Ammazzateci tutti, intervista al Presidente Aldo Pecora

Ammazzateci tutti, intervista al Presidente Aldo Pecora
Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico in 'Ndrangheta, Antimafia, Criminalità Organizzata, Cronaca, Cronaca Nera, Elezioni, Mafia, Polizia
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    Adesso Ammazzateci Tutti

    Il 16 ottobre del 2005, esattamente nove anni fa, un omicidio insolito, almeno per la Calabria, ribalta l’opinione di molti calabresi su quale sia la reale natura della ‘ndrangheta. Solo un altro avvenimento di cronaca, due anni dopo, (la cosiddetta strage di Duisburg) avrà uguale impatto sull’opinione pubblica nazionale e internazionale circa l’importanza e il potere della ‘ndrangheta nel contesto criminale mondiale. Oggi, infatti, è finalmente e fortunatamente risaputo che la ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale italiana più in ascesa e forse perfino la più potente, ma soltanto fino a qualche anno fa essa era ancora sottovalutata.

    L’omicidio di Francesco Fortugno, allora Vicepresidente del Consiglio Regionale calabrese, fa però scattare un moto d’orgoglio in molti ragazzi calabresi che decidono di non lasciare la loro terra nelle mani dei mafiosi e si presenteranno al funerale, il 19 ottobre, con uno striscione: “Ammazzateci tutti”. Una sfida alla ‘ndrangheta che, con il loro presidente Aldo Pecora, portano ancora avanti i (cosiddetti) ragazzi di Locri.

    In Sicilia sono avvenuti, nel corso degli anni, molteplici delitti cosiddetti “eccellenti”. Senza voler ovviamente sminuire gli altri omicidi, invece, in Calabria il delitto Fortugno, che è un delitto politico-mafioso, è stato il primo “eccellente” dopo l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti e quello dell’avvocato dello Stato Francesco Ferlaino, che però erano avvenuti molti anni prima. Al tempo, il 16 ottobre del 2005, erano in corso le elezioni primarie dell’Unione, ma non erano passati neanche sei mesi dalle regionali durante le quali – così come hanno scritto i giudici anni dopo – i partiti avevano imbarcato di tutto pur di vincere. È questa la logica che ha portato al delitto Fortugno che, però, in un’ottica generale era il 24esimo morto in meno di un anno nel territorio della sola Locride e in quelle occasioni non c’era stata l’attenzione mediatica che poi ci sarebbe stata per l’omicidio del Vicepresidente del Consiglio Regionale. Lo scatto d’orgoglio ci ha così portato ad andare al funerale, il 19 ottobre, con lo striscione “e adesso ammazzateci tutti”, che ovviamente era un messaggio provocatorio. “Vediamo – volevamo dimostrare – se i mafiosi e i conniventi avranno così tanto piombo da ammazzarci tutti”.

    Al tempo se non fosse stato per il Questore di Reggio Calabria, Vincenzo Speranza, non saremmo mai neanche nati come movimento. Quando siamo arrivati con lo striscione al funerale, infatti, un funzionario di Polizia presente sul posto volle vedere cosa c’era scritto sullo striscione e ci voleva vietare di esporlo, sostenendo che quello fosse un funerale e non una manifestazione. Si creò così un capannello di persone e intervenne personalmente il Questore, dicendo al suo vice: “Lei vuole fermare il corso della storia?”. Così ci ha fatto scortare con lo striscione in testa al corteo e quindi tutte le televisioni e i giornalisti accorsi al funerale videro quello slogan che in poche ore ha fatto il giro del mondo. Da lì è nata l’idea di trasformare le aspettative che si erano create nei nostri confronti in qualcosa di più organizzato.

    Io conoscevo bene Franco Fortugno e una volta, privatamente, mi disse testualmente “la politica è una cosa bellissima, ma molto difficile: a me, ad esempio, hanno fatto prendere voti che non volevo prendere, né ho cercato”. Fortugno era una brava persona, altrimenti non ci sarebbe stata quella reazione nostra e di tutta la Calabria, ma fra i suoi grandi elettori c’erano evidentemente persone che gli hanno fatto prendere voti anche discutibili. Intanto nelle liste della Margherita si era anche annidata la corrente che faceva capo a Mimmo Crea, che risultò il primo dei non eletti alle elezioni regionali, e nelle carte processuali dell’omicidio Fortugno compare proprio un suo grande elettore, Marcianò, risultando essere stato l’organizzatore materiale del delitto.
    A mio avviso, quindi, Franco Fortugno è stato ucciso perché si erano create un po’ troppe aspettative intorno a lui e poi sono state portate all’incasso.

    L’immagine è quella delle prime manifestazioni con tante persone che guardano dalla finestra e nessuno che scende in strada e dall’altra parte di persone che da tutta Italia invece decidevano di starci accanto in prima persona. Il fatto che il Movimento si sia esteso e ramificato grazie ad internet in tutta Italia è stata la nostra salvezza, perché se avessimo scelto di trovare ossigeno soltanto in Calabria non ce l’avremmo fatta. In quel momento la Calabria non era pronta, ma era pronta l’Italia e infatti ci è arrivato il sostengo anche di altre organizzazioni di giovani contro la camorra o di AddioPizzo in Sicilia. Insomma si è creata una rete nazionale che ci ha consentito di sopravvivere e perfino di crescere. In Calabria abbiamo rotto gli argini, ma se oggi dovessi tracciare un bilancio credo che abbiamo fatto qualcosa che andava fatto ma che di positivo non ha portato ancora nulla. Anzi ha prodotto soltanto maldicenze nei nostri confronti e la convinzione è ancora che lo facciamo così, tanto per farlo.

