Massimo Giuseppe Bossetti ultime notizie: tutte le prove contro il presunto assassino di Yara Gambirasio

Massimo Giuseppe Bossetti ultime notizie: tutte le prove contro il presunto assassino di Yara Gambirasio
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Ultimo aggiornamento: Lunedì 29/02/2016 17:22

    Massimo Bossetti si trova in carcere come unico imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio. Il muratore di Mapello è infatti accusato di aver ucciso la ragazzina di Brembate, che è stata poi ritrovata successivamente in un campo di Chigolo d’Isola. Bossetti fino ad ora non ha confessato nulla, anzi si è sempre dichiarato innocente. Nel corso delle indagini sono stati accumulati una serie di indizi, che sono stati interpretati dagli inquirenti come delle prove schiaccianti contro lo stesso Bossetti. Vediamo nelle pagine seguenti tutte le prove che inchioderebbero Bossetti alle sue responsabilità nella morte di Yara.

    yara gambirasio

    Yara Gambirasio è scomparsa il 26 novembre del 2010 da Brembate di Sopra e il suo corpo venne ritrovato solo tre mesi dopo a Chignolo d’Isola provincia di Bergamo. Ed è proprio nel campo di Chignolo d’Isola, dove è stato ritrovato il corpo, che la tredicenne è morta. A parlare nel dettaglio nel corso del processo a carico di Massimo Bossetti, unico indagato per la morte della 13enne di Brembate, è l’anatomopatolaga Cristina Cattaneo che ha svolto l’autopsia sul corpo della ragazzina. La dott.ssa Cattaneo, che all’epoca del ritrovamento del corpo fece anche i rilevamenti sul posto, ha spiegato che tutte le evidenze scientifiche portano a una conclusione: Yara fu aggredita e uccisa nel campo a Chignolo d’Isola poche ore dopo essere scomparsa. Sul suo corpo e sui vestiti vengono isolate delle tracce di DNA, la chiave per capire chi è l’assassino. Le analisi dei reperti portano a Massimo Giuseppe Bossetti.

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    Massimo Bossetti non ha mai negato che il dna ritrovato sul corpo della piccola Yara fosse il suo, ma ha sostenuto che qualcuno lo ha incastrato rovesciando il suo sangue sul corpo della 13enne. E il muratore di Mapello aveva fatto il nome di Massimo Maggioni, un suo ex collega, sul quale Bossetti aveva cercato di scaricare ogni responsabilità e per questo adesso dovrà difendersi anche dall’accusa di calunnia. Massimo Bossetti aveva affermato di soffrire di epistassi e di perdere spesso sangue, anche mentre lavorava, per cui si trovava spesso a gettare il fazzoletto sporco di sangue nell’immondizia del cantiere di Palazzago, aggiungendo che Maggioni – presente spesso nel cantiere – poteva avere a disposizione tracce del suo Dna prese da uno straccio o da un attrezzo del cantiere sporco di sangue. Sulla vicenda, lo scorso dicembre, proprio Bossetti aveva rilasciato dichiarazioni spontanee in aula precisando: “Non volevo accusare nessuno e ho avanzato solo un mio sospetto. In questa occasione mi sono visto accusare di calunnia, in modo ingiusto. Non volevo calunniare nessuno. Se poi vengo accusato di calunnia, non capisco il motivo. Se uno ha un dubbio o un sospetto, dovrebbe essere ascoltato“.

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    Il furgone di proprietà del Bossetti è stato ripreso da varie telecamere di sorveglianza vicino alla palestra di Brembate pochi minuti prima che la ragazzina sparisse. Molto particolare risulta essere anche la testimonianza del padre di Yara, che, ricostruendo la sera della scomparsa della ragazzina, ha dichiarato di aver visto poco distante da casa, proprio lungo il percorso che doveva compiere la figlia, un autocarro fermo con le luci accese. A testimoniare la presenza del muratore in zona ci son pure le celle telefoniche, che combaciano con i dati riferibili al cellulare di Yara.

