Giovanni Falcone ucciso dai mafiosi, tradito dallo Stato

Giovanni Falcone ucciso dai mafiosi, tradito dallo Stato
    Giovanni Falcone ucciso dai mafiosi, tradito dallo Stato

    E’ maggio. Come sempre giornali, siti web e social network sono intasati da contenuti che ricordano la grandezza di Giovanni Falcone, un brillante uomo dello Stato dallo Stato intralciato, tradito e infine celebrato post mortem, insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli angeli della sua scorta.
    Falcone nacque a Palermo il 18 maggio 1939 e fu ucciso sull’autostrada Palermo-Mazara del Vallo il 23 maggio 1992, poco prima dello svincolo per Capaci. Oggi avrebbe avuto 77 anni.
    E’ un rituale molto italiano massacrare qualcuno da vivo e poi santificarlo quando non può più dare fastidio. Ero un ragazzino quando Falcone fu ucciso. Ricordo lo sbigottimento di mia madre, i cori a scuola, le assemblee, i temini in classe e i politici che andavano in TV a scuotere la testa con aria grave. Credevo che da una parte ci fosse la mafia e dall’altra ci fossero le persone buone che la combattevano coese e solidali. Non era così. Non è mai stato così. Ero piccolo, ma avrei potuto capire molte cose se solo mi fossero state spiegate. Per questo oggi scrivo nella speranza che un maestro, un professore, un educatore possa leggermi e trarre qualche spunto da trasmettere ai suoi allievi. Perché questa generazione è bruciata, tanto vale coltivare la prossima.

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    Giovanni Falcone fu il primo magistrato a capire Cosa Nostra. Il metodo Falcone era rivoluzionario: non era solo un’indagine poliziesca, ma anche finanziaria. Il giudice aveva capito che il modo migliore per mettere all’angolo le cosche è seguire i flussi dei capitali. Un aiuto determinante venne da Buscetta, un mafioso dell’ala perdente di Cosa Nostra. Buscetta era stato arrestato in Brasile, dove fu torturato: gli strapparono le unghie dei piedi e minacciarono di buttarlo giù da un aereo in volo aprendogli il portellone davanti la faccia. Rimase in silenzio. La lingua di Buscetta si sciolse solo davanti a Falcone e il giudice ebbe gli elementi per istruire il Maxiprocesso.

    Giovanni Falcone è stato applaudito da morto dalle stesse mani che lo hanno pugnalato da vivo. Sembra la parabola di un moderno Gesù Cristo. A Palermo moltissimi odiavano Falcone, dalle portinaie ai boss, dai pensionati ai giudici. Anche da Roma era guardato con occhi pieni di rabbia e preoccupazione.

    Naturalmente non tutti quelli che criticavano l’antimafia erano a libro paga, direttamente o indirettamente, di qualche boss. Alcuni semplicemente non avevano capito cosa stava succedendo, oppure erano irregimentati in logiche partitiche o di casta.
    Oggi Falcone è celebrato come un eroe. Ma cosa scriveva la stampa ieri?

    Il Giornale di Sicilia dipingeva i giudici antimafia come “comiche figure” in pose da novelli supereroi a caccia di pubblicità, meriti e riconoscimenti.
    [Giornale di Sicilia, 30 giugno 1986]

    Ed ecco l’estratto di un altro articolo: “Sui grandi processi alla mafia si è dovuta riscontrare non la grandezza di istruttorie mirate e ricche di prove, ma l’ampollosità di messinscena dimostrative, destinate a polverizzarsi sotto i colpi di quel po’ che è rimasto dello stato di diritto”.
    [Giornale di Sicilia, 16 novembre 1986]

    Grande delusione il 10 gennaio 1987 destò in Falcone l’articolo intitolato “I professionisti dell’antimafia” pubblicato da Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera. Lo scrittore siciliano accusava certi magistrati di carrierismo e si scagliava in particolare contro Paolo Borsellino.