    No, anzi è peggiorata. Si è infatti creato un fenomeno inverso, nel tentativo di dire “tutto è mafia, niente è mafia”.

    La ‘ndrangheta come organizzazione criminale è un conto, la mafiosità endemica nella popolazione calabrese è invece un altro. La politica, la Magistratura, la Forze dell’Ordine non sono infatti in grado in questo momento di far fronte a questo fenomeno criminale perché la popolazione è troppo propensa a ritenere che la cose funzionino solo quando le gestisce la ‘ndrangheta e quindi non conviene mettersi contro. Se in Campania, ad esempio, una squadra di calcio confiscata alla camorra si è evitato che fallisse per trasformarla in un progetto di legalità, qui in Calabria è stata sequestrata la squadra del Rosarno ed è successo quello che succede a molte realtà imprenditoriali sottratte alla criminalità organizzata. Così, però, finisce che la gente si chiede come mai quella squadra funzionava solo fino a quando la gestivano i clan dei Pesce o dei Bellocco.

    Noi proponiamo che vengano messi in vendita. C’è molta ipocrisia intorno ai beni confiscati: è vero che esiste il rischio che tornino nelle mani della criminalità organizzata tramite prestanome, ma lì sta all’autorità giudiziaria controllare le aste e comunque è sicuramente meglio venderli, portare soldi nelle casse dello Stato, destinarli alle vittime della mafia, ai testimoni di giustizia, che magari potrebbero rifarsi una vita in Calabria senza dover per forza essere deportati in altre parti d’Italia sotto falso nome, o ai giovani senza lavoro che sono sempre di più in queste zone. In questo Ammazzateci Tutti si differenzia dalle altre organizzazioni antimafia, perché è per la vendita di questi beni e propone di immetterli almeno nelle aste giudiziarie, se non vengono riassegnati a nessuno. Perché nelle aste giudiziarie ci devono essere le case di quelli che si son indebitati con l’Agenzia delle Entrate e non le ville dei boss? E se proprio quei beni non li vuole nessuno per paura, le organizzazioni non riescono a fare cartello e comprarle, perché non organizziamo un’adunata di cittadini e le demoliamo? Sarebbe bello anche il simbolo di quel gesto! Al posto delle ville, con le mura di cinta che neanche nel medioevo erano così alte, abbandonate, costruiamo dei parchi, facciamo un polmone verde dando agli alberi i nomi delle vittime della ‘ndrangheta, magari costruiamo un chiosco così creiamo anche posti di lavoro. Alla fine ha ragione Gratteri: senza generalizzare, la politica non vuole essere nemica della mafia.

    La ‘ndragheta è come l’Ikea: è nata in Svezia, ma oramai lì resta soltanto uno dei tanti stabilimenti. Sicuramente la ‘ndrangheta in Calabria è presente e grazie all’opera della Magistratura si è riusciti a ricostruire anche l’assetto organizzativo: sappiamo ormai che anche la ‘ndrangheta ha una sua cupola in Calabria che decide e non è una “mafia orizzontale” così come era stato inizialmente detto. Oramai, però, si è innovata e ha esteso i suoi tentacoli nel mondo, tanto che le nuove generazioni sono ragazzi che parlano tre o quattro lingue e riescono ad avviare imprese in tutta Italia e in tutto il mondo, magari creando anche start up e quindi diversificando il loro business. Il problema è che mantengono un legame con la regione d’origine. Io credo che a Reggio Calabria ci sia una sorta di “comitato dei garanti”, cinque o sei persone neanche troppo anziane, quaranta o cinquantenni, che garantiscono la struttura, il marchio di fabbrica.

    Vent’anni fa avrebbero individuato il bersaglio e l’avrebbero minacciato, ferito e poi magari anche ammazzato, oggi individuano il bersaglio e cercano di delegittimarlo con la macchina del fango, anche tramite settori contigui alla ‘ndrangheta. Io i problemi ho iniziato ad averli non quando organizzavo solo le manifestazioni e scrivevo “ammazzateci tutti”, ma da quando ho iniziato a vietare ai politici di partecipare e, se sono diventato leader del Movimento, è soprattutto perché un politico regionale ha deciso di dichiarare pubblicamente che “Ammazzateci tutti è sinonimo di Aldo Pecora”, proprio per scegliersi il nemico.

    Se non ci fosse stata la Chiesa di Monsignor Giancarlo Maria Bregantini, il nostro movimento non sarebbe mai nato e la Calabria non avrebbe mai trovato la forza se non proprio di reagire, almeno di non rassegnarsi. Poi Bregantini è stato trasferito e per noi è stata una grande perdita perché tutto è stato lasciato alla scelta dei singoli e quindi c’è chi giustamente trova assurdo non dare la comunione alla donna divorziata e invece darla al boss e chi invece non si preoccupa che i comitati per le feste patronali siano letteralmente colonizzati dalle cosche.

    Nella parrocchia dove io sono cresciuto sono nati i primi gruppi di persone contro di me, anche tramite Facebook, e il prete preferì lavarsene le mani sostenendo fossero soltanto delle ragazzate. L’aspetto più sconcertante è che oggi quel prete è un noto dirigente dell’associazione Libera in Calabria e quindi dobbiamo anche ben capire se la guerra dobbiamo farla alla ‘ndrangheta o dobbiamo farcela tra di noi associazioni antimafia? Io questo non l’ho ancora ben capito, perché fino a quando ci sarà una lotta intestina fra chi fa antimafia, o almeno dice di volerla fare, la mafia non finirà mai.

    1907

    SCRITTO DA Fabrizio Capecelatro Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico Segui autore:
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