Processo Concordia, Francesco Schettino condannato a 16 anni in appello

Processo Concordia, Francesco Schettino condannato a 16 anni in appello

L'accusa aveva chiesto 27 anni

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    Francesco Schettino è colpevole. La Corte d’Appello di Firenze ha confermato la pena di 16 anni e un mese di reclusione per Francesco Schettino, ex capitano della Costa Concordia. L’accusa, in secondo grado, aveva chiesto per Schettino 27 anni e tre mesi di reclusione.
    A leggere la sentenza che conferma quella di primo grado la presidente della corte d’appello di Firenze Grazia D’Onofrio. La Corte ha anche disposto nei confronti di Schettino l’interdizione dai titoli professionali marittimi per cinque anni in relazione al delitto di naufragio colposo, e lo ha condannato al pagamento delle ulteriori spese processuali. Schettino non era presente in aula, ma ha appreso della condanna nella sua casa di Meta, in provincia di Napoli.

    NAUFRAGIO COSTA CONCORDIA: LA RICOSTRUZIONRE DEI FATTI

    Ad avanzare la richiesta di condanna nel processo d’appello per il comandante della Costa Concordia è stato il procuratore generale, Giancarlo Ferrucci. Ferrucci aveva chiesto 9 anni per naufragio colposo, 15 per omicidio e lesioni plurime colpose (nel naufragio sono morte 32 persone) e 3 anni per abbandono di persone incapaci a bordo della nave. Il pg ha dichiarato: “Non conosco il napoletano, ma dico che ‘ccà nisciuno è fesso’”

    In primo grado, l’11 febbraio 2015, Schettino era stato condannato a 16 anni di reclusione e un mese di arresto.
    “La procura di Grosseto (quella del processo di primo grado, ndr) ha scelto la colpa cosciente, scelta del tutto corretta. Che però non è stata condivisa dal tribunale, che dice che non vi è la piena prova che Schettino abbia previsto il rischio della morte di persone dopo l’urto. Il grado della colpa riguarda il singolo. Il ruolo dominante va adeguatamente sanzionato in termini di pena” per questo “chiedo 27 anni di reclusione e tre mesi di arresto”. Così ha detto il sostituto procuratore generale Giancarlo Ferrucci nel corso della sua requisitoria.
    “Ne prendiamo atto”, ha commentato il difensore di Schettini, Donato Laino, mentre, Saverio Senese il codifensore ha dichiarato: “Riteniamo che non ci siano profili di colpa nel suo comportamento. Dimostreremo che Schettino è stato portato in un punto dove non voleva andare e che non c’è nesso causale tra i fatti e la condotta del comandante”.

    Le indagini hanno accertato che la nave volesse fare il cosiddetto inchino all’isola del Giglio, cioè una manovra di avvicinamento alla costa in segno di omaggio. Omaggio che sarebbe stato indirizzato all’ex ammiraglio Mario Palombo, figura carismatica della marineria italiana. Il comandante in pensione vive al Giglio d’estate e a Grosseto d’inverno, perciò la sera del 13 gennaio non era sull’isola. L’incidente sarebbe dipeso dall’eccessivo avvicinamento alla costa.
    Secondo la difesa di Schettino, invece, sarebbe stato provocato da un errore di comprensione con il timoniere indonesiano, che avrebbe male interpretato gli ordini.
    Quale che sia la verità, Schettino ha comunque lasciato la nave mentre i passeggeri si trovavano ancora a bordo, sostenendo, al telefono col capitano Gregorio De Falco, il capo della sezione operativa della guardia costiera di Livorno, di essersi attivato nel coordinamento dei soccorsi da una lancia. Affermazione alla quale De Falco ha risposto con una frase rimasta un simbolo di quella tragedia: “Vada a bordo, cazzo”.
    Nella tragedia sono morte 32 persone.

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