    La stampa metteva in atto un massacro quasi quotidiano contro quel giudice fuori dalle righe, quel giudice presenzialista, quel giudice che preoccupava tanti potenti.
    Pochi mesi prima delle stragi Lino Jannuzzi sul Giornale di Napoli scriveva così: “E’ una coppia la cui strategia, passati i primi momenti di ubriacatura per il pentitismo e per i maxiprocessi, ha approdato al più completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della dèbacle dello stato di fronte alla mafia”.

    Non solo i giornali del Mezzogiorno. Anche il Giornale di Milano sparava a palle incatenate contro Falcone. E anche Il Roma e Il Sabato.

    E Repubblica? Il 9 gennaio del 1992 (134 giorni prima della bomba) il quotidiano la Repubblica pubblicava un articolo dal titolo “Falcone, che peccato…” a firma di Sandro Viola: “Da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato. Egli è stato preso, infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica – spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera, con il prof. Sgarbi, con i leaders di partito, con i conduttori di talk show, con gli allenatori di calcio, insomma con tutti coloro che ci affliggono quotidianamente, nei giornali e nelle televisioni, con le loro fumose, insopportabili logorree”. Eccetera eccetera eccetera. Ecco l’articolo integrale. Buona lettura.

    (Foto AP/LaPresse)

    Sull’Unità Alessandro Pizzorusso scriveva il 12 marzo 1992: “Falcone superprocuratore? Non può farlo… Fra i magistrati è diffusa l’opinione secondo cui Falcone è troppo legato al ministro per poter svolgere con la dovuta indipendenza un ruolo come quello di procuratore nazionale antimafia”.

    Il Resto del Carlino, nello stesso giorno, scriveva che secondo il Csm “la sua fama di magistrato antimafia è semplicemente usurpata”.

    E poi c’erano gli articoli di Vincenzo Vitale, Vincenzo Geraci, Guido Lo Porto, Salvatore Scarpino e Ombretta Fumagalli Carulli che attaccavano in tutti i modi la creatura di Falcone, ovvero il Maxiprocesso di Palermo.
    Quelli che riporto sono solo alcuni estratti delle campagne di stampa denigratorie di quegli anni. Denigratorie per chi le ha condotte, si capisce. Si potrebbe scrivere una tesi di laurea in Giornalismo recuperando dalle emeroteche tutti gli articoli violenti nei confronti di Giovanni Falcone.
    Naturalmente il diritto di critica è sacrosanto. Naturalmente tutti hanno il diritto di non capire o sbagliare. Naturalmente.

    Falcone ha subìto un linciaggio quotidiano su più fronti.
    Qualcuno l’ha odiato per ragioni politiche, per la sua vicinanza professionale al socialista Claudio Martelli.
    Qualcun altro era semplicemente un disfattista: Cosa Nostra aveva le mani ovunque, molto più di adesso, e sembrava invincibile.

    Prenderla di petto significava solo scatenare le sue rappresaglie.
    Altri erano invidiosi del suo acume e della sua bravura.
    Qualcuno mal sopportava il suo presenzialismo televisivo.
    Altri, poi, semplicemente non capivano.
    E qualcuno, infine, lo considerava una minaccia. Perché ieri come oggi la mafia muove miliardi e orienta il consenso politico.

    Andiamo avanti e parliamo di toghe. Voi credete che tutti i magistrati abbiano fatto fronte comune insieme a Falcone nella lotta alla mafia? Non potete esservene accorti, ma dopo il punto interrogativo mi sono preso una pausa di mezzora per ridere al balcone come un folle. Citerò solo di sfuggita Corrado Ammazzasentenze Carnevale, che definiva “cretino” e “faccia di caciocavallo” Falcone anche post mortem.
    Falcone venne osteggiato con durezza quando avanzò la propria candidatura a consigliere istruttore presso il Tribunale di Palermo. Mirava a prendere il posto di Antonino Caponnetto, ma il Consiglio superiore della magistratura gli preferì Antonino Meli per maggiore anzianità. E l’Antimafia fece un passo indietro, tutte le istruttorie vennero sezionate e persero di incisività.

