Giulio Regeni è stato ucciso per il suo lavoro?

Giulio Regeni è stato ucciso per il suo lavoro?
da in Cronaca, Cronaca Nera, Egitto, Giulio Regeni, Omicidi, Studenti
Ultimo aggiornamento: Venerdì 26/02/2016 16:54

    Manifestazione per Giulio Regeni davanti l'Ambasciata di Egitto

    Se dall’Egitto arrivano solo depistaggi, in Italia si cerca la verità sulla morte di Giulio Regeni. La Procura di Roma ha chiuso le porte a tutte le ipotesi fantasiose giunte dal Cairo. Da quanto filtra dagli ambienti giudiziari e investigativi, è sempre più chiaro che il giovane ricercatore non è morto per un incidente stradale, per una rapina, per una vendetta personale, perché fosse gay o facesse uso di droghe (tutte idee arrivate dagli egiziani). Regeni è morto a causa del suo lavoro di ricercatore. Prima di tutto la modalità con cui è stato ucciso: le “sevizie e le torture” portano a escludere che sia stato ucciso da “criminali comuni“; l’omicidio sarebbe opera di “professionisti della tortura”. Le indagini autoptiche hanno poi escluso che facesse uso di droga, mentre il lavoro degli inquirenti italiani ha chiarito come viveva Giulio al Cairo, una vita “ritirata”, senza contatti con persone “equivoche” e con frequentazioni limitate agli ambienti accademici. Non sono emersi contatti con i servizi segreti e al momento si esclude che i documenti da lui redatti fossero usciti dall’ambito universitario, ipotesi ancora al vaglio degli inquirenti. Dunque, chi ha ucciso Giulio Regeni? Chi lo ha torturato fino alla morte? Per capirlo, il pm Sergio Colaiocco ha chiesto ai big del web le password dei profili social, che non sono ancora arrivate: si spera così di trovare, tramite il gps, il cellulare del giovane, scomparso nel nulla. Rimangono molte domande. Chi lo ha ucciso non ha fatto sparire il computer: perché lo avrebbe fatto? Forse perché sicuro di essere coperto dall’alto? Da Roma sono ormai tre settimane che si attendono le carte dell’inchiesta egiziana: mancano i verbali delle testimonianze, il referto dell’autopsia effettuata al Cairo, i dati delle celle telefoniche, i filmati delle telecamere di sorveglianza della zona nella quale si è mosso Giulio il 25 gennaio prima della scomparsa e gli altri atti del fascicolo. L’unica cosa su cui stanno lavorando è l’autopsia italiana effettuata all’Istituto di medicina legale de La Sapienza, il cui referto arriverà la prossima settimana, e il pc sul quale continuano gli accertamenti. Pochi elementi per trovare la verità in un mare di bugie.

    Roma, Sit in in memoria di Giulio Regeni

    Giulio Regeni sarebbe stato a lungo intercettato dal governo egiziano. E a un mese dalla scomparsa del ricercatore, poi trovato ucciso, i depistaggi sulle indagini non si contano più. Secondo il ministero dell’Interno egiziano sarebbe stato ucciso per vendetta legata a contrasti con spacciatori o ad altri motivi personali. Un’altra ipotesi (smentita dalla Procura di Giza) l’aveva lanciata un quotidiano filogovernativo: “È stato ucciso dai Fratelli musulmani”. La Procura di Roma continua a scoprire dettagli sempre più utili e dall’Egitto arrivano solo mezze verità, silenzi colpevoli e false ammissioni. Gli investigatori italiani sono ormai convinti che la morte del ricercatore è maturata in ambienti politici e governativi: non si esclude alcuna ipotesi, è vero, ma tutte le scoperte riportano al punto di partenza, al lavoro di Giulio in Egitto. Le autorità egiziane invece, si tengono ben lontane dai luoghi e dalle persone che potrebbero dare una risposta alle tante domande sul caso. Così, è il procuratore Sergio Colaiocco ad aver ascoltato la professoressa dell’università di Cambridge Maha Abdelrahman, una delle tutor di Regeni, così come l’altra referente accademica, la professoressa Anne Alexander. Entrambe hanno confermato che da metà dicembre, a Giulio venne chiesto di intensificare gli studi sul campo per approfondire le dinamiche interne ai sindacati come luogo di dissenso principale verso il governo di Abdel Al-Sisi. L’indagine doveva essere “partecipata” e vertere anche sull’uso della rete e delle piattaforme digitali nella creazione di “piattaforme di dissenso” e “nuove culture dell’attivismo”. Giulio stava lavorando ai suoi “report” sul campo, aveva nomi e conoscenze nell’ambiente contrario al governo e forse questo gli è costato la vita. L’ipotesi è che qualcuno abbia “rubato” il suo lavoro accademico per girarlo alle autorità egiziane. Come è ancora da scoprire, ma il suo pc, ora in mano agli inquirenti italiani, potrebbe dare delle risposte.

