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Antimafia, la relazione del procuratore nazionale Roberti: ‘Silenzio colpevole della Chiesa’

Antimafia, la relazione del procuratore nazionale Roberti: ‘Silenzio colpevole della Chiesa’
da in Chiesa cattolica, Criminalità Organizzata, Cronaca, Franco Roberti, Mafia, Magistratura, Totò Riina
Ultimo aggiornamento: Giovedì 26/02/2015 18:07

    L’attacco alla Chiesa Cattolica responsabile per anni del silenzio, il Nord come terra di ‘ndrangheta, le caratteristiche peculiari della camorra, il tentativo di rinascita della mafia a Palermo, la criminalità mafiosa autoctona di Roma e una misteriosa entità che da anni spierebbe i magistrati. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti illustra la Relazione annuale al Senato alla presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi e chiarisce come e dove le associazioni criminali trovano terreno fertile nel nostro Paese. Le mafie si sono insinuate nel tessuto produttivo, economico e politico nostrano, hanno scavalcato i confini tradizionali e hanno seguito “l’odore dei soldi”. La vigilanza deve essere massima perché i criminali oggi sono diversi dal passato, ma hanno lo stesso obiettivo: arricchirsi con l’illegalità, la violenza e il sopruso a danno di tutta la comunità.

    La lotta alle mafie rimane un obiettivo primario anche e soprattutto per la politica, parola che non viene usata dal Procuratore nazionale anche quando parla delle note vicende di Mafia Capitale. Alle tradizionali forme di criminalità organizzata si sono affiancati nuovi gruppi, si conferma il legame con il terrorismo internazionale che si alimenta dal traffico di esseri umani. Per questo il “bisogno di legalità” richiesto anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella passa dal loro contrasto, sotto ogni forma.

    Il silenzio colpevole della Chiesa Cattolica finisce nella relazione del Procuratore Roberti che indica le grandi responsabilità delle gerarchie. “Sono convinto che la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie e che grande responsabilità per i silenzi sia della Chiesa“, specifica Roberti. “Viene ammazzato don Diana, poi don Puglisi: reazioni zero. Siamo dovuti arrivare al 2009 per iniziare a parlarne timidamente“, ricorda. Qualcosa però ora sembra muoversi grazie anche a Papa Francesco, “ma per decenni la Chiesa avrebbe potuto fare e non ha fatto nulla“. La scomunica per i mafiosi è arrivata dopo sei anni, prosegue il Procuratore della DNA, eppure non erano mancati gli appelli di altri due Papi. “A fronte di tanti segni di falsa religiosità, chi doveva coglierli e contrastarli davanti allo stesso popolo non lo ha fatto; preti e vescovi in Calabria, Sicilia e Campania sono stati, salvo rare e nobilissime eccezioni, silenti e hanno perfino ignorato messaggi forti che pur provenivano dall’alto: basti pensare a quelli di Giovanni Paolo II ad Agrigento e di Benedetto XVI a Palermo“.

    Al Nord Italia è ormai chiaro “il predominio di organizzazioni criminali di origine calabrese a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana“. La ‘ndrangheta, spiega Roberti, si è insediata da anni in Lombardia, in particolare a Milano, e ora “ha acquisito un certo grado di indipendenza rispetto all’organizzazione di origine, con la quale ha continuato comunque ad intrattenere rapporti“. Gli affiliati vivono al Nord da generazioni, sono riusciti a consolidare rapporti con le comunità locali e in particolare con rappresentati della politica e delle istituzioni.

    Vista la pervasività della criminalità a Milano con un potere “inquietante“, per Roberti è fondamentale il contrasto alle mafie in occasione di Expo 2015 anche mettendo a punto una sorta di white list, un elenco cioè di “elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa“.

    Nessuna Regione o città è immune alle mafie, tanto che anche Bologna è oggi considerata “terra di mafia” dal Procuratore Roberti. Dopo due anni di indagini, si è portato alla luce un sottobosco di criminalità di matrice ‘ndranghetistala cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali“.