    E che dire della Superprocura antimafia? Falcone sperava di assumere il ruolo di “Superprocuratore” per ottenere maggiori poteri e più autonomia nel contrasto alla criminalità organizzata. Ma in molti ebbero il timore di un asservimento della magistratura al potere politico e si arrivò addirittura allo sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati. Falcone ottenne i voti per essere eletto Superprocuratore il giorno prima della sua morte. Ironia della morte.

    La Superprocura?
    “Quanto di più deleterio sia stato pensato in tempi recenti”
    [Giacomo Conte, magistrato ex membro del pool antimafia, 6 giugno 1991]

    “Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Anm. Non potrò mai dimenticare quel giorno. Le parole più gentili, specie da Magistratura democratica, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico. Mario Almerighi lo ha definito un nemico politico. Ora io dico che una cosa è criticare la Superprocura. Un’altra, come hanno fatto il Consiglio superiore della magistratura, gli intellettuali e il cosiddetto fronte antimafia, è dire che Giovanni non fosse più libero dal potere politico. A Giovanni è stato impedito nella sua città di fare i processi di mafia. E allora lui ha scelto l’unica strada possibile, il ministero della Giustizia, per fare in modo che si realizzasse quel suo progetto: una struttura unitaria contro la mafia. Ed è stata una rivoluzione”.
    [Ilda Boccassini]

    A un certo punto della sua vita Falcone non fu appoggiato nemmeno dagli amici più cari, come Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto. Il 23 ottobre 1991 le loro firme, insieme ad altre 60, figurarono in una lettera in cui lo strumento della Superprocura veniva definito “inadeguato, pericoloso, controproducente” e “causa di riduzione dell’iniziativa dei singoli e, perciò, di complessiva minor incisività delle indagini”.

    Il discorso è molto chiaro: Democazia Cristiana e Cosa Nostra avevano punti di contatto, per usare un eufemismo. Falcone era spalleggiato dal socialista Martelli. Ergo, Falcone era un pericoloso bolscevico animato da accanimento politico.
    Ma dopo le condanne del 16 dicembre 1987, quando la Corte d’assise comminò 19 ergastoli ai mafiosi di Cosa Nostra, democristiani e socialisti accusarono Falcone di filo-comunismo, per come erano stati rappresentati i legami tra mafia e politica. Per non parlare di quando giunse l’incriminazione di Vito Ciancimino, ex sindaco democristiano di Palermo.

    (Nella foto AP/LaPresse, Leoluca Orlando)

    Leoluca Orlando, oggi come 20 anni fa sindaco di Palermo, aveva messo in atto una sassaiola quotidiana contro Falcone, accusandolo di avere “tenuto chiusi nei cassetti” alcuni documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. Falcone fu addirittura chiamato a discolparsi davanti al Csm dopo un esposto di Orlando. Francesco Cossiga anni fa ha raccontato che Falcone uscì in lacrime da quell’audizione.

    Persino i vicini di casa non ne potevano più di quel giudice che arrivava a sirene spiegate turbando il loro giusto riposo ed esponendoli al rischio di attentati. Nell’aprile del 1985 il Giornale di Sicilia pubblicò una lettera di protesta.
    Oggi i nipotini di chi ha linciato, infangato, isolato, delegittimato, deriso, ostacolato, sputtanato, denunciato, calunniato, ingiuriato, ridicolizzato Giovanni Falcone vanno in via Notarbartolo ad appuntare un temino o un disegno sull’albero Falcone, accompagnati dai maestri. I politici si lasciano fotografare accanto ai bambini, con sguardo commosso, prima di tornare ai loro affari. E’ proprio pensando a quei bambini che oggi ho scritto questo articolo.

    (Nella foto AP/LaPresse, l’albero Falcone)

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