Padri che uccidono i figli? L’infanticidio è un femminicidio trasversale

Padri che uccidono i figli? L’infanticidio è un femminicidio trasversale

    Difficile pensare di uccidere dei bambini, quasi impossibile accettare che sia i padri a uccidere i figli. Eppure, la cronaca nera dell’estate ha raccontato casi tremendi di genitori che hanno ucciso con le proprie mani i loro bambini, cogliendoli nel sonno, approfittando del loro assoluto senso di sicurezza. La psichiatria e la criminologia cercano risposte a uno dei delitti più atroci che la società possa immaginare, l’infanticidio. Tra gli studiosi si intravede una risposta: i padri uccidono i figli per colpire le madri, per dimostrare di essere padroni della famiglia, per punire le compagne che hanno pensato di lasciarli. Una sorta di femminicidio per interposta persona: colpiscono i figli, indifesi e deboli, per fare del male alla madre.

    Da Nord a Sud la cronaca ha elencato casi terribili di omicidi difficili da spiegare. Ogni morte violenta lo è, ma nel caso dei bambini, e in particolare dei figli, si fa fatica a credere che possa accadere.

    Eppure il 15 giugno 2014 Carlo Lissi, informatico di 31 anni, uccideva a coltellate nella villa di famiglia a Motta Visconti (Mi), la moglie Cristina Omes e i figli Giulia e Gabriele di 5 anni e 20 mesi, sgozzandoli senza pietà. Inscenata una rapina, si fa la doccia ed esce per vedere la partita dei Mondiali al bar con gli amici. Le indagini chiariscono in fretta che non c’è nessuno ladro: l’assassino è lui, il padre amorevole, che voleva vivere la sua passione morbosa, non ricambiata, per una collega di lavoro. Lo spiega lui stesso agli inquirenti: avrebbe potuto divorziare, ma poi i bambini sarebbero rimasti come un peso.

    Il 6 luglio 2014 Riccardo Bazzurri a Ponte Valleceppi (Perugia) uccide l’ex compagna, Ilaria Abbate, ma non si ferma. Spara anche al figlio di soli due anni, poi si punta una pistola alla testa. Mamma e figlio erano in auto con un’amica e stavano andando in piscina: l’uomo voleva punire l’ex compagna che non voleva ricostruire la loro relazione. La donna muore dopo un mese, mentre il piccolo viene ricoverato al Meyer di Firenze dove si trova ancora oggi in condizioni molto gravi.

    Il 18 luglio 2014 Massimo Maravalle, 47enne informatico di Pescara, soffoca nel sonno il figlioletto adottivo Maxim di 5 anni, mentre la moglie dorme. L’uomo, affetto da disturbo psicotico attivo e in cura da anni, aveva interrotto i farmaci da qualche giorno: la moglie, destinata a essere la sua seconda vittima, è stata svegliata da rumori nella notte e lo ha trovato con una busta di plastica in mano. Accorsa nella camera del piccolo, lo ha trovato già morto.

    Il 17 agosto 2014 Luca Giustini, ferroviere di 34 anni di Collemarino (Ancona), padre dedito alla famiglia e alle sue due figlie, uccide nel sonno con cinque coltellate la piccola Alessia, di soli 18 mesi. La moglie e l’altra figlia quella notte non erano in casa: erano al mare con i nonni. L’uomo ha confessato di aver agito dopo aver sentito delle voci. Gli inquirenti indagano per capire come sia possibile che un padre di famiglia abbia sviluppato una psicosi omicida senza che nessuno se ne accorgesse.

    Il 22 agosto 2014 Roberto Russo, 47 anni di San Giovanni la Punta, nel catanese, ha ucciso a coltellate nel sonno la figlia Laura, di 12 anni, ferendo gravemente l’altra figlia Marika, di 14 anni, tentando poi il suicidio. Gli altri due fratelli hanno disarmato il padre al termine di una colluttazione, ma per le due sorelle era troppo tardi.

    La moglie non era in casa: viveva da qualche giorno dai genitori dopo aver scoperto i tradimenti del marito.

    Uccidere i figli per fare del male alla madre. È la tesi che viene portata avanti da psichiatri e criminologi. Non raptus di follia, ma un omicidio premeditato con violenza, scegliendo come vittime i più deboli e indifesi: i bambini. I figli sono visti come riflesso della madre, come punto debole anche delle donne più forti, come vittime predestinate che scontano le colpe delle donne in una sorta di rivendicazione maschilista della sovranità in famiglia.

    Claudio Mencacci lo ha spiegato dalle pagine del Corriere della Sera: ex presidente della Società italiana di psichiatria oltre che il direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, Mencacci rifiuta il termine raptus per spiegare gli infanticidi. “Sotto il cappello del raptus, o alcune volte della follia, si mette la violenza inaudita, quella imprevista, impulsiva. E non si considera mai che, guarda caso, quella violenza ha come oggetto i più fragili, i deboli, le persone indifese e quindi le più esposte. Lei ha mai sentito dire di qualcuno colto da raptus che ha assalito un uomo grande e grosso?”. I padri sanno che i figli sono gli elementi più deboli, più indifesi, sanno che, colpendo loro, colpiscono anche la madre che è poi la vera vittima degli omicidi.

    Non una follia improvvisa, spiega Mencacci, ma “la banalità del male” di omicidi che maturano nel tempo. “Non è mai un fulmine a ciel sereno e tendere a giustificare non aiuta nemmeno a cogliere i segnali di un eventuale pericolo”, continua il professore che traccia una sorta di identikit del padre assassino usando le statistiche.

    Sono uomini tra i 35-50 anni che usano armi da taglio o pistole e sono quasi gli stessi volti che ha disegnato la criminologa inglese Elizabeth Yardley. Docente all’Università di Birmingham, la Yardley ha tracciato uno studio sui padri che uccidono i figli, mettendo in relazione l’aumento dei casi con il crescere di separazioni e divorzi. Come per il femmicidio, l’infanticidio è la risposta violenta e brutale di quegli uomini che non sanno accettare la separazione, che vedono il divorzio come una minaccia per la loro mascolinità e che uccidono per riprendere il controllo.

    Alla base c’è un’idea distorta della famiglia vista come mezzo di affermazione e di potere e non come nucleo familiare condiviso: i figli e la moglie sono trofei da sfoggiare e, quando la realtà bussa alla porta, c’è solo la violenza.

    Lo psichiatra Paolo Crepet ha usato l’espressione “feudalesimo affettivo” per descrivere questa concezione di famiglia. Padri e mariti che considerano figli e mogli come una proprietà, “uomini malvagi che comunque non possono non aver lanciato dei segnali”. Non ci sono giustificazioni per questi assassini, non è la famiglia, la compagna o i figli a togliere spazio e libertà: sono loro a togliere la vita in nome di un maschilismo stupido e retrogrado.

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