    Il ministro degli Esteri Gentiloni

    Ogni giorno che passa l’esasperazione del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aumenta. Dal Cairo continuano i depistaggi e la collaborazione con gli investigatori italiani promessa è solo di facciata. L’indicazione del governo egiziano è che gli italiani devono accedere solo al materiale sulle indagini confezionato dai colleghi nordafricani. Liberi così di nascondere e bluffare. Gentiloni invece pretende che gli investigatori italiani, oltre ad essere informati, “debbano avere accesso ai documenti sonori e filmati, ai reperti medici, agli atti del processo in possesso della procura di Giza, e proprio oggi il governo trasmetterà richieste specifiche e dettagliate su questo attraverso gli opportuni canali diplomatici”. Ci sarebbero infatti registrazioni audio che proverebbero che Regeni sia stato intercettato: sarebbe la conferma del movente politico dell’omicidio e del coinvolgimento della polizia. Altrimenti perché intercettare un semplice ricercatore?

    Polizia egiziana

    Se fosse un thriller di basso livello ci sarebbe da ridere. E invece le ultime illazioni del governo egiziano fanno rabbia perché riguardano un presunto coinvolgimento di Regeni in attività di spaccio. Dopo che il ministro egiziano ha ipotizzato la vendetta personale (ne parliamo nella pagina successiva), è giunta la notizia dell’arresto di alcuni spacciatori. Cosa c’entrano con Giulio? Niente: gli esami tossicologici dell’autopsia hanno accertato che non facesse uso di droghe. Le autorità egiziane usano l’arma dei finti arresti per sviare le indagini e fare illazioni sulla vita privata dello studente. Ma davvero pensano che gli inquirenti italiani siano così ingenui?

    Il ministro dell'Interno egiziano

    Alla lunga sequela di ipotesi improbabili si aggiunge quella del ministro dell’Interno egiziano Magdy Abdel Ghaffar, secondo cui Regeni potrebbe essere stato ucciso per vendetta da qualcuno che si era inimicato. Motivi personali e non politici: “Le informazioni raccolte non escludono alcuna pista, compresa quella criminale o di vendetta personale – si legge nel comunicato del ministero – soprattutto perché l’italiano aveva avuto molti legami con persone vicino a dove viveva e studiava”. Il ministro degli Esteri Gentiloni rispedisce al mittente l’ipotesi, definendola “improbabile“. “L’Italia chiede semplicemente ad un Paese alleato la verità e la punizione dei colpevoli. Non ci accontenteremo di una verità di comodo” continua, chiedendo “per gli agenti italiani l’accesso a tutti i documenti sonori e filmati e a tutti gli atti del processo nelle mani della procura di Giza”.

