Migranti, tragedia infinita: 400 i dispersi nell’ultimo naufragio

Migranti, tragedia infinita: 400 i dispersi nell’ultimo naufragio

Circa 400 i morti nel naufragio di un barcone: 40 sono bambini. Tra di loro anche neonati

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    La strage dei bambini. Così rischia di diventare ogni momento che passa l’ennesima tragedia dell’immigrazione che conta almeno 400 vittime. Quello che è stato il quarto naufragio in una settimana, avvenuto nel Canale di Sicilia nella giornata di giovedì 26 maggio, assume contorni, se possibile, ancora più inquietanti. I superstiti hanno ricostruito quanto avvenuto ai due pescherecci unito da una fune di cui uno trainato dall’altro, e hanno parlato di almeno 40 bambini tra le vittime: alcuni erano neonati. In trecento erano stipati nella stiva, schiacciati uno sull’altro, i più poveri dei poveri, che avevano pagato meno agli scafisti e quindi destinati a stare nella zona delle merci: sono morti intrappolati senza nemmeno accorgersi di quando stava accadendo.

    Altre vittime, almeno 45, sono state portate a Reggio Calabria dalla nave Vega della Marina Militare con bordo 629 migranti salvati dai militari italiani. Le squadre mobili di Agrigento e Ragusa stanno ricostruendo quanto accaduto alle imbarcazioni cariche di persone. Secondo le stime dell’UNHCR, sarebbero almeno 700 i morti nel Mediterraneo in una settimana che ha visto sbarchi continui: circa 13mila i soccorsi effettuati dalle autorità italiane su 80 barche in avaria in soli sei giorni.

    Le testimonianze raccontano di un viaggio infernale, terminato in tragedia, che ha coinvolto due pescherecci, con a bordo almeno 500 persone, uno trainato dall’altro tramite una grossa fune, recisa da uno scafista che ha fatto così inabissare l’imbarcazione. L’uomo, di origine sudanese, è stato fermato in serata dalle Forze di Polizia a Pozzallo. Le indagini serrate hanno portato anche al fermo a Reggio Calabria di due cittadini di origine egiziana, sospettati di essere stati al comando della nave su cui quale viaggiavano 229 dei 290 migranti sbarcati al porto di Reggio Calabria il 24 maggio, dopo essere stati soccorsi al largo delle coste libiche dalla nave della Guardia Costiera Peluso.

    Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire quanto avvenuto in quel tratto di mare. I racconti dei testimoni descrivono un vero inferno: i due pescherecci, partiti dalle coste libiche, erano già in cattive condizioni, tanto che uno era legato con una grossa cima all’altro per essere trainato. Appena dopo poche miglia, ha iniziato a imbarcare acqua: le persone a bordo, prese dal panico, avrebbero tentato di passare a bordo dell’altra imbarcazione usando la fune: in tanti sarebbero morti cadendo in mare.

    A quel punto, raccontano i superstiti, uno degli scafisti ha reciso la fune che, con un effetto frusta, ha quasi decapitato una donna a bordo: la nave, rimasta senza alcun sostegno, è affondata, portandosi con sé almeno 400 vittime. Il numero potrebbe essere anche più alto: i racconti parlano di 300 persone schiacciate una sull’altra nella stiva e circa 200 persone cadute in mare. Il corpo della donna è stato portato a Porto Empedocle insieme a un centinaio di superstiti; altri invece sono stati accolti dalla nave Argo 29 con a bordo gli operatori di Save the children che hanno raccolto le loro testimonianze.

    La polizia di Ragusa ha confermato il fermo dei presunti scafisti, tra cui un minore, per le tre imbarcazioni con a bordo 699 migranti salpati dalla Libia: si tratta di un uomo di 21 anni, nato in Ghana, un sedicenne della Guinea e un uomo di 29 anni della Nigeria e un uomo di 29 anni originario del Sudan. Secondo gli inquirenti i quattro “concorrevano con altri soggetti presenti in Libia al fine di trarne ingiusto ed ingente profitto, compiendo atti diretti a procurare l’ingresso clandestino nel territorio dello Stato di cittadini extracomunitari“. Il 29 sudanese, è stato fermato anche per il reato di morte come conseguenza di un altro delitto per il naufragio nel quale, secondo quanto raccontato dai testimoni, sarebbero morte 400 persone.

    I migranti provenivano da paesi del centro Africa, Eritrea e Siria e ora sono ospitati presso l’hot spot di Pozzallo per essere visitati, identificati e trasferiti in altri centri. L’operazione dello sbarco, spiega la polizia, è stata molto complessa, non solo per i numeri (700 le persone accolte) ma soprattutto per l’aspetto psicologico dei migranti, sotto schock per quanto vissuto. Tra di loro ci sono molte donne giovani, alcune incinte, e molti bambini.

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