Disastro del Vajont: 52 anni fa l’onda che uccise 2mila persone

Disastro del Vajont: 52 anni fa l’onda che uccise 2mila persone
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    Disastro del Vajont: 52 anni fa l’onda che uccise 2mila persone

    Sono passati 52 anni dal disastro del Vajont, quando quel 9 ottobre 1963 alle 22.39 un’onda di oltre 300 metri d’altezza scavalcò la diga del Vajont, cancellando in pochi minuti un’intera comunità e causando 1.910 vittime accertate, forse oltre 2mila. Dopo più di mezzo secolo dal disastro annunciato, non ci sono ancora risposte a quella che rimane il più grande disastro ambientale del nostro Paese. Il paese di Longarone e le località vicine furono letteralmente spazzate via dalla furia dell’acqua e del fango che la diga, vanto dell’ingegneria italiana, non riuscì a contenere: l’enorme frana di 270 milioni di m³ di roccia che la sera del 9 ottobre si staccò dal monte Toc, sul versante destro della diga, cancellò dalle cartine un paese, uccidendo quasi tutti gli abitanti che quella sera erano ignari del pericolo che incombeva sulle loro vite.

    La sera del 9 ottobre 1963, quasi tutta la popolazione di Longarone, il paese a ridosso della diga del Vajont, era davanti alla tv, nei bar o nelle case. Era un’altra Italia, non tutte le famiglie avevano la tv ma c’era la finale di Coppa dei Campioni tra il Real Madrid e il Celtic Glasgow e, come oggi, in molti si erano incontrati per guardare la partita. Gli altri, le donne e i bambini, erano già a letto o si apprestavano a rientrare a casa. Alle 22.39 dal monte Toc, si stacca una frana di 230 milioni di metri cubi di terra e rocce che precipita a una velocità di 30 m/s (108 km/h), nel bacino artificiale sottostante, contenente circa 115 milioni di m³ d’acqua, creato dalla diga. L’impatto è tale che genera un’onda alta 300 metri che supera la diga e inonda Longarone e i paesi limitrofi. In pochi minuti il paese di Longarone viene travolto da una furia di acqua e fango: delle 372 case si salvano solo 22 abitazioni. La piena travolge i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto; non incontrando ostacoli naturali arriva nella valle del Piave, radendo al suolo Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta, danneggiando Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna, fino a Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella città di Belluno dove venne distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave. La conta dei morti è quasi impossibile: a oggi sono state contate 1.910 vittime accertate, ma il bilancio è più grave, oltre i 2mila morti, con moltissimi dispersi e uomini, donne e bambini, mai più ritrovati.

    La diga del Vajont nasce come progetto di alta ingegneria in un momento storico delicato: l’Italia stava crescendo e aveva bisogno di energia. L’Enel non era ancora stata creata e la gestione degli impianti era in mano a grandi gruppi privati, tra cui la Sade (Società Adriatica di Elettricità): un progetto enorme per la costruzione della più grande diga a doppio arco al mondo con la creazione di un enorme bacino idroelettrico. L’idea risale agli anni Venti, portata avanti dal creatore dell’azienda, il conte Misurata Giuseppe Volpi, ex ministro delle Finanze sotto Mussolini, che riuscì a riciclarsi nell’Italia della Liberazione. Il bacino del Vajont avrebbe portato energia a tutto il Triveneto, ma si trattava di un progetto molto delicato, dal grande impatto ambientale: a nulla erano valse le proteste dei contadini del luogo quando iniziarono i lavori di costruzione nel 1957 con tanto di espropriazione. La delicatezza del progetto era tale che i dossier di studi iniziano subito ad arrivare sulle scrivanie dei dirigenti Sade e del Genio Civile: il professore Leopold Mueller, famoso specialista austriaco in esplorazioni minerarie, viene chiamato per studiare le montagne e la composizione geologica, mentre la Sade chiama il geologo Giorgio Dal Piaz.