    I Fratelli Musulmani durante una manifestazione

    Secondo il quotidiano filogovernativo AlYoum7 lo studente “sarebbe stato ucciso da agenti segreti sotto copertura, molto probabilmente appartenenti alla confraternita terrorista dei Fratelli musulmani, per imbarazzare il governo egiziano”. Il sito del quotidiano cita fonti vicine alla procura egiziana, scrivendo che “il procuratore egiziano e la sua controparte italiana stanno raccogliendo tutti gli elementi possibili per individuare l’autore del crimine”. La notizia è stata però già smentita dal procuratore Ahmed Najl: “Al momento ci stiamo concentrando sull’analisi dei suoi spostamenti e delle sue frequentazioni, questo perché non sappiamo ancora dove sia andato dopo essere uscito di casa il 25 gennaio scorso”, ha riferito all’agenzia Nova, negando il coinvolgimento dei Fratelli musulmani con la vicenda. Il gruppo terroristico subisce dal presidente Al-Sisi una spietata repressione. Il regime, dal suo insediamento nel 2013, avrebbe ucciso 2.500 appartenenti ai Fratelli musulmani e ne avrebbe arrestati più di 20mila.

    Roma, Sit in in memoria di Giulio Regeni

    Dall’Egitto invece arrivano voci che si dissolvono davanti ai fatti. Una riguarda il cosiddetto supertestimone che disse di aver visto agenti della Polizia portare via Giulio davanti la fermata della metropolitana il 25 gennaio, giorno della sua scomparsa. I tabulati del cellulare invece dicono una cosa diversa. Secondo il testimone, Giulio sarebbe stato portato via intorno alle 17.30. Le telecamere però non hanno mai ripreso la scena descritta; per di più, Giulio sentì la fidanzata sulla chat di Facebook intorno alle 19 e poco prima delle 20 scrisse un sms al suo referente al Cairo, il professore Gennaro Gervasio, per dirgli che stava arrivando. Non bastasse questo, anche le due autopsie sono diverse. In quella redatta dagli inquirenti egiziani non sono menzionati i segni di bastonatura sotto le piante dei piedi, la rottura della vertebra cervicale, le fratture di gomito e scapola che invece compaiono chiaramente in quella italiana. Il dettaglio è fondamentale, visto che sono chiari segni di tortura, effettuata per di più da “esperti”.

    Roma, Sit in in memoria di Giulio Regeni

    Le indagini sulla morte di Regeni sono rese ancora più complesse da una fantomatica “ragione di Stato”. Le autorità italiane, da Matteo Renzi al ministro Paolo Gentiloni, continuano a chiedere la collaborazione dell’Egitto. “Non ci accontentiamo di verità di comodo”, ha dichiarato il titolare della Farnesina. Eppure, qualcuno ha sintetizzato il concetto in tutta la sua crudezza. È stato Edward Luttwag con dichiarazioni choc che hanno fatto il giro del web. “Giulio Regeni ammazzato dai servizi segreti egiziani? Questa è mera speculazione, non sappiamo assolutamente niente su questi servizi segreti, che sono un’entità su cui non c’è nessuna informazione. Magari Regeni è stato ucciso da un’amante, da un poeta o da chissà chi”, ha detto nel suo intervento a La Zanzara su Radio 24. La sua analisi continua. “È vietato assolutamente picconare il governo egiziano perché è quello che ha salvato l’Egitto e anche l’Europa dal regime dei Fratelli Musulmani, la più grossa minaccia esistente. Il governo egiziano ci sta proteggendo. È più che un alleato per l’Italia, una barriera protettiva, una diga. Un disappunto, una critica o qualsiasi dichiarazione italiana che eroda l’Egitto sono irresponsabili. Il governo italiano non deve dire niente”. A suo dire, “gli italiani sono liberi di viaggiare dove vogliono, sono liberi di esprimersi come vogliono, sono anche liberi di scrivere per Il Foglio o per Il Manifesto, però quando loro fanno queste cose ci sono conseguenze. Il governo italiano deve solo intervenire solo quando c’è una violazione dei diritti umani dalle autorità e non cominciare ad accusare un regime sulla base di nessun fatto”. Secondo il politologo, Regeni se l’è cercata e l’Italia non può fare nulla. “Tutti facciamo cose pericolose e irresponsabili e prendiamo rischi. Quando però io prendo un rischio, ad esempio quando faccio SCUBA (immersione subacquea, ndr), non chiedo certo a un governo di compromettere i suoi interessi per quello che succede a me qualora io muoia. Le indagini sulla morte di Regeni? Il governo italiano può agire in maniera amministrativa, senza nessuna pubblicità o dichiarazioni ufficiali di ministri che possano suonare come critiche al governo egiziano”. Tra le sue parole (che non stanno né in cielo né in terra), emerge una piccola verità. L’Italia dovrà essere molto cauta a non pestare i piedi all’Egitto, per non perdere un alleato economico e politico importante: la ricerca della verità per Giulio sarà sempre più difficile.

