Infibulazione in Italia, cos’è e come combattere l’assurda violenza su donne e bambine

Infibulazione in Italia, cos’è e come combattere l’assurda violenza su donne e bambine
    Infibulazione in Italia, cos’è e come combattere l’assurda violenza su donne e bambine

    Una pratica barbara, che priva le donne del piacere sessuale, le costringe a una vita di dolore e spesso porta alla morte: ecco cos’è l’infibulazione. Il 6 febbraio si celebra la Giornata internazionale della tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, voluta nel 2003 dall’Onu per continuare a parlare e a combattere una pratica che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. Gli ultimi dati dell’OMS parlano di 140 milioni di donne e bambine che hanno subito l’infibulazione o altre mutilazioni genitale. Non è un fenomeno circoscritto all’Africa o ai paesi del Sudest asiatico: in Italia si stima che siano 40mila vittime di queste pratiche, il dato più alto in Europa che conta circa 500mila casi.

    Molto spesso, quando si parla di infibulazione, non si ha un’esatta visione di quello che comporta. È una mutilazione genitale femminile, praticata nei paesi del Corno d’Africa, spesso legata alla religione. Sì, sì e non solo, no. Chiariamo allora cos’è l’infibulazione, perché si pratica e cosa si sta facendo in Italia e nel mondo per fermare questa pratica barbarica.

    L’infibulazione è una mutilazione genitale femminile, praticata in molti paesi africani e asiatici (28 in tutto il mondo) attuata per impedire alle donne di avere rapporti sessuali. A livello pratico, viene rimosso il clitoride, le piccole labbra e parzialmente le grandi labbra: in seguito la vulva viene cucita con sutura o spine, lasciando aperto solo un piccolo foro da cui espellere urina e sangue mestruale. Dopo l’operazione le gambe vengono legate per accelerare il processo di chiusura.

    Tutta la struttura dell’apparato genitale femminile esterno viene mutilata. Oltre all’infibulazione, termine che deriva dal latino “fibula”, spilla, si hanno altre mutilazioni genitali femminili (Mgf), come la clitoridectomia che consiste nell’asportazione del clitoride.

    La mutilazione viene effettuata in tenera età e comunque prima del matrimonio: solo infatti dopo le nozze, la sutura viene riaperta per poter permettere rapporti sessuali e il parto. Dopo la nascita del bambino, si ripete l’operazione di infibulazione. Le Mgf vengono praticate per lo più da donne addette, spesso con strumenti rituali non sterilizzati e senza anestesia. Si incorre così in infezioni, emorragie che possono portare anche alla morte. In ogni caso, dopo la mutilazione, la donna non proverà mai piacere ma solo dolore in ogni rapporto sessuale. Alti poi i rischi durante il parto: le pareti della vulva sono cicatrizzate e rendono più pericolosa la nascita del bambino, mettendo a rischio la vita del nascituro e della madre.

    Le Mgf hanno origini culturali e non religiose, come si tende a pensare. Il concetto alla base è quello del patriarcato, della purezza e del controllo totale delle donne che hanno come scopo primario il mettere al mondo i figli e curare la famiglia. Con l’infibulazione si priva la donna del piacere sessuale che pertanto diventa pura: una donna mutilata non proverà mai un orgasmo e non sarà libera di avere rapporti sessuali.

    Solo dopo il matrimonio infatti vengono scucite le suture che permette di avere rapporti e in seguito di partorire.

    Si ha così un controllo totale della vita della donna che in questo modo viene resa “pura” perché allontanata anche fisicamente da ogni pratica sessuale, compresa la masturbazione. Si limita ogni attività sessuale della donna, la si condanna a una vita di dolore, la si mette in pericolo sia nel corso dell’operazione che nel resto della vita, specie in un momento così delicato come il parto.

    Tutto in nome del controllo dell’uomo sulla donna. Essendo una pratica culturale, è difficile riuscire a scardinarla in toto: l’infibulazione viene intesa come un rito di passaggio necessario per l’accettazione delle donne nel gruppo sociale in cui vivono.

    In Italia le prime stime si sono avute grazie a una ricerca raccolti nel libro Sessualità e culture- Mutilazioni genitali femminili: risultati di una ricerca in contesti socio-sanitari”, a cura di Aldo Morrone e Alessandra Sannella, in cui si parlava di 30-35mila casi nel nostro paese. Secondo l’ultimo rapporto dello scorso anno effettuato dal Ministero delle Pari Opportunità, il numero però sarebbe più alto, circa 40mila.

    Difficile avere dati ufficiali perché in Italia la pratica è vietata per legge: si tratta quindi di donne che l’hanno subita nei paesi d’origine (principalmente Africa e Sudest asiatico), ma anche di bambine e ragazze che, nate in Italia, vengono mandate nei paesi d’origine per “farle cucire”. Esistono casi di infibulazione praticate in Italia, nella più completa illegalità.

    Secondo i dati dell’OMS, nel mondo ci sarebbero 140 milioni di donne e bambine vittime delle Mgf. Sono 29 i paesi che la praticano e le stime parlano di 3 milioni di piccole vittime che ogni anno subiscono la mutilazione genitale.

    Le Nazioni Unite hanno adottato la Risoluzione di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF) nel 2012: ogni paese dunque dovrebbe vietare l’infibulazione e altre pratiche simili. L’Italia si è dotata di una legge, la n.7 del 9 gennaio 2006, che vieta la pratica con pena da 4 a 12 anni.

    Nonostante la legislazione molto severa, il nostro Paese registra un alto numero di vittime: le bambine vengono mandate nel paese d’origine della famiglia o vengono sottoposte alla mutilazione a opera di anziane del gruppo, anche a pagamento. In Francia si sono registrati cento condanne, con pene fino a 13 anni, per le Mgf; in Gran Bretagna, pur esistendo la legge contro l’infibulazione, ci sono reti che permettono alle famiglie di far mutilare le figlie e non si è avuta notizia di un solo processo.

    L’Italia come l’Europa, ha messo in atto una politica di prevenzione e contrasto del fenomeno, con un’intesa tra ministero della Salute, Istruzione ed Esteri, per arginarlo. Fondi europei e italiani vanno anche alle operazioni portate avanti dall’Onu nei paesi d’origine che mirano a cambiare l’aspetto culturale delle Mgf, informando sui pericoli anche mortali a cui le donne vanno incontro. Resistenze difficili da piegare, ma che devono essere portate avanti per cambiare la vita delle donne e delle bambine in tutto il mondo.

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