    I primi studi del 1958 non parlano di rischi di frane, ma alcuni documenti dell’epoca dipingono un quadro diverso: anche il geologo della Sade aveva iniziato ad avere dubbi sulla tenuta delle montagne, ma seguiva indicazioni della società. Nel 1959 arriva una relazione che avrebbe dovuto alzare il livello di allarme. Il geologo Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga, l’ingegnere Carlo Semenza, studia il terreno sul posto e scopre che il monte Toc è altamente instabile, trovando le tracce di una paleofrana. Lo stesso Mueller, nel 15° rapporto, pur non riconoscendo la paleofrana, mette in allarme la Sade: la frana visibile sul monte Toc (in dialetto marcio, fradicio) potrebbe portare alla caduta di 200 milioni di metri cubi di terra, sbagliando di poco le previsioni di quel terribile 9 ottobre. Quello che i contadini sapevano già per esperienza diretta, e cioè che il monte Toc continuava a franare da anni, viene messo nero su bianco dagli scienziati. La Sade però punta a ricevere i contributi governativi per la costruzione della diga: non è possibile rimandare oltre i lavori e nel 1959 la diga è completata. Un anno dopo, il 4 novembre 1960 una massa di circa 800.000 metri cubi di materiale, a 600 metri a monte della diga in località Piano della Pozza, precipita nel bacino, creando un’onda di 2 metri che, all’impatto con la superficie della diga si solleva fino ad un’altezza di 10 metri. Le avvisaglie ci sono tutte. Non bastassero, nel 1961, Semenza chiede al professore Augusto Ghetti, dell’Università di Padova di creare un modello di una possibile frana. Varie polemiche sugli studi (ce ne sarà un altro nel 1962), sui calcoli che parlavano di onde di 30 metri: tutto viene nascosto. In realtà anche all’interno della Sade le preoccupazioni non mancano e si inizia a monitorare il monte Toc: la montagna inizia a cedere. Nel 1963 nasce l’Enel e la Sade cede la gestione della diga alla nuova società energetica statale: le avvisaglie della tragedia ci sono da tempo e a ridosso del 9 ottobre si moltiplicano ogni giorno di più. Il sindaco di Longarone, il 7 ottobre, non sa più a chi rivolgersi: la frattura a M, aperta dalla frana del 1960, è sempre più evidente, le fessure si allargano ogni giorno di più, ma nessuno risponde ai suoi appelli: una guardia comunale scopre due tecnici Sade intenti a manipolare le fessure l’8 ottobre. Il giorno dopo la montagna crolla e, con essa, la vita di oltre 2mila persone.

    Il disastro del Vajont è una delle tragedie che sconvolse l’Italia del boom quando il progresso sembrava inarrestabile. Processi e inchieste giornalistiche hanno scavato per anni alla ricerca delle cause: le piogge abbondanti, la geologia del territorio, il disboscamento e lo sfruttamento del terreno, e soprattutto una serie di errori umani che hanno segnato la vita degli abitanti di Longarone. La strage del Vajont nasce quindi soprattutto da una serie di errori umani e da un clima politico che ha coperto e insabbiato. Gli errori negli studi, le pressioni della Sade e soprattutto della politica nazionale che si lanciò in un progetto per sete di energia, a dispetto degli allarmi e del rispetto della natura.