    Fiumicello saluta Giulio Regeni con una fiaccolata

    Mentre a Fiumicello si sono svolti i funerali di Giulio Regeni, si continua a indagare sulla sua morte. “L’amicizia è un bene prezioso che ci può essere solo con verità“, ha dichiarato il premier Matteo Renzi a proposito del governo egiziano, perché i sospetti di un coinvolgimento delle alte sfere in questo omicidio si fa sempre più strada. Gli investigatori italiani sembrano esserne sempre più convinti: Giulio Regeni è stato ucciso per le sue idee. Si torna, ancora una volta, a quell’assemblea sindacale dell’11 dicembre a cui il giovane partecipò, unico occidentale tra i presenti. Tre testimoni, suoi colleghi universitari, ne hanno parlato ai Pm romani che si occupano del caso: qualcuno fotografò Regeni a quell’assemblea e lui ne fu molto spaventato. Questo qualcuno, dicono i testimoni, era fuori dal contesto, non sembrava interessato a quello di cui si discuteva e rimase solo il tempo di scattare qualche foto. Il movente, dunque, sarebbe da ricercare nell’articolo che Regeni pubblicò in merito a quell’assemblea qualche giorno dopo: pur sotto pseudonimo, il ricercatore parlava dei sindacati indipendenti, del loro ruolo e dell’opposizione al governo di Al-Sisi. Quell’articolo, secondo gli inquirenti, potrebbe essere stato la sua condanna a morte.

    Fiumicello, funerali di Giulio Regeni

    Su una cosa l’Egitto non può più mentire: Giulio Regeni non è stato vittima di una rapina. Lo conferma la Procura egiziana e lo confermano anche gli uomini del team investigativo italiano giunti al Cairo. Cosa sia successo e perché è ancora tutto da chiarire, ma quello che sta emergendo dalle indagini è un quadro davvero sempre più inquietante. Gli investigatori italiani hanno inviato una seconda informativa alla Procura di Roma e hanno puntato gli occhi su un’assemblea sindacale a cui il giovane avrebbe partecipato e dove potrebbe essere stato sospettato di essere una spia, peraltro neanche italiana ma americana per il fluente inglese. Sono tanti i dettagli che lo fanno pensare, a iniziare dal fatto che le telefonate di Regeni erano intercettate, come hanno scritto i media egiziani. I suoi contatti, sempre secondo l’informativa, erano attivisti, ricercatori, docenti. Chi lo ha rapito e torturato a morte? Cosa voleva dal ricercatore italiano? Soprattutto, che ruolo ha avuto il governo e la Polizia egiziana? L’ipotesi che sia stato scambiato per una spia, riportata anche da La Stampa, potrebbe spiegare molte cose, a partire dall’attenzione riservata dagli investigatori italiani a quell’assemblea sindacale tenutasi al Cairo l’11 dicembre. Lo scontento e la rabbia dei lavoratori, molti dei quali venditori ambulanti, potrebbe diventare la miccia che i Fratelli Musulmani vorrebbero innescare contro il governo di Al-Sisi. Qualcuno, nel corso di quella riunione, avrebbe iniziato a sospettare del ruolo di Regeni che partecipò e scrisse di quell’incontro in un articolo pubblicato, sotto pseudonimo, sul sito Nena-News. Il ricercatore sarebbe stato “venduto” alla causa degli islamisti o messo a tacere da organi del governo?

