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Occupazione abusiva delle case popolari: il permissivismo non è meglio dell’abusivismo

Occupazione abusiva delle case popolari: il permissivismo non è meglio dell’abusivismo
Scrittore, giá Commissario di Polizia in Cronaca
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Lunedì 17/11/2014 in Cronaca
    Occupazione abusiva delle case popolari: il permissivismo non è meglio dell’abusivismo

    Abusivismo e permissivismo sono due facce della stessa medaglia, frutto dell’incapacità di politici e dei loro entourage tecnici e sociali, insediati presso le amministrazioni municipali o negli istituti che gestiscono patrimoni immobiliari. Nel linguaggio giornalistico, l’abusivismo è fenomeno consistente nella pratica dell’abuso in ambito sociale ovvero una diffusa illegalità in ambiti regolati da norme e autorizzazioni. Già negli settanta e ottanta, le occupazioni o gli espropri (come li definiva chi li effettuava, generalmente componenti dell’area fondamentalista di sinistra) erano all’ordine del giorno, ma interessavano per lo più edifici o stabili abbandonati o comunque non abitati.

    Le case popolari sono da sempre state oggetto di occupazioni, ma i distinguo sono vari:

    1. Chi cerca disperatamente un alloggio e tramite un amico o un familiare, viene a conoscenza di una casa sfitta e autonomamente decide di occuparla;

    2. Chi si affida a una sorta di comitato ombra di quartiere che gestisce impropriamente il bene, segnalando, favorendo o compiacendo soggetti di determinate aree politiche o persone a questi vicine;

    3. Malavitosi e intrallazzatori che si appropriano di case libere non assegnate o temporaneamente libere, poiché gli assegnatari si sono allontanati per periodi di vacanza anche brevi o ricoverati presso ospedali o ospizi, offrendole, già sfondate e aperte, a chi è disposto a pagare dazioni di denaro. A questa tipologia si sono avvicinati sempre più frequentemente soprattutto cittadini stranieri, regolari e irregolari;

    4. Pianificate e sistematiche occupazioni di massa, favorite da politici o amministratori che forniscono, sotto banco, la dislocazione degli alloggi liberi di interi stabili o quartieri.

    Ed ecco che l’abusivismo si trasforma in permissivismo, con elusione delle graduatorie. Parlare di sanare la situazione è quasi un aforisma ma da qualche parte bisogna partire. La regolarizzazione di quanti, seppur indebitamente, hanno occupato una casa, purchè abbiano i requisiti, appare la più congeniale e immediata a sanare almeno una gran parte della problematica, ma non è l’unica strada.

    Prevedere liste di assegnazione differenziate, a seconda delle reali esigenze di chi ha occupato o richiesto una abitazione pubblica, poiché gli attuali standard escludono alcune fasce che prima della crisi, potevano definirsi di ceto medio e che in breve tempo si sono ritrovati in difficoltà a causa per esempio di un mutuo non pagato o perdita improvviso del lavoro.

    Allontanamento immediato di chi non ha titolo ad abitare una casa di simili tipologie e rassegnazione immediata, evitando lungaggini che favoriscono nuovi insediamenti. Istituire presso le Prefetture commissioni che analizzino le cause e identifichino i responsabili di tali irregolarità, a partire almeno dagli anni novanta.

    Perché il permissivismo non è meglio dell’abusivismo!

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    SCRITTO DA Celeste Bruno Scrittore, giá Commissario di Polizia Segui autore:
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