Omicidio Lidia Macchi: arrestato Stefano Binda, ma i misteri sono tanti

Omicidio Lidia Macchi: arrestato Stefano Binda, ma i misteri sono tanti
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Ultimo aggiornamento: Giovedì 21/01/2016 12:07

    Omicidio Lidia Macchi

    Svolta epocale nell’omicidio di Lidia Macchi: a distanza di quasi trent’anni, la Polizia ha arrestato a Brebbia, in provincia di Varese, Stefano Binda, 47 anni, un ex compagno di scuola della vittima appartenente a Comunione e liberazione. Gli inquirenti sostengono sia stato l’autore della lettera anonima che giunse alla famiglia della ragazza, nei giorni successivi al funerale, e che dunque possa essere coinvolto nel delitto. Binda è stato condotto in prigione il 15 gennaio scorso, e da allora si è sempre rifiutato di parlare davanti agli inquirenti. I misteri su questa vicenda però sono troppi, e la Procura generale di Milano non esclude la richiesta di riesumazione del cadavere per cercare eventuali tracce del Dna dell’assassino. Al momento, a carico dell’uomo ci sono soltanto indizi, per questo le indagini stanno proseguendo a ritmo serrato. Facciamo il punto della situazione ricostruendo la vicenda nelle pagine seguenti.
    aggiornamento di K.Irrente

    Lidia Macchi era una studentessa di legge alla Statale di Milano e capo guida scout nella sua parrocchia di Varese. Conduceva una vita tranquilla e serena, ma poi, all’età di soli 19 anni, è stata brutalmente uccisa con 29 coltellate. Quel maledetto giorno, il 7 gennaio del 1987, era andata a fare visita a un’amica all’ospedale di Cittiglio, in provincia di Varese e poi non era più rientrata a casa. Dal momento della sua scomparsa, genitori, amici, compagni di Cl, insieme alle Forze dell’Ordine l’hanno cercata disperatamente ovunque, sino a quando, due giorni dopo, il corpo distrutto dalle coltellate è stato ritrovato in un boschetto nelle vicinanze del nosocomio.

    Dalle ricostruzioni, Binda era un amico di Lidia, anche se non stretto, che saltuariamente frequentava casa sua. Entrambi avevano contatti con l’ambiente di Comunione e Liberazione. Laureato in filosofia, l’uomo non era mai entrato nel giro dei sospettati, sino a quando, due anni fa, l’inchiesta è passata nelle mani della Procura Generale di Milano. Sino a quel momento il principale indagato era stato Giuseppe Piccolomo, già condannato all’ergastolo per l’omicidio di un’anziana pensionata, a Cocquio Trevisago. A quasi trent’anni dal delitto, l’arresto è stato eseguito dalla Squadra Mobile di Varese, su ordine del gip di Varese e su richiesta del sostituto pg di Milano, Carmen Manfredda. L’arrestato, Stefano Binda, ai tempi era brillante studente ma dopo aver preso la laurea non ha mai lavorato, e infatti viveva in casa con la madre. Inoltre erano noti i suoi problemi (antichi e recenti) con l’eroina. Sarebbe dunque l’assassino e l’autore della lettera anonima intitolata ‘In morte di un’amica’, nella quale erano contenuti dettagli inquietanti circa il delitto della ragazza, che giunse anonimamente alla famiglia Macchi. A concentrare i sospetti sull’ex compagno di scuola ci sarebbe stata anche una perizia calligrafica della lettera.

    Secondo i periti che hanno analizzato la lettera ci sarebbero indubbie analogie tra la scrittura di Binda e la lettera anonima indirizzata a casa Macchi la mattina del 10 gennaio 1987. Binda continua a negare di aver scritto quella missiva, ma all’interno ci sono chiari rimandi all’assassinio e alla violenza sessuale che ai tempi era ancora ignota agli stessi genitori. Poi, per quanto riguarda il foglio su cui è scritta la poesia, è del tutto compatibile con i fogli di quaderno ad anelli sequestrato in casa di Binda. Il Dna recuperato sulla busta della lettera appartiene a un uomo, ma non a Binda, quindi a chiudere la lettera è stata un’altra persona. Sono in corso accertamenti biologici per scoprire eventuali complicità.

    Binda avrebbe mentito sia sulla lettera (interpretò il significato della poesia negando di averla scritta) che sull’alibi fornito agli inquirenti (la vacanza a Pragelato, in Piemonte). Quattro amici, ospiti dell’albergo citato da Binda, hanno detto agli investigatori della squadra Mobile di Varese di non ricordare la sua presenza. All’inizio a coprire il ragazzo era stato don Giuseppe Sotgiu, ora parroco nella chiesa di San Benedetto Abate a Torino e amico d’infanzia dell’indagato, che poi ritrattò. A non convincere gli inquirenti è anche la sua versione riguardo l’amicizia con Lidia. Lui sostiene di non averla mai incontrata nei tre anni prima dell’omicidio, ma più di un amico lo ha contraddetto. E poi ci sono anche le confessioni di Lidia alla mamma, che si riferivano alla compagnia di Cl, nella quale ”c’era un ragazzo che aveva sempre un coltello”.

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