    Giulio Regeni, il ragazzo trovato morto in Egitto

    Il dubbio rimane. Quello che è certo è che Giulio è scomparso la sera del 25 gennaio, quinto anniversario della rivoluzione. Per le strade della città girano squadre di persone armate che dovevano bloccare ogni tentativo di manifestazione. Quando il suo tutor, Gennario Gervasio, che lo attendeva per cena, non lo vede arrivare, chiama l’ambasciatore Maurizio Massari. La tensione è altissima e, nei giorni seguenti, le massime autorità italiane, a partire dal ministro Gentiloni, contattano i colleghi egiziani. L’Italia vuole avere notizie di Regeni, si parla anche di toni durissimi, Matteo Renzi chiama Al-Sisi, dall’Egitto arrivano le prime informative che chiariscono che Regeni non è stato arrestato. Il 4 febbraio il corpo martoriato del giovane viene ritrovato ed è qui che si inserirebbe un altro tassello.

    Ricordo di Giulio Regeni ad ambasciata Italia al Cairo

    Secondo quanto riporta Huffington Post, il generale Alberto Manenti, direttore dell’Agenzia per la sicurezza esterna (Aise) era al Cairo nei due giorni precedenti il ritrovamento del corpo. La notizia sarebbe confermata da due fonti e, se fosse vera, aprirebbe un nuovo capitolo. La presenza del capo dell’intelligence italiana in Egitto potrebbe esser causale, programma da tempo o dovuta alla presenza della ministra Guidi nel Paese. Se invece, avesse a che fare con la scomparsa di Regeni? L’ipotesi è che le autorità egiziane sapessero già della sua morte. Manenti avrebbe quindi fatto pressioni più che pesanti per avere indietro almeno il corpo. Questo spiegherebbe un altro mistero: perché il cadavere martoriato del giovane è stato ritrovato? Chi tortura fino alla morte, di solito fa sparire il corpo per non lasciare tracce, non lo fa ritrovare in un’auto, ai bordi di un’autostrada.

    accusa mona seif

    Se ciò non bastasse, la nota attivista egiziana Mona Seif ha scritto sui social che l’investigatore capo egiziano che indaga sulla morte di Regeni, è stato condannato per aver torturato a morte un uomo nel 2003. “Khaled Shalaby”, questo il suo nome, “fu condannato da un Tribunale penale di Alessandria nel 2003 per falsificazione di rapporti di polizia e – assieme a due altri funzionari – per aver torturato a morte un uomo”, si legge sulla sua pagina Facebook. Shalabi “fu condannato a un anno di prigione, la sentenza fu sospesa“, aggiunge, con il link al blog e al sito dell’Ong Arabic Network for Human Rights Information.

    Scomparso (o fatto sparire?) il cellulare di Giulio Regeni. Il computer è invece arrivato nelle mani degli inquirenti italiani. Il ministro degli Interni egiziano ha negato il coinvolgimento della polizia nella morte del ragazzo, respingendo le accuse di arresto e tortura. L’autopsia lascia invece molte ombre sugli agenti. Secondo gli esperti, le numerose ferite e fratture sul corpo di Giulio dimostrano inequivocabilmente che non è stato oggetto di una aggressione occasionale, ma di torture sistematiche e mutilazioni. Le stesse che vengono attuate dagli uomini dei servizi segreti locali durante gli interrogatori a coloro che sono considerati ‘spie’. L’omicidio del ricercatore universitario – che scriveva sul quotidiano il Manifesto sotto pseudonimo – sarebbe dunque da ricollegare alla sua militanza politica, dal momento che dava voce agli opposizioni del regime. In attesa che le indagini si concludano, ricostruiamo la vicenda nelle pagine seguenti.

    Il computer portatile del ricercatore è nelle mani degli inquirenti italiani. Non c’è invece traccia del cellulare, scomparso o fatto sparire per sviare le indagini. Probabile infatti che nello smartphone del ragazzo potessero esserci informazioni importanti e scottanti. Saranno ascoltate tutte le persone entrate in contatto con lui che stanno raggiungendo il Friuli per il funerale di venerdì. Ricercatori, stagisti, professori o semplici conoscenti che potrebbero fornire testimonianze rilevanti.

