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Seconda Guerra Mondiale: donne che l’hanno vissuta sulla pelle

Seconda Guerra Mondiale: donne che l’hanno vissuta sulla pelle
da in Cronaca, Festa della donna, Seconda Guerra Mondiale
Ultimo aggiornamento: Martedì 22/09/2015 11:36

    Sono finiti i tempi in cui le reginette dei concorsi sognavano la pace nel mondo. La dichiarazione della nuova Miss Italia 2015, Alice Sabatini, che avrebbe voluto vedere la Seconda Guerra Mondiale di persona, ha scatenato un mare di polemiche. Se la giovane miss voleva farsi notare, diciamo che ci è riuscita, anche se non nel mondo migliore. Dire di voler vivere sulla propria pelle gli orrori del conflitto che ha fatto più vittime nella storia perché da donna non avrebbe imbracciato le armi, è non solo di cattivo gusto ma anche sbagliato. Non è solo il voler vivere un’esperienza terribile come la guerra; è il non sapere che anche le donne hanno combattuto e sono morte durante il secondo conflitto mondiale. Ecco alcune delle eroine che hanno visto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e che hanno tutto, anche la vita, per liberare il mondo dalla violenza del nazifascismo: un brevissimo compendio di Storia al femminile per tutte le future miss.

    Bella, di famiglia agiata, moglie e madre, con tutta la vita davanti a sé eppure Irma Bandiera non volle piegarsi al fascismo. La nostra carrellata inizia con una delle eroine più famose della Seconda Guerra Mondiale, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Irma Battaglia, detta Mimma, imbracciò le armi della Resistenza unendosi alla VII brigata GAP Gianni Garibaldi di Bologna prima come staffetta, poi da combattente. Catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco e dopo aver trasportato armi nella base di Castelmaggiore, aveva con sé dei documenti scottanti sui compagni partigiani. Venne torturata per sei giorni, senza dire mai nulla: fucilata al Meloncello di Bologna il 14 agosto 1944, il suo corpo fu esposto sulla strada vicino casa per un giorno intero.

    Una vita dedicata alla lotta per la libertà, da staffetta a combattente, passando per la politica attiva. Teresa Mattei aveva 17 anni quando venne radiata da tutte le scuole d’Italia perché uscì dall’aula mentre un professore faceva lezione di propaganda razzista. Chicchi, come era nota nella brigata fiorentina, era fieramente antifascista: ha visto il fratello Gianfranco preferire il suicidio piuttosto che rivelare ai fascisti notizie sui compagni di lotta, ha combattuto per le strade della campagna fiorentina fino alla Liberazione ed è stata la più giovane deputata mai eletta al Parlamento italiano, si è battuta per i diritti dei bambini e delle ragazze madri e ha lottato per tutta la vita a fianco delle donne e dei più deboli. A lei si deve l’usanza della mimosa in occasione della Festa della Donna.

    Proveniente da una famiglia antifascista (il padre Gustavo, avvocato, venne messo in prigione per le idee contro il regime), Walkiria Terradura si unì a soli 18 anni alla lotta partigiana nel gruppo Panichi sui monti del Burano. A capo di una squadra chiamata Settebello, divenne un’esperta nel minare i ponti usati dall’esercito tedesco. Medaglia d’argento al Valore Militare, riuscì a sfuggire ai nazifascisti nonostante otto mandati di cattura diramati in tutto il Paese. Trasferitasi negli Stati Uniti dopo il matrimonio con un capitano dell’OSS (Office Strategic Service), tornò in Italia dove continua a tener viva la memoria della Resistenza.

    Morire a 34 anni a un soffio dal traguardo: Ines Bedeschi, nome di battaglia Bruna, dal 1944 entrò a far parte del Comando militare dell’Emilia Romagna come staffetta e fino al marzo 1945 corse lungo le campagne e le colline portando messaggi e piani di battaglia ai compagni di lotta. Venne catturata a poche settimane dalla Liberazione: torturata dai nazifascisti, venne fucilata il 28 marzo 1945 e il suo corpo venne gettato nel Po nei pressi di Mezzano Rondani. Medaglia d’Oro al Valore Militare, viene ricordata da una lapida a Conselice, con le parole della scrittrice e partigiana Renata Viganò: “Ines Bedeschi era nel fiore della vita/e tutta intera voleva viverla/invece la dette da partigiana/ad ogni cosa più cara rinunciò che non fosse la lotta“.

    Conosceva solo i monti e i pascoli del Trentino, eppure Ancilla Marighetto dette la sua vita nella lotta al nazifascismo. Era solo una ragazzina quando entrò col fratello e l’amica del cuore Clorinda nella compagnia “Gherlenda”: con il nome di battaglia “Ora” partecipò ad azioni di lotta armata contro i tedeschi, vide il padre fucilato e l’amata Clorinda, “Velia” per i compagni, torturata e uccisa. Quando la compagnia si sciolse sulle montagne perché assediati dai nazifascisti, affrontò armata di una pistola il battaglione di nemici alle spalle: catturata e torturata, non disse una sola parola sui partigiani che combatterono al suo fianco. Venne fucilata a Coazza il 19 febbraio 1945 a soli 18 anni; le fu assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

    Sono tantissime le donne italiane che hanno combattuto in lungo e in largo per il Paese, dando anche la vita pur di non tradire la lotta partigiana. Essere donna negli anni della Seconda Guerra Mondiale non era semplice per nessuna, anche se si era un genio, come Rita Levi-Montalcini. Premio Nobel per la Medicina, una delle menti più brillanti del nostro Paese, fu costretta a lasciare l’Italia nel 1938 a seguito delle leggi razziali perché ebrea. Tornata a Torino nel 1940, costruì un laboratorio clandestino dove continuare i suoi studi sul sistema nervoso. Neanche le bombe che distrussero la città la fermarono: scappata nelle campagne astigiane, dove riprese i suoi esperimenti, fu costretta a lasciare tutto dopo l’invasione tedesca, andando a Firenze e infine a Torino. Solo dopo la Liberazione partì per gli USA dove divenne nota in tutto il mondo per i suoi studi, rientrando in Italia nel 1961 senza più lasciare il nostro Paese.

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