro?

    Partiamo proprio dall’ultima categoria: in recepimento della normativa nazionale, gli enti locali hanno la facoltà di proibire i roghi di sterpaglie in determinati periodi dell’anno particolarmente a rischio per gli incendi. Chi viene sorpreso a dar fuoco alle sterpaglie rischia una multa non da poco. Allora cosa fanno molti agricoltori? Appiccano i roghi e si dileguano. Ma ogni tanto il fuoco supera i confini del loro podere causando disastri.

    Andiamo avanti ed entriamo nel cuore del problema: i politici locali da sempre vedono nelle guardie forestali un prezioso bacino da cui attingere voti elettorali: per assicurarsi i loro voti, solitamente offrono loro un contratto di lavoro, visto che solitamente sono tutti precari.

    Quasi sempre i contratti vengono stipulati poco prima di una campagna elettorale. E non si parla di una manciata di voti, nelle regioni del sud infatti, soltanto in Calabria, si contano circa 10.500 addetti alla salvaguardia del territorio per una superficie di 6.500 km quadrati. Un numero spropositato, se si pensa ad esempio che in Canada, una delle nazioni modello non soltanto dal punto di vista economico, ma anche per la qualità di vita e l’assistenza, su un’estensione forestale di oltre 400.000 km quadrati, i Rangers sono circa 4.200. Facendo un rapido conto, in Calabria, ogni 191 abitanti c’è 1 forestale.

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    Inoltre, da un dossier scottante, chiesto dal governatore della Sicilia Rosario Crocetta, è emerso che 3.500 addetti al controllo forestale hanno diverse, pesanti condanne sulle spalle: nello specifico di questi circa mille hanno sentenze per reati contro il patrimonio, compreso l’incendio doloso, 200 hanno reati contro la pubblica amministrazione, 600 contro la persona, più altre centinaia di condanne per reati legati all’amministrazione della giustizia. Un quadro surreale che è stato reso possibile dal fatto che per moltissimi anni, le guardie sono state chiamate in servizio a scatola chiusa. Non veniva fatta alcuna selezione, né controllo per verificare eventuali incompatibilità.

    Poi capita che gli stessi forestali, per dimostrare la propria utilità e pretendere la riassunzione, decidano di appiccare incendi, che poi provvedono prontamente a domare.
    Poi c’è la mafia che ha tutto l’interesse a bruciare centinaia di ettari di boschi per poi avere nuove aree su cui edificare.
    Le autorità hanno iniziato a capire che l’unico modo per impedire che le aree verdi vengano consumate dai piromani è istituire un catasto degli incendi boschivi che vincoli le aree interessate per un certo numero di anni. Alcuni comuni pongono un limite di 10 anni per la costruzione nelle aree devastate dalle fiamme, ma è troppo poco considerando che per far ricrescere un bosco servono 30 anni. 10 anni per le mafie sono solo un investimento a lungo periodo.

    A tutto questo di unisce un’altra categoria di colpevoli, quella dei pastori: da sempre, per poter ottenere nuove zone verdi da adibire al pascolo dei loro animali, appiccano incendi in determinate aree, a loro favorevoli, noncuranti di quanti danni generi il loro operato.

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