Giorgio Ambrosoli, chi era l’avvocato interpretato da Pierfrancesco Favino in «Qualunque cosa succeda»

Giorgio Ambrosoli, chi era l’avvocato interpretato da Pierfrancesco Favino in «Qualunque cosa succeda»
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    Una fiction su Giorgio Ambrosoli, l’avvocato, interpretato da Pierfrancesco Favino in “Qualunque cosa succeda”. Si tratta di una miniserie in due puntate che andrà in onda su Rai 1 l’1 e il 2 dicembre. La storia è quella di Giorgio Ambrosoli, che fu ucciso con quattro colpi di pistola l’11 luglio del 1979. La vedova Anna Lori ha voluto ricordare il marito, alla presentazione del film, come “un grande lavoratore che amava moltissimo la sua famiglia” e ha detto in modo esplicito: “Mio marito non era un eroe, ma una persona normale”.

    Eppure la sua vicenda colpisce ancora oggi. I fatti di cui è stato protagonista, nella sua ricerca di giustizia dopo il crack finanziario della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, sono stati ricordati anche in un libro pubblicato nel 2009 dal figlio Umberto. La vicenda di Ambrosoli rimane esemplare, dopo essersi conclusa tragicamente con l’uccisione voluta dalla mafia italoamericana.

    QUALUNQUE COSA SUCCEDA – PRIMA PUNTATA
    QUALUNQUE COSA SUCCEDA – SECONDA PUNTATA

    Giorgio Ambrosoli è nato a Milano il 17 ottobre 1933. Apparteneva ad una famiglia cattolica e conservatrice ed era figlio dell’avvocato Riccardo Ambrosoli. Ha frequentato il liceo classico Manzoni di Milano ed ha militato nell’Unione monarchica italiana. Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza nel 1958. Nel 1962 il matrimonio, da cui nasceranno tre figli: Francesca, Filippo e Umberto.

    In seguito alla sua specializzazione è stato chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana. Nel 1974 è stato nominato da Guido Carli, allora governatore della Banca d’Italia, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, che si trovava sull’orlo del crack finanziario ed era guidata da Michele Sindona.

    Il compito di Ambrosoli era quello di esaminare la situazione economica, che si era venuta a creare in seguito ad un complesso presunto intreccio tra politica, alta finanza e criminalità organizzata. Ambrosoli scoprì molti antefatti legati ai sospetti sulle attività del banchiere Sindona, che aveva guidato altri istituti di credito, portati anch’essi nella direzione del fallimento.

    Giorgio Ambrosoli assunse la direzione della banca e, nel corso delle sue analisi, emersero molte irregolarità e numerose falsità soprattutto nella contabilità. Contemporaneamente Ambrosoli cominciò a ricevere delle pressioni e dei tentativi di corruzione, ma egli non volle cedere. Nel corso dell’indagine, si comprese che Sindona avrebbe avuto delle responsabilità anche nei confronti di un’altra banca, la statunitense Franklin National Bank.

    Ambrosoli cominciò a ricevere minacce di morte, telefonate intimidatorie di carattere anonimo, attraverso le quali veniva richiesto di ritrattare le sue testimonianze rese ai giudici americani.

    Nel 1997 si scoprì, in seguito alle rivelazioni del pentito Giacomo Siino, che l’autore delle telefonate anonime avrebbe dovuto essere identificato in Giacomo Vitale, uomo d’onore e cognato del boss Stefano Bontate.

    L’11 luglio del 1979 Giorgio Ambrosoli aveva invitato alcuni amici a casa, per assistere ad un incontro di boxe. Dopo aver cenato in un ristorante, tutti si misero davanti al televisore. All’improvviso squillò il telefono. Si trattava di un’altra telefonata anonima. Nel frattempo si concluse l’incontro di boxe e Ambrosoli decise di accompagnare a casa con la sua auto alcuni amici che avevano passato la serata con lui. Al ritorno, dopo aver parcheggiato, una Fiat 127 rossa si accostò a lui. Un uomo gli chiese: “Avvocato Ambrosoli?”. Poi, sceso dall’auto, gli disse: “Mi scusi avvocato Ambrosoli”. Si trattava del killer, William Aricò, che sarebbe stato ingaggiato da Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Il killer sparò quattro colpi e Ambrosoli morì poco dopo sull’ambulanza.

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