Mafia Capitale, un cocktail di criminalità a Roma

Mafia Capitale, un cocktail di criminalità a Roma
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    Cocktail ovvero miscela. Questo è un termine utilizzato solitamente nei bar o nei pub per ordinare un drink. Ma se ci soffermiamo solo un attimo sul significato del termine “miscela” viene quasi d’istinto l’associazione alla operazione “Mondo di Mezzo” ribattezzata “Mafia Capitale”. Si perché mai come in questo caso, più mondi si sono travasati tra loro e quindi miscelati in un unico mix.

    Sin dai primi sussulti dell’inchiesta, molti avvocati della difesa hanno eretto barricate sulla sussistenza e consistenza della organizzazione mafiosa cercando di declassarla a consorteria di maneggioni e intrallazzatori e questo, basandosi sulla terminologia dei sodali, apparsa per nulla omertosa.

    Ma in questa inchiesta vi è un’altra differenza sostanziale. Solitamente le mafie si avvalgono di poteri politici o istituzionali per concretizzare le loro mire e ottenere profitti e vantaggi.

    Qui pare sia il contrario, ovvero è la politica che nel tempo, servendosi di costoro, ha chiesto e ottenuto appoggi e risoluzioni, quali ad esempio versamenti per le campagne elettorali, la gestione di case famiglia, dei campi nomadi, dei centri di raccolta per immigrati e quant’altro.

    Quindi più che sulla terminologia bisogna soffermarsi molto di più sulla metodologia utilizzata dai sodali e da quanti colludevano con essa.

    Se analizziamo gli interventi di taluni politici o amministratori, appare evidente che erano immersi nelle “faccende” venute alla luce ma pur di apparire estranei, preferiscono farsi passare per ingenui, fessi, cretini e creduloni.

    Qualunque termine meno che colluso e quindi mafioso.

    Per contro, gestivano o facevano gestire benissimo la “cosa pubblica” ponendo in essere professionalità e abilità purtroppo non esercitate nel mondo della liceità. E ci fa ancora più male il loro continuo rinfacciare e scaricare, quasi che le colpe siano degli uni o degli altri e non di entrambi.

    Ma è proprio da questo modo di fare e di essere che si ricava il senso omertoso e intimidatorio della organizzazione.

    La mafiosità è evidente, perché tale componente, non è solo parola, ma anche azione, sguardo, gestualità, ammiccamento, persuasione, intromissione, intercessione, ovvero modi di pensare e di agire, comportamenti sintetizzati dal verbo “ndranghietare” coniato dallo scrittore Saverio Strati.

    Perché tutti, in un modo o nell’altro, “ndranghietavano” riferito non solo agli affiliati ma anche a coloro che a qualunque titolo si avvicinano alla consorteria.

    E la chiamano ‘Ndrangheta! Ma è all’area grigia che dobbiamo volgere il nostro sguardo, zona da disinfestare e ove si annidano le vipere con un piede nello Stato e l’altro nell’Antistato, di giorno col culo sprofondato sugli scranni di uffici e consigli istituzionali e di sera nelle poltroncine dei locali ove incontra il malaffare, accompagnati da donne truccate e ingioiellate che avvertono lo sporco ma non sentono l’olezzo, perché vivono di lacca, smalto e lucida labbra.” (estratto da La Torre Saracena – ABEditore)

    E attenzione: questa inchiesta, così formulata, potrebbe rappresentare un faro per altre città ove l’abusivismo e il permissivismo, anche datato, ha varie connotazioni, non escluse quelle politiche.

    Abusivismo e permissivismo, due facce della stessa medaglia, frutto dell’incapacità di politici e dei loro entourage tecnici e sociali o di vicinanza a organizzazioni simili?

    E senza aspettare la magistratura, sarebbe bene che le Prefetture, in possesso dei requisiti tecnici necessari, pongano all’indice la questione e diano vita a commissioni che analizzino le cause e identifichino i responsabili di eventuali analoghe metodologie. Chi ha tempo non aspetti tempo!

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    SCRITTO DA Celeste Bruno Scrittore, giá Commissario di Polizia Segui autore:
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