    Il ministro della sicurezza egiziano Magdi Abdel Ghaffar difende la polizia dalle accuse di tortura, negando ogni coinvolgimento: “Non è mai stato arrestato. Vi sono troppe voci riprese sulle pagine dei giornali che insinuano il coinvolgimento delle forze di sicurezza nell’incidente, questo è inaccettabile. Non è la nostra politica”. Il ministro ha negato anche le voci di arresto di Regeni per la sua vicinanza a sindacalisti e gruppi antigovernativi, che lo avrebbero reso una spia: “Questo non è accaduto, non è una spia. Respingiamo ogni accusa, non accettiamo che si facciano false insinuazioni, questi non sono i metodi degli apparati di sicurezza dello Stato”. Eppure nel rapporto della ong ECFR (Egyptian Commission for Rights and Freedoms) si parla di 340 casi di sparizione forzata di attivisti negli ultimi mesi in Egitto. Ghaffar ha quindi invitato ad aspettare i risultati definitivi “del rapporto di medicina legale che non è stato pubblicato”, riconoscendo almeno la natura criminale dell’incidente. Felice Casson, esperto di servizi segreti, replica seccato: “Ma per favore, che non ci prendano in giro, forse pensano che noi crediamo alla favoletta che non è stato arrestato? Ma per torturare, sappiamo benissimo che non c’è bisogno di arrestare”.

    Quando ci sono di mezzo governi autoritari come quello egiziano, le verità possono essere insabbiate. Per questo gli amici di Giulio si sono mobilitati sul web, lanciando la petizione sul sito Change.org “Verità sull’uccisione di Giulio Regeni”. Questa, che ha già raccolto 13mila firme, chiede “alle autorità tutte – ai governi egiziano e italiano e all’Unione Europea – di impiegare ogni possibile mezzo per far luce sulle circostanze dell’uccisione”. “Giulio è morto per la libertà, ecco perché noi esigiamo giustizia“, dicono da Fiumicello, 4.972 abitanti, il paese natale di Giulio che chiede verità sulla morte del suo concittadino.

    Poco dopo le 14.30 di sabato 6 febbraio è arrivata a Roma la salma di Giulio Regeni, lo studente italiano trovato morto al Cairo. Ad attenderlo c’era il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. “Sono qui per affermare il mio profondo cordoglio e quello del Governo, e la vicinanza alla famiglia Regeni. Ma sono qui anche per affermare la volontà del Governo affinché sia raggiunta al più presto al verità e che sia fatta giustizia. Chiediamo piena collaborazione all’Egitto“, ha dichiarato ai cronisti. Il corpo del giovane sarà portato prima a Roma, dove sarà eseguita l’autopsia per ordine dei pm della Capitale che hanno aperto il fascicolo sulla sua morte con l’accusa di omicidio volontario. Anche la famiglia dello studente è giunta in Italia, mentre continuano le indagini da parte degli agenti italiani, sbarcati in Egitto. Per il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, “siamo ancora lontani dal risolvere il caso“.

    Giulio Regeni collaborava con il Manifesto. Scriveva però sotto pseudonimo, senza firmare gli articoli, perché aveva paura per la sua incolumità. Il quotidiano venerdì mattina ha pubblicato il suo ultimo articolo sui movimenti operai egiziani, scritto prima della scomparsa. Il pezzo, stavolta con la firma, rafforza le ipotesi secondo cui lo studente era diventato un nemico del governo in quanto difendeva le cause del sindacalismo indipendente e di attivisti politici scomodi. “Nelle comunicazioni che abbiamo avuto negli ultimi mesi trapelava però un certo timore di apparire in prima persona come firma di un articolo sui movimenti alternativi in un contesto di totale repressione che sta attraversando il paese”, scrive il Manifesto.