    Dopo i primi controlli che confermano le sue continue assenza al cantiere, Bossetti raccontò che il pomeriggio della scomparsa di Yara era andato dal meccanico, poi dal falegname, dal commercialista, dal fratello e all’edicola vicino al centro sportivo a Brembate Sopra, lì dove lo pongono le celle telefoniche. Di questi spostamenti però gli investigatori non hanno trovato traccia: il comportamento di Bossetti è stato definito “incoerente” proprio per quanto riguarda le ricostruzioni dei suoi spostamenti che appaiono “diverse e confuse” e che “non possono considerarsi spontanee essendo state effettuate da Bossetti solo dopo aver letto l’ordinanza di applicazione della misura cautelare e dopo che le contestazioni specifiche l’hanno posto di fronte all’evidenza che ciò che aveva dichiarato in sede di udienza di convalida non era stato riscontrato dai successivi e specifici accertamenti investigativi”. In pratica, il muratore di Mapello avrebbe cambiato la sua versione dei fatti a ogni smentita arrivata dalle indagini. Inoltre gli inquirenti hanno da sempre sospettato della presenza di Bossetti il 4 dicembre 2010 nei pressi della casa di Yara, quando ha prelevato 250 euro al bancomat del Credito Valtellinese di Brembate Sopra. Questa non era la sua banca e si ipotizza che il muratore possa essere andato in quella zona con il pretesto del bancomat, per verificare di persona le indiscrezioni sulle indagini in corso.

    bossetti fermato

    Secondo una superteste Yara avrebbe conosciuto Massimo Bossetti e per questo avrebbe accettato di salire sul suo furgone la sera in cui è stata rapita. A confermare questa ipotesi c’è la testimonianza di Alma Azzolin, che gli inquirenti giudicano attendibile. La donna, fra il 2007 e il 2010, ha frequentato la zona del centro sportivo di Brembate, perché accompagnava la figlia ad un corso di ciclismo. In una di queste occasioni ha notato nel piazzale di fronte alla palestra, un’autovettura con all’interno un uomo dagli occhi chiarissimi e una giovanissima ragazza adolescente con l’apparecchioa i denti. Poi Alma Azzolin avrebbe riconosciuto Yara e Bossetti: ”Quell’uomo mi ha colpito perché aveva gli occhi talmente chiari che mi sembravano bianchi, come una volpe che avevo visto quell’ agosto”, ha affermato la donna davanti ai giudici.

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    Nel corso delle udienze è emerso che nella casa di Massimo Bossetti qualcuno avrebbe effettuato diverse ricerche specifiche sul suo computer a carattere hard, soprattutto con la parola ”tredicenne”. La moglie Marita Comi, però, ha detto di non aver mai usato tale parola per le sue ricerche online, anche se si è presa la responsabilità di tutte le navigazioni a luci rosse presenti nella cronologia del pc, spiegando di averle effettuate sempre ”da sola o insieme a Massimo”.

    marita comi e massimo bossetti

    Interessanti da valutare restano le conversazioni che Marita Comi ha avuto col marito nella sala colloqui del carcere di Bergamo, a breve distanza dal suo primo arresto. Comi gli chiede della sera dell’omicidio, quel 26 novembre 2010 di cui l’ uomo dice di non avere ricordi. ”Come fai a non ricordarti” gli domanda con insistenza, ”cosa hai fatto quella sera lì? L’ Agostino (il fratello di Marita, ndr) se lo ricorda, perché tu no?”. L’ arrestato non risponde. Eppure la moglie non ha dubbi sulla sua innocenza, e ci tiene a difenderlo ancora una volta”Uscivano notizie date per certe e io volevo sapere la verità da lui. Sono certa che sarebbe crollato, se fossero state vere. Lo conosco”. Sfoglia qui le tappe che hanno portato Massimo Bossetti a processo.

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