    La ‘ndrangheta non è un’associazione “anarcoide” di gruppi locali sparsi su un singolo territorio. Al contrario, il suo potere è internazionale, gestisce milioni di euro frutto di attività illecite con ramificazioni in tutto il mondo, dall’Australia alle Americhe, passando per l’Europa. Per questo, spiega Roberti, esiste una sorta di “consiglio di amministrazione della holding ‘ndrangheta che elegge un suo Presidente“. A esemplificare il potere dell’associazione criminale, la capacità di infiltrazione nelle amministrazioni locali e nelle attività economiche, il Procuratore parla del porto di Gioia Tauro controllato per intero dalle ‘ndrine. Il porto è la “vera porta d’ingresso della cocaina in Italia“: in un solo anno (giugno 2012-luglio 2013) quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia è stata intercettata a Gioia Tauro.

    La cattura dei boss mafiosi siciliani o la loro latitanza ha impedito una guerra tra cosche, ma non ha fermato il potere della mafia. Su questo Roberti è chiaro: in Sicilia si sta tentando di ricostruire il mandamento centrale il cui capo risulta ancora Toto Riina. Falsa la “balcanizzazione” della mafia che è ancora legata all’isola e in particolare a Palermo, veri invece gli interessi milionari delle famiglie nel traffico di droga e nella gestione dei “giochi” legali e non. Rimane un’assoluta priorità la cattura del boss Matteo Messina Denaro.

    La camorra è diversa dalle altre organizzazioni criminali soprattutto perché, spiega Roberti,le alleanze tra clan cambiamo molto spesso, arrivando così a scatenare guerre tra famiglie anche violente. Gestione degli appalti pubblici, legami con la politica locale, intere zone sotto il loro controllo per lo spaccio di stupefacenti ma anche per la gestione delle agenzie di scommesse e il gioco online: un mondo controllato dai camorristi che non esitano a cambiare alleati pur di conquistare fette di territorio.

    Una nuova forma di criminaltà organizzata nasce e prospera a Roma, come ha dimostrato l’inchiesta Mafia Capitale. L’economia cittadina si basa molto sui servizi e sul terziario e infiltrarsi in questi settori economici e commerciali, con appoggi politici per arrivare agli appalti pubblici è il cuore dell’azione criminale. Le indagini hanno ricostruito “uno spaccato delle istituzioni romane davvero sconfortante e preoccupante“, spiega Roberti. “L’organizzazione capeggiata da Carminati, oltre alle condotte tipicamente criminali dell’usura e delle estorsioni, ha realizzato una sistematica infiltrazione del tessuto imprenditoriale attraverso l’elargizione di favori e delle istituzioni locali attraverso un diffuso sistema corruttivo“.

    Il Procuratore nazionale antimafia è chiaro anche su un punto: servono pene più severe per chi reitera il reato di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416 bis in modo da spezzare più a lungo possibile il legame con le attività criminali. Servirebbe dunque “un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all’organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell’organizzazione“.

    (Nella foto il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone)

    Se c’è un punto chiave nella lotta alle mafie è quello del contrasto alla corruzione. Senza di questo, le associazioni criminali, avvisa Roberti, continueranno a prosperare. “La corruzione come l’evasione fiscale non è mai stata combattuta efficacemente, era tacitamente accettata, non era considerata un reato grave. Per questo la mafia se ne è servita. È invece un piombo alle ali della nostra economia“, chiarisce il Procuratore Nazionale Antimafia.

    Il traffico di essere umani non solo causa morti e tragedie nei nostri mari, ma alimenta il terrorismo con l’aiuto delle mafie. Per questo si stanno elaborando “nuove linee guida per potere efficacemente contrastare i fenomeni migratori che costituiscono un serbatoio per il terrorismo internazionale“, specifica Roberti.

    Si può verosimilmente ricavare l’esistenza di una strategia criminale volta a destare allarme ed assai probabilmente a tentare di condizionare lo svolgimento delle attività investigative e processuali della Magistratura del distretto di Palermo“. Franco Roberti ricorda le intimidazioni di cui sono vittime alcuni magistati di Palermo, le parole di Riina che ha chiesto dalla prigione di uccidere il Pm Nino Di Matteo. Non ci sono solo però le minacce dei criminali. Il Procurtore parla anche di un cosiddetto “Protocollo Fantasma“, esposto anonimo di competenza della Dda palermitana che riguarda notizie di reato a carico di ignoti ma appartententi alle Forze dell’Ordine che “avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine“.

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