Come eri vestita, il fotoprogetto contro lo stupro e i pregiudizi sulle donne

Come eri vestita, il fotoprogetto contro lo stupro e i pregiudizi sulle donne

Nelle immagini gli abiti delle vittime di violenza

    Foto Katherine Cambareri

    Un fotoprogetto contro lo stupro e contro i pregiudizi di cui sono vittime le donne che subiscono violenza. Katherine Cambareri è una fotografa americana che firma ‘Well, What Were You Wearing?‘, ‘Beh, com’eri vestita?’, titolo che ha dato alla raccolta di immagini di abiti indossati da donne stuprate nel giorno della violenza. Sullo sfondo nero scorrono le foto di magliette e t-shirt, pantaloni della tuta e jeans, maglioni e scarpe, a dimostrazione di quanto sia inutile e dannoso incolpare le donne e il loro abbigliamento. La fotografa ha spiegato di aver sentito parlare molto delle violenze quando era al college. “La questione principale per le vittime di solito è sentirsi chiedere cosa indossavano. Questo mi preoccupa perché la violenza sessuale è un atto di controllo e di potere che nulla ha a che fare con quello che si indossa“, ha scritto la Camareri nella presentazione del progetto.

    La questione è molto seria e la fotografa ha pensato a un modo inequivocabile con cui zittire tutti coloro che credono alla “colpevolezza” delle donne violentate. Le fotografie non ritraggono abiti succinti e provocanti perché la verità è che lo stupro non centra nulla con quanto si indossa. Non ci sono giustificazioni che tengano: la violenza sessuale è un reato, come lo è il furto.

    Immaginate di lasciare la porta di casa aperta, senza dare la solita mandata di chiavi, di rientrare e di trovarla svaligiata: questo renderebbe meno grave il fatto che vi abbiano derubato? Giustificherebbe il ladro? Essere prudenti è sempre una scelta saggia, non esserlo non rende meno sbagliato l’aver subito una violenza.

    Il progetto di Katherine Cambareri nasce dall’urgenza di raccontare la realtà, cioè la quotidianità del male. Le vittime di stupri sono troppo spesso accusate di aver “provocato” i loro aggressori con l’abbigliamento, ma non esiste alcun vestito che possa giustificare una violenza.

    Non ci sono corpi provocanti; ci sono persone, essere umani che hanno la loro dignità e la libertà di indossare quello che vogliono, dai jeans attillati alle maglie extra large.

    Per questo, la fotografa ha chiesto alle vittime di poter ritrarre gli abiti che indossavano al momento dell’aggressione, “per dimostrare che non c’è nessun tipo di abbigliamento che provochi la violenza”. Nei college americani molte ragazze sono vittime di stupri, ma in tutto il mondo le donne rischiano di subire violenze di natura sessuale. “In America avviene uno stupro ogni 107 secondi“, spiega la Cambareri. “La violenza sessuale non si verifica per quello che uno indossa: l’unico motivo è perché una persona aggredisce qualcun altro“.

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