    La politica nazionale fu sorda agli appelli lanciati dagli studiosi e dalla stampa, in primo luogo dalla giornalista dell’Unità Tina Merlin che, fin dalle prime fasi del progetto, aveva puntato il dito contro la diga. Per lei arrivò anche una denuncia per “turbamento dell’opinione pubblica”: il tribunale di Milano non solo la prosciolse dall’accusa per non aver commesso il fatto, ma scrisse nella sentenza che i suoi appelli erano veritieri. La sua intervista a pochi giorni dal disastro concessa a una tv francese venne censurata: in Francia venne mandata in onda una sola volta e solo dopo le pressioni dell’opinione pubblica. In Italia verrà trasmessa per la prima volta il 6 maggio 1996 nel corso di una puntata speciale di Mixer. Merlin era una giornalista ma soprattutto una comunista, ex partigiana: il delicato momento storico-politico non doveva essere turbato dalle grida di allarme per non fomentare la crescita del PCI. Ecco perché l’interrogazione al Parlamento dell’onorevole Franco Bussetto, del Partito Comunista, non venne ascoltata: fu lui a ricevere dei disegni da parte di Lorenzo Rizzato, disegnatore dell’Università di Padova, che trovò gli esperimenti del professor Ghetti sulla diga fermi in istituto. Fu lui a indire due interrogazioni al ministro dei Lavori pubblici il 20 novembre del 1960 e il 19 gennaio del 1961 perché si prevenissero “i pericoli che sovrastano le popolazioni di Erto – Longarone e paesi limitrofi per i movimenti di terreno già verificatisi nella zona del lago artificiale del Vajont“. La minoranza, ricorda Busetto in un’intervista al programma della Rai, all’epoca era malvista, si tendeva a non dare voce alle loro interrogazioni. Tutto finì insabbiato fino a quel 9 ottobre.

    Tre giorni dopo il disastro Ministro dei Lavori Pubblici, Benigno Zaccagnini, nomina la Commissione di inchiesta che si insedia il 14 ottobre: i lavori terminano tre mesi dopo. Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, ingegnere Sade e responsabile del progetto dopo la morte di Carlo Semenza; Francesco Sensidoni, Ingegnere capo del Servizio Dighe del Ministero e membro della Commissione di Collaudo Scheda; Mario Pancini, Pietro Frosini, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell’anno. Il giorno dopo inizia il processo di primo grado, che si tiene a L’Aquila per ricusazione del tribunale: si conclude il 17 dicembre del 1969. L’accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati,per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta. Il 26 luglio 1970 inizia all’Aquila il Processo d’Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso. Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto. Nel 1997 la Montedison (che aveva acquisito la SADE) viene condannata a risarcire i comuni colpiti dalla catastrofe. La vicenda a livello processuale si concluse nel 2000 con un accordo per la ripartizione degli oneri di risarcimento danni tra ENEL, Montedison e Stato Italiano al 33,3% ciascuno.

    Nel 2013 emergono nuovi retroscena con le rivelazioni di Francesca Chiarelli, figlia del notaio Isidoro Chiarelli, raccolte dal Gazzettino di Venezia: la frana fu pilotata e decisa a tavolino proprio il 9 di ottobre, alle 22 circa, dalla Sade, la società proprietaria della diga del Vajont. Secondo il suo racconto, i dirigenti, qualche giorno prima del disastro, erano riuniti intorno al suo tavolo per trattare della compravendita di un terreno, quando all’improvviso il discorso cambiò. “Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera“; “A quell’ora saranno tutti davanti alla tv, e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove. Le onde saranno alte al massimo 30 metri non accadrà niente, e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo“. Quelle parole erano troppo per il notaio, morto nel 2004, che però era legato dal segreto professionale, “altrimenti se ne pentirà“. Il racconto di Francesca Chiarelli getta una luce ancora più assurda su quell’immane tragedia che è costata la vita a oltre 1.900 persone. Il notaio, continua la figlia, sapeva e subì intimidazioni: quello che ricorda di quella serata del 1963 è che il padre fece vestire la famiglia, pronta per la fuga. La tragedia arrivò una mezz’ora più tardi del previsto. La frana era dunque davvero programmata? Anche accettando questa versione, secondo cui la Sade aveva fatto dei calcoli con onde non superiori ai 30 metri (furono 300 in realtà), la tragedia del Vajont mostra ancora oggi aspetti inquietanti.

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