Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: testimonianza di una vittima

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: testimonianza di una vittima
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    Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: testimonianza di una vittima

    Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne: 1 donna su 3, nel corso della propria vita, subisce violenza; purtroppo non tutte denunciano, anzi, solo una minima parte lo fa e si espone. Quando NanoPress ha deciso di perorare la causa, combattendo con parole e testimonianze questa orribile piaga, ho chiesto al Direttore se potessi raccontare la mia storia, proprio perché solo esponendoci in prima persona potremo ottenere risultati concreti. Eccomi qui, dunque, a offrire la mia testimonianza per una volta non in veste di esperta di televisione, gossip, musica e simili, ma in qualità di vittima.

    La notte tra il 3 e il 4 giugno 2009 ha cambiato la mia vita. Rientrando a casa, dopo una serata trascorsa al cinema, mi sono accorta di un’ombra nel giardino condominiale davanti al portone di ingresso del palazzo in cui abitavo. Non si trattava di una mia fantasia, ma di un uomo incappucciato: indossava un sacchetto di carta con due feritoie all’altezza degli occhi. Mi è venuto incontro e mi sono subito resa conto del pericolo che, da lì a qualche istante, mi avrebbe raggiunto. In un frangente lungo come un decennio, quell’uomo si è scagliato su di me e ha cominciato a colpirmi in testa con una bottiglia di vetro. La paura per la sensazione di morte imminente mi ha dato la forza di urlare e, anziché stordirmi, quei colpi mi hanno dato una scarica di adrenalina tale da riuscire a non crollare a terra.

    Durante la colluttazione, urlavo ‘Aiuto, mi stanno aggredendo! Aiuto, mi stanno aggredendo!’ come un disco rotto, lui mi guardava fisso attraverso le feritoie e, mentre con una mano mi massacrava e con l’altra mi afferrava il braccio provando a trascinarmi via, ripeteva – con calma e in tono quasi rassicurante – ‘Cosa urli? Stai zitta, vieni con me’. Per ragioni di brevità sintetizzo: lui voleva portarmi via con sé e ha continuato a picchiarmi senza sosta, colpendomi ripetutamente alla tempia con la bottiglia; ho combattuto con le unghie e con i denti, dando fondo a tutte le mie energie, per non cadere a terra perché avevo ben chiaro sin dall’inizio che, se avessi ceduto anche un solo istante, mi avrebbe portato chissà dove e l’alternativa alle mie urla non sarebbe stato ‘solo’ lo stupro, bensì la morte: se avesse voluto soltanto stuprarmi, mi avrebbe scaraventato su una delle macchine parcheggiate nel giardino condominiale, il suo intento, invece, era portarmi via.

    Per un caso fortuito – forse perché aveva capito che il mio corpo era diventato marmo e non sarebbe riuscito nel suo intento, forse perché le mie urla, di lì a poco, avrebbero svegliato il vicinato – a un tratto è scappato. Tralasciando tutto il calvario di incombenze pratiche che ho dovuto affrontare una volta trovato il coraggio di fare tre passi per rientrare in casa (carabinieri, ambulanza, pronto soccorso, commissariato, etc.) , vi racconto cos’è stato il ‘dopo’. Già, perché si racconta sempre il fatto, ma non si parla mai del dopo, come se la violenza fosse una cosa che può accadere solo ‘agli altri’ e come se le vittime fossero tali solo nel momento dell’aggressione e non anche successivamente.

    Mi sono salvata dallo stupro, ma ho guadagnato 90 giorni di prognosi, il volto sfigurato (al posto della tempia sinistra avevo una fuoriuscita che assomigliava alla forma della bottiglia con cui ero stata picchiata), un braccio ingessato, una mano fratturata, lividi ovunque e un trauma enorme, difficilissimo da affrontare, vivere e superare; e sono stata fortunata: per un paio di millimetri, infatti, le bottigliate non mi hanno spaccato la testa, evitando un’emorragia interna, in compenso, però, ho un bozzo sulla tempia sinistra con cui dovrò convivere per il resto dei miei giorni. Ecco cosa si prova quando ventiquattro anni vengono distrutti in un solo istante: tutta la tua vita viene fatta a pezzetti da un maniaco che ha deciso che devi essere ‘sua’. La prima domanda che ti poni è ‘Perché? Perché a me?’. La risposta te la darà la terapia: non c’è un perché, devi solo accettarlo, metabolizzare e imparare a convivere con questa brutta ferita, che, col tempo, si trasformerà in cicatrice e sarà solo un brutto ricordo, lontano, innocuo.

