Denuncia la ‘ndrangheta e finisce sul lastrico

Denuncia la ‘ndrangheta e finisce sul lastrico
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    Denuncia la ‘ndrangheta e finisce sul lastrico

    Denunciare la ‘ndrangheta e finire sul lastrico, aiutato solo dalla Caritas e dal Banco Alimentare. La storia di Salvatore Barbagallo, ex imprenditore di Vibo Valentia, raccontata da Federico Fubini sul Corriere della Sera, mette in luce uno degli angoli più bui della lotta al malaffare: la protezione e l’aiuto ai testimoni di giustizia, come abbiamo visto in altri casi, e l’abbandono da parte dello Stato degli imprenditori che si ribellano ai clan. Strozzato da una delle famiglie più potenti, i Mancuso, Barbagallo ha denunciato tutto nel 2007: dopo otto anni non ha ricevuto alcun indennizzo dal fondo statale per le vittime del racket, i processi che sono stati istituiti con le sue denunce sono fermi e lui è rimasto solo nella sua battaglia.

    L’ultima volta che ha provato a far sentire la sua voce e la sua disperazione risale al 19 maggio, quando Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, si trovava a Limbadi, piccolo comune in provincia di Vibo e territorio sotto il clan dei Mancuso. Barbagallo si è sdraiato davanti all’auto, costringendola a scendere e a parlare con lui: lo scambio dei numeri di telefoni e forse una speranza che qualcosa si muova davvero.

    L’ex imprenditore di 65 anni ha dovuto cedere davanti allo strapotere della ‘ndrina: titolare di un’impresa di scavi, per lungo tempo è stato costretto a lavorare per loro gratis, arrivando sul lastrico. A quel punto, la cosca avrebbe voluto approfittare della bancarotta, da loro stessi procurata, per prendere anche la casa con un’asta giudiziaria, ovviamente truccata. Davanti al baratro che gli si apriva, Barbagallo ha deciso di denunciare e di parlare con gli inquirenti: le sue parole hanno portato a processi che però sono in balia della lentezza del tribunale di Vibo, da anni sotto organico e intasato da migliaia di processi. Per dare un’idea della situazione, su 1.600 avvocati che lavorano per il tribunale, solo due si occupano delle denunce contro le cosche.

    In una delle terre più piagate dal malaffare e dove il potere economico delle ‘ndrine soffoca ogni speranza del futuro, lo Stato fa fatica anche a istituire i processi. Non solo. Barbagallo dal 2007 ha perso la sua azienda, ma non ha ancora ricevuto alcun rimborso dal Fondo vittime del racket e usura.

    Colpa della burocrazia: per evitare di incappare in truffe e rischiare di pagare personaggi collusi, sono necessari controlli e documenti che durano in media da 9 mesi a un anno.

    Il caso di Barbagallo è però davvero al limite se, dopo otto anni, non ha mai ricevuto una risposta dagli uffici competenti. Nel frattempo, lui testimonia davanti ai magistrati che lo chiamano in aula, continua a sostenere di aver fatto la cosa giusta, che è un dovere denunciare, ma che non si può rimanere soli. Ha mandato una lettera al viceministro Filippo Bubbico, ha ricevuto il numero diretto dell’ufficio della Bindi, ha mandato missive e richieste di aiuto a tutti, compreso Papa Francesco. Il Pontefice non gli ha risposto, ma da allora, confessa, gli aiuti della Caritas sono aumentati. Barbagallo non può andare avanti da solo, anche perché ora gli imprenditori sanno cosa si rischia a denunciare: l’intervento dello Stato serve non solo a lui, ma a tutti coloro che lottano contro le mafie. Per non avere più paura.

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