Giulio Regeni, parlano i genitori: ‘Riconosciuto dalla punta del naso, ha subìto torture nazifasciste’

Giulio Regeni, parlano i genitori: ‘Riconosciuto dalla punta del naso, ha subìto torture nazifasciste’

Spuntano ipotesi di sanzioni per l'Egitto

da in Cronaca, Egitto, Giulio Regeni, Omicidi
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    Giulio Regeni, parlano i genitori: ‘Riconosciuto dalla punta del naso, ha subìto torture nazifasciste’

    L’Italia potrebbe reagire contro l’Egitto e spingere le autorità del Cairo a collaborare davvero sulla morte di Giulio Regeni. L’ipotesi filtra dalle pagine di Repubblica: sanzioni per il governo di Al Sisi, blocco degli accordi commerciali, a partire dall’enorme giacimento di gas a Zohr, fino al richiamo dell’ambasciatore e all’inserimento del paese nella “black list” come luogo non sicuro. Tutte ipotesi, al momento, in attesa dell’incontro tra le polizie del 5 aprile, quando si capirà se l’Egitto ha intenzione di dire la verità o proseguirà nell’insabbiare tutto. I genitori di Regeni, in una conferenza stampa organizzata al Senato, hanno detto chiaramente che vogliono verità e giustizia per quel figlio torturato a morte, che, ha ricordato la mamma, “ha subìto violenze nazifasciste “, che hanno riconosciuto solo dalla punta del naso tanto erano tremende le ferite sul volto. La legale della famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini, anche lei presente in conferenza, è stata chiara. L’Egitto deve chiedere scusa e dire la verità anche se sarà scomoda. La realtà, al di là di tutte le ricostruzioni fantasiose, è che un cittadino italiano è stato torturato a morte e, davanti a questo, non c’è nulla che tenga.

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    Anche dalla maggioranza qualcosa si muove. Il presidente della commissione Bilancio alla Camera, Francesco Boccia (PD), citato da Repubblica, è il primo a dirlo con chiarezza. “L’Egitto deve chiedere scusa. Non c’è accordo commerciale che tenga davanti a una situazione del genere“. Al momento, il governo italiano avrebbe bloccato ogni nuovo accordo commerciale e industriale e si starebbe pensando ad azioni forti, come chiesto dalla famiglia Regeni. Il richiamo dell’ambasciatore, il fermo delle trattative già in corso, come quello sul maxi giacimento dell’Eni, ma soprattutto l’inserimento dell’Egitto nella “black list” dei paesi a rischio sono tutte possibilità, come chiesto dai genitori di Giulio. Per il paese, che vive di turismo e che dopo la strage dell’aereo russo sul Sinai, ha visto crollare le prenotazioni da tutto il mondo (in particolare dall’Italia), sarebbe un colpo fortissimo. Le prossime mosse del governo italiano saranno decisive per smuovere le acque e costringere il Cairo a uscire allo scoperto, mostrando il volto di un vero regime dittatoriale.

    genitori regeni

    I genitori di Giulio Regeni hanno deciso di parlare in conferenza stampa il 29 marzo per chiedere la verità, con ogni mezzo: “Quello che è successo a lui non è in caso isolato. Giulio ha subìto torture nazifasciste“, hanno confermato. “Per i genitori di Giulio rinnovare pubblicamente qui il loro dolore affinché la verità sulla sorte di loro figlio non venga consegnata all’oblio“, ha spiegato il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per i diritti umani che ha organizzato la conferenza stampa insieme al legale della famiglia, l’avvocata Alessandra Ballerini. Sul suo volto “diventato piccolo piccolo, ho visto i segni del male del mondo. Per lei è stato quasi impossibile riconoscere in quel viso martoriato il figlio, a cui hanno fatto di tutto: ‘Ho riconosciuto solo la punta del naso“, spiega ai giornalisti, cercando di descrivere le torture che Regeni ha subìto. Le immagini del suo corpo devastato non saranno ancora mostrate, spiegano i genitori. “Non era andato in guerra ma a fare ricerca. Se il 5 aprile (giorno dell’incontro a Roma tra gli inquirenti italiani e quelli egiziani ndr) sarà una giornata vuota, confidiamo in un’azione forte da parte del governo: è dal 5 febbraio che aspettiamo una risposta. Non vorremmo utilizzare la foto di Giulio, ma potremmo farlo se costretti“, ha chiarito mamma Paola.

    Una delle azioni che la Commissione vuole portare avanti è dichiarare l’Egitto paese non sicuro.

    Giulio era sereno, stava passando un bel periodo. Aveva buone prospettive di lavoro e anche sul piano personale stava bene, aveva passato bei momenti con gli amici. Il 23 marzo, data del rientro in Italia, era anche il termine che si era dato per la fine del dottorato. L’abbiamo accompagnato all’aeroporto, come sempre: il 27 gennaio, alle 14e30, ho ricevuto la notizia della sua scomparsa“, ha spiegato il padre. “Noi non dimentichiamo, continuiamo a lottare per la verità“.

    Per la mamma, la versione del rapimento da parte della banda, i cui membri sono stati uccisi dall’autorità egiziane, si tratta di una “sceneggiata“. “Siamo fermi nella nostra volontà di giustizia“, ha confermato la mamma che ancora, racconta, non è riuscita ancora a piangere. “Ho il blocco del pianto, mi sbloccherò quando riuscirò a capire cosa è successo a mio figlio. Non augurerei neanche alla persone più cattiva del mondo quello che è successo a lui“. Quello che le fa più male, spiega, è sapere che Giulio, “che aveva tutte le chiavi intellettuali” aveva capito di aver la porta chiusa dietro di sé.

    Che non fosse un collaboratore dei servizi segreti, per loro è una certezza. “Avevamo contatti continui con lui, parlavamo di tutto, anche del loro lavoro“, ha chiarito il padre. “Chi ha figli all’estero, sa che si riesce a sviluppare un senso di legame fortissimo se si è lontani: a livello viscerale, noi sapevamo che non collaborava con i servizi segreti“, conferma la madre.

    La famiglia si aspetta molto dall’incontro del 5 aprile, che “non è tra Procure ma tra funzionari delle Polizie“, chiarisce il senatore Manconi. Le autorità egiziane dovrebbero portare tutti i documenti relativi alle indagini, da tempo richiesti dalla Procura di Roma, ma anche i veri effetti personali di Giulio, tuttora mai rientrati in Italia. “Anche dai conti correnti non risulta che Giulio facesse qualcosa di diverso rispetto alla sua attività di ricerca, anche perché non aveva il tempo di fare altro“, ha chiarito l’avvocata.

    In banca, aggiunge il senatore Manconi, c’erano circa 850 euro e non ci sono stati movimenti o prelievi prima del 5 febbraio: il particolare è importante perché va a smentire l’ultima versione del rapimento per estorsione. “Il conto corrente non è stato toccato durante il sequestro di Giulio“.

    I segni sul suo corpo indicano che si è trattato di tortura protratta nel tempo e questo porta a escludere le altre versioni, dalla rapina al sequestro“, ha chiarito l’avvocata della famiglia. “Qualunque sia la verità, per questo regime, sarà scomoda“.

    Quello che è successo a Giulio ha cambiato la vita a noi, alla sorella, agli amici e a tutto il nostro paese. C’è un grande dispiacere anche perché sappiamo che lui avrebbe contribuito a cambiare un po’ il mondo“, è l’amara conclusione della madre.

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