    Ricordo ogni singolo istante di quella aggressione: per mesi, forse anni, ho rivissuto quelle immagini minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, chiedendomi quando il mio incubo sarebbe finito.

    Tutta la mia vita è cambiata in un batter d’occhio: ho dovuto interrompere gli studi e rimandare la laurea specialistica in Giurisprudenza; ho dovuto accantonare il sogno di lavorare in una redazione giornalistica, la ragione che mi aveva spinto a trasferirmi a Milano; ho dovuto imparare a vivere: ero morta dentro, ma sentivo il mio cuore battere e respiravo, ciononostante non riuscivo a chiudere gli occhi senza provare paura, senza rivedere quel sacchetto di carta con le feritoie; la sensazione di terrore costante mi accompagnava giorno e notte; non dormivo, avevo paura che il mio aggressore potesse tornare a cercarmi per finire l’opera, quindi uccidermi. Non ero più in grado di fare nulla: vivere in casa, fare una passeggiata, uscire con un’amica, entrare in un luogo chiuso, fare un colloquio di lavoro in una zona che non conoscevo, ma soprattutto avere contatti con ‘esseri di sesso maschile’ (non riuscivo a chiamarli ‘uomini’); per mesi non sono riuscita a guardarmi allo specchio, non mi riconoscevo più in quel volto; non mi sono truccata, non ho indossato vestiti femminili, non ho guidato, non riuscivo a sfiorare il braccio destro, il braccio che lui aveva tenuto e strattonato; ero terrorizzata da qualsiasi tipo di contatto fisico.

    La terapia (con uno psicologo e uno psicoterapeuta di un centro antiviolenza con cui sono venuta a contatto per caso, grazie a un rappresentante delle Istituzioni) mi ha aiutato: mi ha salvato quando stavo per precipitare nel baratro. La mia forza, la mia salvezza è stata riuscire a chiedere aiuto e decidere di non lasciare Milano perché, se è vero che essa mi aveva presentato il conto, facendomi pagare il prezzo di essere riuscita a costruirmi una vita in pochissimo tempo dal mio arrivo, è anche vero che il mio istinto mi ha sempre detto di non perdere la speranza perché, in qualche modo, sarei riuscita a tornare alla mia quotidianità; certo, ci sarebbe voluto del tempo, ma ce l’avrei fatta. E così è stato.

    Quello che vorrei dire con queste poche righe a tutte le donne, vittime e non, che si trovano, si sono trovate o si troveranno nello stato di ‘vittime di violenza’ (di qualsiasi tipo essa sia perché non esiste violenza di serie A e violenza di serie B) è: datevi tempo. Tempo per capire, tempo per elaborare, tempo per soffrire, piangere, star male; tempo per accettare, tempo per superare. Perché si supera: l’importante è non perdere la speranza; la luce in fondo al tunnel è lì, basta trovare il coraggio di rialzarsi, più forti di prima, senza pensare alle ferite fisiche e psicologiche, e uscirne. Rivolgetevi ai centri antiviolenza presenti sul territorio, chiedete aiuto, parlatene a chiunque vi è vicino: abbandonate i sensi di colpa, siete vittime e non carnefici; non abbiate paura di sentirvi giudicate! Purtroppo, a volte ci si sente chiedere: ‘Com’eri vestita?’, quasi a voler trovare una giustificazione a quel supplizio che, in qualche modo, hai meritato. Non ascoltate e mandateli a quel paese! Io indossavo una maglietta, una giacca di cotone e un pantalone: non esattamente un abbigliamento ‘provocante’, ma anche se avessi indossato una minigonna e un top aderente, non mi sarei sentita colpevole perché non dobbiamo sentirci responsabili delle nostre forme o del nostro aspetto, ma dobbiamo essere libere di camminare e agire come meglio crediamo.

    Sono passati più di cinque anni da quella sera e mentirei se dicessi che è stata una passeggiata: è stata la prova più difficile che la vita mi abbia riservato, ma è giusto spendere due parole sull’epilogo di questa brutta storia. Ho concluso gli studi, ho inseguito il mio sogno e adesso lavoro in una redazione, ho ricominciato a uscire senza aver paura di trovare un uomo incappucciato e armato sulla mia strada, vivo a Milano e amo sempre più questa città dai mille contrasti e dalle mille opportunità, ho incontrato sul mio cammino persone splendide, mi sono riappacificata con gli uomini. Forse ho perso un po’ di spensieratezza, ma sono più consapevole e non perdo più tempo con persone o cose che non mi fanno stare bene: banale, lo so, ma sono proprio le cose semplici a rendere la nostra vita migliore.

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