    Secondo la ricostruzione fatta da fonti locali, scrive La stampa, potrebbe essere stato Giulio lo straniero arrestato il 25 gennaio durante una manifestazione sindacale a Giza, pochi chilometri dal Cairo. E in un Egitto dove impera la repressione contro movimenti antigovernativi, sindacalisti e ong, il passo successivo potrebbe essere stata la tortura da parte degli agenti. Tutto fila. Ecco quello che potrebbe essere successo. Giulio si ferma a Giza per assistere alla manifestazione, viene arrestato (la storia dello straniero fermato è stata confermata da più parti) e portato in un commissariato. Uno di quelli famosi per i trattamenti riservati. Qui gli agenti lo torturano (e i segni sul corpo sono palesi) e lo uccidono. Poi si liberano del corpo gettandolo in un fosso in periferia. La pista del delitto politico va confermata. Spiegherebbe anche come mai la polizia abbia provato subito a sviare le indagini parlando di incidente. Sembrano del resto improbabili le piste del terrorismo e della rapina. I terroristi islamici non si liberano del cadavere di un cristiano occidentale così, senza propaganda religiosa, e non possono usare fumo e sigarette. I rapinatori avrebbero chiesto un riscatto prima di uccidere.

    Il procuratore egiziano aveva subito smontato la versione della polizia. Secondo la procura, che ha disposto l’autopsia, il cadavere presenta infatti chiari segni di percosse e torture, segni di coltellate sulle spalle, un orecchio mozzato, tagli sul naso, ustioni di sigarette sulle braccia, ecchimosi da pugno in faccia. Sarebbe stata “una morte lenta”.

    La Farnesina giovedì ha comunicato in una nota di aver convocato d’urgenza l’ambasciatore egiziano Amr Mostafa Kamal Helmyin. Dovrebbe essere accolta la richiesta del ministro Gentiloni alle autorità egiziane di aprire un’indagine congiunta con il governo italiano. Il premier Matteo Renzi ha telefonato al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi a cui ha chiesto che il corpo di Giulio sia presto restituito alla famiglia, e che sia data la possibilità anche agli inquirenti italiani di seguire il caso. La procura di Roma indaga intanto per omicidio. Il procuratore capo Giuseppe Pignatone ha affidato l’inchiesta, ancora contro ignoti, al pm Sergio Colaiocco.

    Giulio era uno studente 28enne di Cambridge, appassionato di Medio Oriente. Friulano, originario di Fiumicello (Udine), si trovava nella capitale egiziana per scrivere la tesi di dottorato sull’economia egiziana. Il 25 gennaio era scomparso, mettendo in allarme la famiglia arrivata in Egitto per cercarlo. Si era subito pensato che fosse una delle 75 persone arrestate dalla polizia durante gli scontri in piazza Tahrir per il quinto anniversario della rivoluzione contro l’ex presidente Hosni Mubarak. Le autorità locali avevano però negato. Dopo giorni di tensione, mercoledì sera Giulio è stato ritrovato morto. Un quotidiano locale scrive del ritrovamento del “corpo di un giovane uomo di circa 30 anni, totalmente nudo nella parte inferiore, con tracce di tortura e ferite su tutto il corpo”, nella zona di Hazem Hassan. La speranza che non si trattasse dell’italiano sono svanite con il riconoscimento del cadavere fatto dai genitori, assistiti dell’ambasciatore italiano al Cairo Maurizio Massaro. “Mi hanno fatto vedere solo il viso”, ha raccontato sconvolta la madre. Poche le informazioni sugli istanti precedenti alla scomparsa. Verso le ore 20 del 25 gennaio, ha raccontato un amico, Giulio stava andando a una festa di compleanno. A piedi e poi in metropolitana avrebbe raggiunto la zona di Bab Al Louq, a cinque chilometri da piazza Tahrir. I segni di tortura fanno pensare a un omicidio. Esclusa, per ora, la pista terroristica: nella zona del Sinai in Egitto ci sono infatti combattenti dell’Isis. Il ministro Gentiloni ha inviato una nota alle autorità egiziane, esortandole al “massimo impegno per l’accertamento della verità e dello svolgimento dei fatti, anche con l’avvio immediato di un’indagine congiunta con la partecipazione di esperti italiani”. Cordoglio da parte del presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani: “Siamo sgomenti. Auspichiamo sia fatta luce completa su ogni particolare di questo dramma terribile”.

    5181

    Referendum costituzionale 2016

    PIÙ POPOLARI